Archivi tag: Silvio Berlusconi

Riso amaro

Renzi con Civati

Leggo “Forza Italia e Pd correranno insieme alle amministrative di Agrigento” e penso immediatamente al gioco di squadra, allo spirito d’appartenenza. Vero Nanni (nel senso di Moretti)?

Leggo “Forza Italia e Pd correranno insieme alle amministrative di Agrigento” e penso immediatamente alla sinistra che vuole sempre capire, alla sinistra che vuole sempre spiegare. Vero Serra (nel senso di Michele)?

Leggo “Forza Italia e Pd correranno insieme alle amministrative di Agrigento” e penso immediatamente a Pippo (nel senso di Civati). Penso a lui e (mestamente) rido. E basta.

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Sarà per forza un presidente più impresentabile possibile

Boldi e De Sica due maestri della cialtroniera italiana

Nonostante il clima di incertezza, creato ad arte per far credere che in democrazia (sic) tutto sia possibile, nessuno si faccia incantare dalle apparenze. Vuoi o non vuoi alla fine eleggeranno come presidente della Repubblica

uno che sia sì espressione del Patto del Nazareno, ma che lo sia parecchio e in maniera inequivocabile. Uno, per dire, per cui gli italiani ancora di sinistra possano provare vergogna ogni volta che lo vedranno. E secondo me ci riusciranno benissimo.

Del resto, è giusto che sia così. Vogliamo o no la trasparenza? E allora che gli italiani si facciano riconoscere. Del resto, mettersi in pace con se stessi e con il mondo significa accettare (che non significa però giustificare) le cose per come sono e non per come dovrebbero essere.

Cercasi presidente che sia riconoscibilissimo da certi italiani

Boldi e De Sica

Le possibilità che venga eletto un presidente della Repubblica impresentabile sono altissime. Non vedo, del resto, come potrebbe essere il contrario. Gli italiani seri hanno da tempo perso qualsiasi rappresentanza politica e chi prenderà il posto di Napolitano non potrà che essere l’espressione dell’Italia peggiore, che ormai non si vergogna più di niente.

Sarà il presidente cioè che più di ogni altro rappresenterà Renzi premier e il Pd di Renzi, il Patto del Nazareno con Berlusconi e il Jobs Act, l’articolo 18 e l’articolo 19 bis, l’evasione legalizzata sotto al 3% e il fisco ad personam per le multinazionali modello Lussemburgo. Cose così, insomma, cose abbastanza imbarazzanti, cose nostre se ci pensiamo.

Certo, l’ideale sarebbe stato eleggere Berlusconi in persona. Ma, per risapute ragioni, non si può. Si dovrà scegliere allora uno che sia sì espressione del Patto del Nazareno, ma che lo sia parecchio e in maniera inequivocabile. Uno, per dire, per cui gli italiani ancora di sinistra possano provare vergogna ogni volta che lo vedranno. E secondo me ci riusciranno benissimo.

Sempre più in basso

La domanda, banalmente retorica nella sua ingenuità, è: c’è mai fine al fondo? Ci sarà mai un limite oltre cui non si potrà andare?

Torneremo prima o poi tutti in piazza – civilmente, pacificamente, responsabilmente – per manifestare contro la corruzione che ci tiene tutti prigionieri?

E poi: esistono ancora i giovani? E se sì dove sono? O forse c’è ancora qualcuno che ha dei dubbi – cosa dovrebbe succedere ancora? – sul fatto che l’Italia sia il Paese più corrotto d’Europa?

Renzi aiuta i grandi evasori e riabilita Berlusconi

Gli italiani a cui mi piacerebbe assomigliare

Enrico Tranfa

Enrico Tranfa

A volte, ogni tanto, qualche italiano dà esempi di inaspettata serietà. Come per esempio il giudice (o per meglio dire ex giudice) Enrico Tranfa che si è dimesso per rivendicare la sua onestà. Certo, mi si potrebbe subito obiettare che si tratta pur sempre di un’eccezione che conferma la regola. A me però le eccezioni, in mancanza di meglio, piacciono:

Ha firmato. E poi si è dimesso. Per protesta. Con un gesto senza precedenti nella storia giudiziaria italiana, Enrico Tranfa, il presidente del collegio della Corte d’Appello di Milano nel processo Ruby, ieri si è dimesso di colpo dalla magistratura con una scelta che svela così il suo radicale dissenso dalla decisione, maturata nella terna del suo collegio, di assolvere l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dalle imputazioni di concussione e prostituzione minorile che in primo grado ne avevano invece determinato la condanna a 7 anni di reclusione.

Continua qui.

Il patto regge

Intervistato dalla Repubblica, il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta dice a proposito di Luciano Violante:

“Un grandissimo uomo delle istituzioni, un grande giurista, un garantista. Mi considero ben rappresentato nella Consulta da lui, oltre che da Bruno, ovvio”.

Brunetta elogia Violante

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Berlusconi e la tragedia di un Paese ridicolo

L'avvocato Coppi ha fatto assolvere in appello Berlusconi

L’avvocato Coppi ha fatto assolvere in appello Berlusconi

L’assoluzione di Berlusconi non mi ha sorpreso nemmeno un po’. Innanzitutto perché leggi e processi sono fatti in modo tale da poter legittimare sentenze contraddittorie e contrapposte. E poi perché — anche se per ragioni del tutto opposte a quelle sostenute in questi ultimi vent’anni da Berlusconi — la magistratura oltre a incutermi paura a me (non tutta ma gran parte) non è mai piaciuta. E cioè la giustizia non funziona come dovrebbe non perché qualche toga cosiddetta rossa si accanisca su Berlusconi. No, la magistratura non funziona come dovrebbe proprio perché in un Paese preso in ostaggio dal malaffare la stragrande maggioranza di essa non si accanisce come invece dovrebbe né sui tanti (troppi) Berlusconi di turno, come su chiunque altro come lui.

Mi sono sempre chiesto come mai a nessuno (soprattutto a sinistra) sia mai sembrato quantomeno singolare che altri grandi uomini di potere altrettanto immersi come Berlusconi mani e piedi nella vita politica-affaristica non siano mai neppure sfiorati da indagini o casi giudiziari. Come mai in un Paese fondato sul conflitto d’interessi pare che esista sempre e solo quello di Berlusconi e mai di qualcun altro, nemmeno per sbaglio? Come mai pur muovendosi nella stessa palude politica-affaristica Berlusconi è un sorvegliato speciale e, per esempio, uno come De Benedetti mai? Per carità, nessuno vuole mettere in discussione l’onestà di chicchessia, ma insomma una qualche disparità di trattamento a me sembra innegabile e ciò non può non apparire abbastanza strano.

Strano quasi come i sette anni di condanna in primo grado e l’assoluzione in appello. Che cosa è cambiato mai nel frattempo per far modificare così radicalmente opinione ai giudici? Com’è possibile che sugli stessi fatti contestati si possa decidere discrezionalmente in un modo o esattamente al contrario? Ora, fermo restando che per me non è certo in un’aula giudiziaria che si può cercare la verità e che ciò che conta è il giudizio politico — e Berlusconi in quanto uomo pubblico va giudicato esclusivamente sotto questo aspetto — la domanda è: che giustizia è mai questa che può mutare a seconda dell’avvocato che hai preso e del giudice che può capitarti di fronte? A me tutto ciò continua ad apparire tragicamente ridicolo. Una giustizia ridicola per un Paese ridicolo.

Il 10 aprile si finisce il mondo

Berlusconi

Un miracolo. Se Silvio Berlusconi dovesse veramente rispettare la legge sarebbe davvero un vero miracolo. Che cioè dovesse veramente scontare la pena per cui è stato condannato dopo un processo lungo 13 anni e dopo venti e più di anni in cui riesce a eludere tutti gli altri numerosi procedimenti giudiziari avviati nei suoi confronti.

Ora, essendo in Italia e non in Germania, aspetterei — prudentemente — il 10 aprile (data stabilita per l’esecuzione della sentenza che risale all’estate scorsa) prima di dare per scontato un miracolo del genere. Non per mettere le mani, ma solo perché conosco certe magiche risorse dell’Italia e degli italiani, io continuo ancora a non crederci.

Fatto sta, se dovesse veramente succedere, si tratterebbe di un evento di portata sicuramente storica. Berlusconi obbligato a rispettare le leggi italiane? Una cosa che solo a dirla fa ridere, tanto sembra inverosimile. Nel qual caso accadesse, davvero si finisce il mondo. Il mondo per come l’abbiamo conosciuto (e sopportato) in questi venti anni.

L’insostenibile, rivoluzionaria, normalità di Pietro Grasso

Pietro Grasso insieme con Silvio Berlusconi

I blog (o meglio ancora i social network per chi ritiene i blog defunti) più dei giornali e delle tv non fanno altro che pescare nel torbido quando c’è di mezzo la politica con i suoi intrighi di basso impero spesso maleodoranti. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti visti i tempi che ci tocca vivere, ormai così infami da rendere semplicemente ridicolo e di per se stesso impraticabile il pur minimo rilievo morale.

Però, proprio perché la situazione è quasi disperata, se non proprio irrecuperabile, non può non far notizia, deve far notizia, una di quelle pur rare volte che le istituzioni ritrovano improvvisamente un’inattesa e sorprendente dignità, prima ancora che il senso dello Stato. È il caso, almeno così a me sembra, del presidente del Senato Pietro Grasso che, sconfessando il parere della relativa commissione, ha deciso di far costituire parte civile il Senato nel processo a Berlusconi per la compravendita dei parlamentari.

Magari Marco Travaglio non sarà d’accordo (come di solito non lo è quando si tratta di Pietro Grasso) e magari sulla prima di oggi del Fatto Quotidiano (che ancora non ho letto) è subito pronto a spiegarci anche il perché, però a me continua ad apparire un gesto addirittura rivoluzionario nella sua ordinaria normalità. Ma anzi, ancora di più rivoluzionario proprio perché è e doveva essere un atto quasi dovuto. Copioincollo allora da una nota ufficiale che

Il presidente ha ritenuto che l’identificazione, prima da parte del Pubblico Ministero poi del Giudice, del Senato della Repubblica italiana quale “persona offesa” di fatti asseritamente avvenuti all’interno del Senato, e comunque relativi alla dignità dell’Istituzione, ponga un ineludibile dovere morale di partecipazione all’accertamento della verità, in base alle regole processuali e seguendo il naturale andamento del dibattimento.

e rimango quasi incredulo nel leggere parole così nude e crude e talmente rivoluzionarie nella loro inequivocabile semplicità che quasi mi commuovo. A questo ci ha ridotto la vita pubblica italiana: a meravigliarci della normalità (quelle poche volte che viene rispettata).

Elettori o complici?

Renzi parla in tv con alle spalle una gigantografia di Berlusconi

Sembra ormai chiaro che la nuova legge elettorale di Renzi e Berlusconi pur non essendo peggiore del Porcellum (non ci voleva tanto) faccia comunque schifo. D’altronde è anche giusto così: se non altro rispecchia, democraticamente, la volontà degli italiani che si riconoscono e si sentono rappresentati da Renzi e Berlusconi. Fatto sta che, come scrive Sandro Gilioli, avremo di nuovo le liste bloccate e

quindi un capopartito può continuare serenamente a far eleggere il suo cavallo – o meglio il suo portaborse, la sua mignotta, il suo ricattatore eccetera – mettendolo in scia a un nome noto e acchiappavoti, magari il suo.

Al che io sarei pure d’accordo come sempre con l’indignazione di Gilioli se non fosse che ultimamente continua ogni volta a ronzarmi in testa sempre più spesso un’inevitabile considerazione. E cioè questa: mica è detto che sia sempre e solo colpa di Berlusconi (o di Renzi) se poi quel portaborse (sconosciuto ai più) del capopartito o la sua mignotta o il suo ricattatore siano votati come se nulla fosse. A mio modo di vedere, insomma, il problema di fondo non è né Berlusconi e nemmeno Renzi, ma il modo assai singolare e pittoresco di concepire la politica da parte di tantissimi italiani. Per così dire all’italiana. Milioni e milioni di elettori che votano a prescindere, avendo quasi equiparato la politica al tifo calcistico.

Certo, mi si potrà giustamente eccepire: ma la tua soluzione allora qual è? L’astensionismo a oltranza? Ma perché, c’è forse un’alternativa? Senza una legge elettorale seria la democrazia in Italia difficilmente potrà liberarsi dalla palude in cui è impantanata da tempo. Votare tanto per votare oltre che inutile diventa anche pericoloso. Nel senso che alla fine, tra un’elezione truccata e l’altra, a forza di mediare si rischia di diventare complici. Come per esempio tutti quelli che dando il loro consenso al Pd pensano veramente di essere ancora di sinistra.

Siamo tutti figli di Berlusconi

Silvio Berlusconi durante un incontro  all'Aquila per il terremotoNon Berlusconi ma il berlusconismo è il vero problema italiano. Il berlusconismo cui siamo riusciti a dare un nome grazie a Berlusconi ma che — sembra un paradosso eppure è così — esisterebbe anche senza Berlusconi. Perfino nella provincia più profonda e meno avvezza alle, diciamo così, raffinatezze della vita contemporanea come l’Abruzzo, il berlusconismo domina incontrastato. E nella sua travolgente e inarrestabile egemonia unisce tutti quanti cancellando ogni differenza. Il berlusconismo è l’unica, inossidabile, ideologia in cui gli italiani credono fermamemte qualsiasi sia il loro grado di istruzione, la loro estrazione sociale o appartenenza politica o di partito.

PESCARA – C’era un contratto sessuale in vigore negli uffici della Regione Abruzzo. Un documento vero e proprio. Lo aveva redatto e sottoscritto – nero su bianco – l’assessore regionale alla Cultura, Luigi De Fanis. E in quel contratto, il politico del Pdl, 53 anni, medico, eletto alla Regione a suon di voti, pretendeva sesso dalla sua segretaria. La donna doveva “stare insieme” all’assessore – è scritto testualmente nel documento – almeno quattro volte in un mese. Per fare “l’amore”. Così è riportato nell’accordo in vigore da diversi mesi. Tutto avveniva in cambio di denaro: trentaseimila euro annui.

Il vero segreto di Berlusconi l’invincibile

Silvio Berlusconi

Penso di aver capito quale sia il segreto di Silvio Berlusconi. Lui è diventato quello che è diventato semplicemente per sfinimento altrui. Fin dai tempi del sequestro delle sue tv a oggi, la sua vera grande forza è quella di ottenere tutto ciò che vuole, lecita o no che sia, per estenuazione. Fisica e mentale.

Ed è quello che sta puntualmente facendo anche adesso chiedendo la revisione del processo Mediaset. Andrà avanti così a oltranza, come sempre ha fatto. Continuerà così fino a quando tutti, giudici compresi, non si faranno sopraffare e lo dichiareranno innocente a prescindere. Ma a una condizione: basta che la smetta.

Perché con Berlusconi — e gli ultimi vent’anni parlano da soli — c’è solo una cosa da fare e secondo me è importante prenderne prima o poi finalmente coscienza. L’unica cosa che si può fare è, semplicemente, arrendersi.

Lente decadenze e passeggere indignazioni

Gad Lerner indignato per il rinvio della decadenza di Berlusconi

Il vero scandalo, titola sul suo blog Gad Lerner, è che slitti a dicembre il voto su Berlusconi. E scrive:

Per chiunque abbia a cuore la certezza del diritto e quindi anche dell’esecuzione della pena, è semplicemente uno schifo la continua politica del rinvio, per calcoli di opportunità non meglio precisabili in pubblico, del voto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi.

Eh no, caro Gad, non ti ci mettere pure tu a far finta di non capire, anche perché non è da te. Secondo me invece il vero scandalo non è Berlusconi, coerente come sempre con se stesso, con la sua storia e perfino con i suoi elettori. No, il vero scandalo è piuttosto il Pd. Il vero scandalo è continuare a prendere sul serio un partito come il Pd. Perché, come fai benissimo a scrivere, “è semplicemente uno schifo la continua politica del rinvio”. Ma non lo è forse anche e soprattutto perché nonostante tutto il Pd, questo Pd, continua ad avere il consenso anche da parte di chi non dovrebbe concederglielo più — abbiamo già rimosso quei 101? — già da parecchio tempo?

Lente decadenze e veloci slitte

Quando le parole non servono più e bastano solo i titoli:

La decadenza di Berlusconi slitta ancora

A tal proposito diceva bene, in un post scritto ieri, Giuseppe Civati e cioé:

Berlusconi è decaduto all’inizio di agosto e il dibattito che dura da tre mesi non ha alcun senso politico.

Infatti. Il Pd però fa slittare ancora l’applicazione della norma sull’incandidabilità, continua a farla slittare.

Ecco, con tutta la stima che ho nei confronti di Civati (lo sosterrei e voterei sicuramente se solo non facesse più parte del Pd) sono sempre più convinto di una cosa. E cioè che Civati non sarà mai eletto segretario del Pd, ma ha certamente buone probabilità di diventare il nuovo Ingrao. Non so però se sia un complimento o una condanna.

E se gli elettori del Pd fossero perfino peggiori dei dirigenti?

Napolitano e Berlusconi

Un paio di sere fa ne discutevo con un mio carissimo amico, un ex dirigente locale del Pci, sul fatto che sarà pur vero che il Pd ormai abbia superato ogni limite di decenza, ma che in fondo i suoi elettori sono secondo me pur sempre di gran lunga migliori del partito. E cioè: secondo me Napolitano e l’attuale segreteria del Pd non possono spingersi talmente oltre fino a tal punto da concedere addirittura l’amnistia anche per i reati fiscali di Berlusconi o a votare contro la decadenza dello stesso. Sarebbe davvero troppo, anche per il più, come dire, flessibile elettore del Pd. Insomma, secondo me Napolitano e i suoi non possono fare una cosa del genere perché lo zoccolo duro dell’elettorato del Pd non potrebbe accettare un simile tradimento. Elettorato che, a parte tutto, comunque è e rimane di sinistra.

Ma è proprio questo il problema, ribatte assai convinto il mio amico. E cioè che per rimanere per così dire di sinistra questi elettori sono stati obbligati a contraddirsi tante di quelle volte che adesso non ci fanno nemmeno più caso. Ragion per cui (volendo ricordare solo alcuni voltafaccia più recenti) dopo l’imboscata a Prodi dei 101, il governo delle larghe intese e la farsa del congresso del Pd rinviato a oltranza con data sempre da destinarsi, perché mai questi elettori cosiddetti di sinistra non potrebbero benissimo anche farsi scivolare come se nulla fosse pure amnistia e salvataggio in extremis dalla decadenza? Emergenza, governabilità, crisi economica, senso dello Stato e bla bla bla: le paroline magiche non mancherebbero per giustificare anche queste ulteriori porcate. Perché no?

Già: perché no? Per quanto mi riguarda rimango sulle mie posizioni e continuo a credere — fiduciosamente — nell’esistenza di un minimo comune senso del pudore oltre il quale chi un tempo faceva e diceva cose di sinistra (chi più chi meno coerentemente) davvero non può andare. Ma ho paura di sbagliarmi, ho paura che possa aver ragione il mio amico che gli ex comunisti li conosce molto meglio di me.

I dubbi di Rodotà sulla nuova maggioranza

Roberto Formigoni di nuovo protagonista della politica nazionale

Roberto Formigoni è tornato nuovamente ad essere protagonista della politica italiana

“Aver sconfitto Berlusconi non vuol dire aver sconfitto il berlusconismo”, dice Stefano Rodotà, in un’intervista sull’Espresso, per niente entusiasta del passaggio da Berlusconi a Formigoni:

“Coloro i quali hanno costituito la nuova maggioranza, i senatori del Pdl – ex o attuali non si capisce – pongono, a mio avviso, una seria ipoteca. Tre nomi: Formigoni, Giovanardi, Sacconi. Ognuno di questi incarna un punto di vista che non penso possa essere di buon auspicio. Formigoni è stato costretto dai suoi a dimettersi, ed è un simbolo del rapporto scorretto tra politica e affari: è questa la linea sulla moralità pubblica della nuova maggioranza?”

E ancora:

“Letta ha vinto e Berlusconi è stato sconfitto, anche se, non posso non notare, che è sembrato più volte sul punto di uscire di scena, ed è poi sempre stato salvato dall’incapacità o dalla scarsa determinazione dei suoi oppositori. Spero non succeda lo stesso questa volta, in cui Berlusconi per la prima volta perde anche i suoi fedelissimi. Bisogna poi sapere che liberarsi da Berlusconi non vuol dire liberarsi dal berlusconismo, dai guasti che ha prodotto, dalla recessione politica e culturale che ha innestato anche a sinistra”.

Sempre ammesso che in Italia esista ancora una sinistra o quantomeno qualcosa di simile.

Palla al centro

Siamo tornati, scrive Alessandro Gilioli, negli anni Cinquanta:

Tutto molto democristiano e tutto molto italiano: un Paese dove il centro ha il cinque per cento dei voti, ma si mangia il 60 per cento del Parlamento.

Bruno Vespa è un giornalista molto sensibile

Vesoa quasi in lacrime per la possibile scissione del Pdl

Vespa quasi in lacrime a “Porta a porta” per la possibile scissione del Pdl

Bruno Vespa è un giornalista talmente sopra le parti che la sola idea di una possibile scissione del Pdl lo commuove a tal punto che stenta quasi a trattenere le lacrime in diretta tv.

La disgrazia nazionale

Giorgio Napolitano

Ebbene sì, anche alla luce degli ultimi eventi si può realisticamente affermare senza ombra di dubbio che Giorgio Napolitano sia il peggiore presidente della Repubblica che l’Italia abbia mai avuto. Per distacco. Una vera disgrazia per il Paese perfino peggiore di Silvio Berlusconi.

 

Memorabile videomessaggio alla nazione di Sabina Guzzanti

Sabina Guzzanti

Sabina Guzzanti nel suo videomessaggio alla nazione

Piaccia o no, stavolta Sabina Guzzanti si è davvero superata. Unico appunto: per finire in bellezza bisognava far partire l’inno di Forza Italia con un bel siparietto di veline sgambettanti tipo Striscia la notizia. Ma vabbè si può sempre migliorare.

Per l’appunto

Come non copiaincollare integralmente un post di Alessandro Gilioli così sinteticamente perfetto?

Quindi, unendo i puntini, è ufficiale e definitivo: negli anni ‘70 e ‘80 Berlusconi ha mediato con Cosa Nostra ospitando in casa un presidio mafioso; nel 1991 ha corrotto un magistrato per portarsi a casa Mondadori; negli anni ‘90 ha ideato un gigantesco sistema per frodare il fisco e accumulare fondi neri all’estero.

E nel 2013 il Pd ha deciso di allearsi con lui.

Se telefonando scopri tutta l’Italia di Giorgio Napolitano

Ad uso e consumo di chi non l’abbia ancora capito o, peggio, faccia ancora finta di non capire. Il problema dell’Italia non è Berlusconi (o l’impresentabile centrodestra italiano) ma piuttosto la sinistra (o presunta tale) che da vent’anni si nasconde dietro Berlusconi. Altro che Berlusconi: magari fosse solo quello il problema. Come spiega Guido Ruotolo, oggi sulla Stampa, il problema, insomma, il vero problema, è l’Italia di Giorgio Napolitano:

Per non dimenticare nessuno, in questi brogliacci si citano: Matteo Renzi, Massimo D’Alema, Romano Prodi, Giuliano Amato, Enrico Letta, Nicola Latorre, Pierluigi Bersani, Piero Fassino. Nomi di una squadra politicamente nota, quella del Pd a vario titolo. Poi ci sono le sorprese del Pdl: Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Daniela Santanché, Guido Crosetto.

Il neo giudice della Corte Costituzionale, Giuliano Amato, il 14 febbraio del 2010 parla con Mussari e gli chiede «se è vera la voce circa la sua candidatura all’Abi, in modo tale da fare qualcosa per sostenerlo». Mussari conferma l’indiscrezione. C’è un’altra conversazione registrata con Amato, il primo aprile di quell’anno. «Mi vergogno a chiedertelo – esordisce il professore Amato – ma per il nostro torneo ad Orbetello. È importante perché noi siamo ormai sull’uso… Che rimanga immutata la cifra della sponsorizzazione. Ciullini ha fatto sapere che insomma il Monte vorrebbe scendere da 150 a 125». Risponde Mussari: «Va bene. Ma la compensiamo in un altro modo». Amato: «Guarda un po’ se ci riesci. Sennò io non saprei come fare. Trova un gruppo». Mussari lo tranquillizza concludendo: «Lo trovo. Contaci».

Il 24 febbraio Piero Fassino chiama Mussari per sapere quando lo potrà incontrare a Roma. Ma il presidente Mps è per una settimana in ferie. «Ricontattami quando rientri per fissare un incontro. Così facciamo un po’ il punto totale».

Se il Pd fosse un partito di delinquenti

Napolitano e Berlusconi, padroni dell'Italia

Napolitano e Berlusconi, padroni dell’Italia

Di fronte allo sfacelo sociale in cui siamo non è più tempo di chiacchiere. A dire la verità non lo è da parecchio tempo. E se il Pd riuscirà a non far applicare la legge e a salvare ancora una volta Berlusconi credo si debba immediatamente organizzare una manifestazione nazionale di protesta per invitare tutti gli italiani onesti (o anche solo di buona volontà) a partecipare in piazza San Giovanni a Roma.

Se Berlusconi dovesse in qualche maniera (con la complicità del Pd) rimanere comunque in Parlamento diventerebbe assolutamente necessario scendere in piazza contro tutti quei delinquenti che vogliono cancellare la democrazia in Italia. Una mobilitazione trasversale ai partiti tipo quella del 2002, quella con quasi un milione di manifestanti, organizzata da Nanni Moretti (già, a proposito, ma che fine ha fatto Moretti…?)  per contestare soprattutto il centrosinistra (o presunto tale) e i loro ormai impresentabili e spesso imbarazzanti dirigenti.

La situazione sta diventando drammatica, soprattutto a causa dell’irresponsabilità al limite dell’eversione di Napolitano e della dirigenza del Pd e gli italiani (quelli seri) devono pur fare qualcosa per far sentire in qualche maniera la loro voce. Bisogna allora dare un segnale forte, occorre mobilitarsi per scongiurare il peggio.

Panebianco e i magistrati da “rieducare”

Il professor Angelo Panebianco

Il professor Angelo Panebianco

Sul Corriere della sera continua l’opera di rovesciamento della realtà. Dopo l’editoriale di ieri firmato da Sergio Romano c’è oggi quello di Angelo Panebianco. Stavolta la tesi, altrettanto singolare, è che la magistratura sia il vero problema della democrazia in Italia perché essendo un potere molto forte e quindi difficile da tenere sotto controllo impedisce a Berlusconi e quelli come lui di fare politica. Ragion per cui bisogna assolutamente riformare la giustizia in modo tale che i magistrati non siano più liberi di indagare come e quando vogliono qualsiasi reato. E soprattutto, sostiene l’editorialista del Corriere della sera, la magistratura va assolutamente “rieducata”. A partire direttamente dalle fonti giurisprudenziali e cioè attraverso una necessaria modifica dei corsi universitari:

Si incida sulle competenze, e sulle connesse «mentalità», di coloro che andranno a fare i magistrati (ma anche gli amministratori pubblici). Si iniettino dosi massicce di «sapere empirico» in quei corsi. Si riequilibri il formalismo giuridico con competenze economiche e statistiche, e con solide conoscenze (non solo giuridiche) delle macchine amministrative e giudiziarie degli altri Paesi occidentali. Si addestrino i futuri funzionari, magistrati e amministratori, a fare i conti con la complessità della realtà. È ormai inaccettabile, ad esempio, che un magistrato, o un amministratore, possano intervenire su delicate questioni finanziarie o industriali senza conoscenze approfondite di finanza o di economia industriale. È inaccettabile che gli interventi amministrativi o giudiziari siano fatti da persone non addestrate a valutare l’impatto sociale ed economico delle norme e delle loro applicazioni. Il diritto è uno strumento di regolazione sociale troppo importante per lasciarlo nelle mani di giuristi puri.

Insomma, secondo il professor Panebianco gli interessi economici devono necessariamente prevalere sul diritto e sui diritti. Non so se definire un’analisi del genere delirante sia passibile di diffamazione, ma resta il fatto che io non trovo altri aggettivi per commentare quello che c’è scritto sulla prima pagina del Corriere della sera.

Panebianco propone per i magistrati una rivoluzione culturale in stile Mao Tse-tung

Sul Corriere della sera oggi Panebianco propone per i magistrati una rivoluzione culturale in stile Mao Tse-tung

Sergio Romano e i veri problemi dell’Italia

Massimo Boldi e Christian De Sica

Due noti editorialisti del Corriere della sera

Quello che conta veramente per l’Italia non è difendere un principio fondamentale della democrazia e cioè che la legge è uguale per tutti, ma garantire in ogni caso e comunque la stabilità politica. È quanto sostiene oggi Sergio Romano sul Corriere della sera. Nella sua paludata e seriosa analisi sui massimi sistemi l’autorevole editorialista invita allora Pdl e Pd a non litigare più (veramente il Pd ancora non dice niente) su una questione così irrisoria rispetto ai veri problemi (sic) del Paese. E cioè che se si tornasse a votare, sostiene con involontaria ma irresistibile comicità Sergio Romano, poi può vincere pure Grillo:

Credono davvero i partigiani del riscatto di Berlusconi che l’Italia moderata, ragionevole e con la testa sulle spalle sia disposta a seguirli in questa nuova avventura elettorale? Credono gli altri che il Pd sia già pronto a un nuovo appuntamento con le urne? Entrambi, dopo il voto, potrebbero scoprire di avere ingrossato le file degli astensionisti e di avere lavorato per il re di Prussia, vale a dire, in questo caso, per il movimento di Beppe Grillo.

Chi difende Berlusconi manifesta contro la democrazia

Un vero Paese democratico non consentirebbe in nessuno modo e per nessun motivo lo svolgimento di una protesta organizzata contro la magistratura. Un vero Paese democratico non consentirebbe a nessuno e per nessun motivo di scendere in piazza per difendere un delinquente.

Io credo che in Italia si sia superato (e da tempo ormai) ogni limite di pubblica decenza perché al di là delle proprie convinzioni politiche ognuno di noi dovrebbe avere il coraggio e la forza di indignarsi di fronte a una manifestazione eversiva come quella di questo pomeriggio a Roma.

Che la situazione stia precipitando senza che le istituzioni facciano niente per impedire l’ormai inevitabile disfacimento della Repubblica lo dimostra il fatto che i media non si sentano minimamente in dovere di alzare la voce contro questo ribaltamento della realtà. Silvio Berlusconi non è una vittima e non è un perseguitato, ma Berlusconi è semplicemente un delinquente. Pure assai pericoloso. E in un Paese civile nessuno si può permettere di scendere in piazza contro la democrazia. Perché questo sta succedendo.

Napolitano, il Pd e il principio di (ir)responsabilità

Berlusconi e Napolitano padroni dell'Italia

L’Italia è ancora una repubblica parlamentare?

Oggi sulla Repubblica con un editoriale intitolato La normalità deviata Stefano Rodotà smonta una volta per tutte l’alibi del principio di responsabilità che Giorgio Napolitano e il Pd stanno usando per giustificare, con la scusa dell’emergenza, qualsiasi porcata del governo delle larghe intese. E lo ribalta. Altro che responsabili, spiega Rodotà. Il presidente della Repubblica, Franceschini e i 101 del Pd sono esattamente il contrario e cioè degli irresponsabili che tengono praticamente in ostaggio il Paese. Come? Con il ricatto dell’emergenza permanente. Ecco perché:

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

MOLTI fatti, in questi giorni, hanno destato scandalo, suscitato proteste, acceso qualche fuoco d’indignazione. Ma non sono il frutto di una qualche anomalia, non rientrano nella categoria delle eccezioni o degli imprevisti. Appartengono a quella “normalità deviata” che caratterizza ormai da anni il funzionamento del sistema politico.
HA corroso il costume civile, accompagna il disfacimento del sistema industriale e la terribile impennata della povertà.
Il caso Alfano è davvero una illustrazione esemplare del modo in cui questa normalità deviata è stata costruita, fino a divenire l’unica, riconosciuta forma di normalità istituzionale. Lasciando da parte la responsabilità oggettiva per fatti di cui non avrebbe avuto conoscenza, bisogna chiedersi quale ruolo giochi la responsabilità politica.
Dove va a finire questa specifica forma di responsabilità quando si adotta questo tipo di argomentazione? Scompare, anzi è da tempo scomparsa, creando una zona di immunità nella quale i titolari di incarichi istituzionali si muovono liberi, quasi estranei alle strutture che pure ad essi fanno diretto riferimento, anche quando il funzionamento di queste strutture produce gravi conseguenze politiche. La responsabilità politica, anzi, finisce con l’essere considerata come una insidia, un rischio. Guai a farla valere se così vengono messi in pericolo la stabilità del governo, gli equilibri faticosamente o acrobaticamente costruiti. Questo particolare tassello della normalità deviata finisce con il rivelare la più profonda distorsione del nostro sistema politico – l’essere ormai prigioniero di uno stato di emergenza permanente. Questo è divenuto l’argomento che inchioda il sistema politico alle sue difficoltà, negandogli la possibilità di sperimentare soluzioni diverse da quelle che, via via, mostrano i loro evidenti limiti, fino a sottrarre alla politica ogni legittimo margine di manovra. Di nuovo la normalità deviata, di fronte alla quale vien forte la tentazione di pronunciare un “elogio della follia politica”, che spesso consente di cogliere i tratti reali di una situazione assai meglio del realismo proclamato. Era davvero imprevedibile quello che sta accadendo, l’intima fragilità delle “larghe intese” che, prive di qualsiasi collante politico, sono in ogni momento esposte a fibrillazioni, ricatti, strumentalizzazioni? È la mancanza di coraggio politico a produrre instabilità. Così non soltanto l’orizzonte dell’azione di governo si accorcia sempre di più, fino a ridursi al giorno dopo. Soprattutto si perde la capacità di operare in modo adeguato alle situazioni di crisi e di ripartire le risorse rispettando le vere priorità, le emergenze effettive. Infatti, si accettano come variabili indipendenti quelle che, invece, sono pretese settoriali o prepotenze di parte. Problemi procedurali a parte, com’è possibile ripartire le scarse risposte disponibili assumendo come tabù intoccabile l’acquisto degli F-35, mentre premono altre e più drammatiche necessità? Com’è possibile inchiodare fin dal primo giorno l’azione del governo intorno alla questione dell’Imu, condizionando l’intera strategia economica per soddisfare una promessa elettorale di Berlusconi, mentre svaniscono quelle del Pd?
In questa normalità sempre più deviata non riescono a trovare posto le vere, grandi emergenze. Mentre si dissolve l’apparato industriale, non vi sono segni di una vera politica industriale. Neppure questa è una novità, perché si tratta di una eredità dei governi Berlusconi e pure del governo Monti, dove quelle due parole venivano liquidate quasi con disprezzo come si facesse cenno a una inammissibile interferenza nel mercato. E da questa ulteriore assenza di politica viene un contributo all’aggravarsi della situazione economica, che ormai deve essere letta partendo dalle cifre impressionati sulla povertà. Le ha analizzate efficacemente e impietosamente Chiara Saraceno, sottolineando pure la necessità di modifiche strutturali, come quelle riguardanti l’avvio di forme di reddito garantito. Un governo blindato, non è necessariamente sinonimo di governo forte e efficiente.
Ma la normalità deviata non la ritroviamo solo nel circuito istituzionale. È dilagata nella società, con effetti perversi che verifichiamo continuamente osservando il degradarsi delle regole minime della convivenza civile. So bene che il caso Calderoli è vicenda miserevole. Ma bisogna ritornarci perché si sono ricordati i precedenti di questo eminente rappresentante della Lega, dalla maglietta contro l’Islam all’annuncio di passeggiate con maiali dove si pensava di costruire una moschea. Nulla di nuovo, allora. Gli insulti alla ministra Kyenge appartengono a questa perversa normalità, accettata e addirittura premiata con incarichi istituzionali. Ma Calderoli non era e non è solo, è parte di una schiera che ha fatto del linguaggio razzista, omofobo, sessista un essenziale strumento di comunicazione, per acquisire consenso e costruire identità. E infatti, per giustificarlo, si è detto che le sue erano parole da comizio, dunque legittime, senza rendersi conto dell’enormità di questa affermazione: la propaganda politica può travolgere il rispetto dell’altro, negandone l’appartenenza stessa al comune genere umano, pur di arraffare un miserabile voto.
Ma era una battuta, si è detto. Lo sentiamo dire da anni, senza che questa pericolosa deriva sia mai stata contrastata seriamente da nessuno. Anzi, è stata sostanzialmente legittimata da due categorie – i realisti e i derubricatori. Innocue quelle battute, derubricate a folklore, a modo per avvicinare il linguaggio della politica a quello dei cittadini. Ma il linguaggio è strumento potente e impietoso, e oggi ci restituisce l’immagine di una società degradata, nella quale sono stati inoculati veleni che l’hanno drammaticamente intossicata. Inutili moralismi, ribattono i realisti, che guardano alla Lega come forza politica, addirittura come una “costola della sinistra”. Ma una cosa è considerare la rilevanza politica di un fenomeno, altro è accettarne ogni manifestazione, rinunciando a contrastare proprio ciò che frammenta la società, ne esaspera i conflitti.
Altre deviazioni potrebbero essere ricordate. E tutto questo ci dice che, per tornare ad una decente normalità, serve una innovazione politica profonda, che esige altre idee e altri soggetti.