Archivi tag: Paolo Sorrentino

Se a Cannes vincono i raccomandati

Joel ed Ethan Coen

Joel ed Ethan Coen

Curioso (a dire poco) post di Piera Detassis – Avevamo tre assi come Moretti, Sorrentino e Garrone e li abbiamo lasciati da soli sulla Croisette – su come funzionano i festival (di cinema, ma non solo) e si assegnano i premi:

In questi momenti post-Cannes, mentre ci suturiamo le ferite, c’è una frase sconveniente che torna alla mente e che per pudore respingiamo: fare lobbying. Sì, lo so, è brutto da dire, ma è proprio quel che manca al cinema italiano. Tradotto significa incapacità di “fare sistema”, potere diplomatico assente (nonostante i tanti metri quadri di Italian Pavilion al Majestic con giochi di luce e caleidoscopio) per sostenere con forza i nuovi autori e i nuovi produttori che portano nel mondo le nostre eccellenze.

Quindi, se Moretti, Sorrentino e Garrone vincono, quando vincono, in quel caso significa che sono stati sufficientemente “raccomandati”. Giusto? Altrimenti non si capisce perché il ragionamento non dovrebbe valere anche al contrario, quando cioè sono gli altri a perdere.

Perché sì, il problema secondo me è che sostenendo una cosa del genere – sia pure con il nobile intento di difendere l’orgoglio ferito di Moretti, Sorrentino e Garrone – in realtà Piera Detassis non fa altro che (mi si passi il termine quanto mai calzante) sputtanare non solo Cannes, ma ahimé anche quanti – come appunto Moretti, Sorrentino e Garrone – accettano di partecipare a simili competizioni.

Che poi sarebbe anche interessante sapere cosa ne pensano i fratelli Coen che, stando sempre al ragionamento di Piera Detassis, in quanto presidenti di giuria (e quindi incapaci di fare di testa loro) invece di Moretti, Sorrentino e Garrone avrebbero premiato – se tanto mi dà tanto – i “raccomandati”. O no?

Annunci

La grande bellezza, un tentato capolavoro

La locandina di La grande bellezzaLeggero e a tratti pure divertente, questo sì. E quindi decisamente piacevole da vedere. Con il difetto però di avere in certi momenti un retrogusto pretenzioso di chi tiene quasi a sottolineare che non è un film come tutti gli altri ma, forse, è il film. Se magari Paolo Sorrentino si fosse lasciato andare di più e avesse insistito maggiormente sulla piega autoironica e allo stesso tempo grottesca forse La grande bellezza poteva benissimo diventare il film memorabile che invece, a una prima visione, non mi è sembrato. Un buon film, ma non uno di quelli che non si dimenticano, non un capolavoro.

Un film su Roma come genere narrativo, città ossimoro per definizione. Bellissima e allo stesso tempo decadente, lieve e greve, allegra e cupa, umana e cinica come poche e che concentra (o almeno dovrebbe) su di sè qualità (poche) e difetti (tanti) dell’italico spirito. Un film su Roma e, in particolare, sulle notti romane, che si trascina languidamente da una festa all’altra e che fa inevitabilmente il verso a La dolce vita di Fellini (ma secondo me pure a certe situazioni e a certi dialoghi di Moretti) senza però riuscire mai a tenere insieme il tutto. Alla fine, insomma, la sensazione è quella di una certa incompiutezza che nulla toglie però alla grande forza delle immagini e alla consueta superba interpretazione di Toni Servillo.

Voto: 6,5

Il senso della vita secondo Tony Pagoda. Copioincollo da Tony Pagoda e i suoi amici di Paolo Sorrentino:

Copertina di "Tony Pagoda e i suoi amici"La vita, diciamo la verità, è proprio infame. Da bambino, ricordi tutto, ma non hai niente da ricordare. Da vecchio, non ricordi nulla, ma avresti fiumi di cose da far accomodare sul tavolino della nostalgia. Ti si spappola tra le dita, come la brioche secca di tre giorni fa, la memoria dei momenti altisonanti. Tutto si fa consuetudine inerte. Quando il vecchio piange, non ricorda perché piange. Quando il bambino piange, è perché desidera momenti altisonanti che non ricorderà.  La vita è un’invenzione un po’ del cazzo. Ci hanno buttato laggiù, per farci interagire. Per farci scoppiettare il cuore a contatto con tizio, caio e il tramonto e poi, puf, tutto sfuma negli ingorghi della dimenticanza. Allora ci si inventa le peggio cose per raccontarsela diversamente. Si chiama allenamento alla disperazione. L’attitudine del miserabile: nobilitare il residuo, tramandare l’intramandabile. L’umanità, dunque, è miserabile. Non si discute su questo. Eppure, non è stato inventato ancora niente di meglio. Perché, quando si palpita, si palpita. Tutte le emozioni della vita non hanno senso. Si addizionano tra loro, incongrue, per accumulo. Compongono la vita, come una lista della spesa. E questo, infine, è il senso.
“È pochino,” dicono tutti gli altri.
“Questo passa il convento,” diceva solo mia madre, che c’era stata veramente in convento.

Paolo Sorrentino, Tony Pagoda e i suoi patetici amici

La copertina di "Tony Pagoda e i suoi amici" Al netto della sua particolare capacità di saper raccontare profili umani sulla base di una frase, un’abitudine o anche solo a partire da un semplice tic, Paolo Sorrentino è indubbiamente bravo. E, sulla scia del grande successo ottenuto con il folgorante romanzo d’esordio Hanno tutti ragione, il suo secondo libro Tony Pagoda e i suoi amici (raccolta di incontri con vecchi e spesso scoglionati ex grandi protagonisti dello spettacolo) di sicuro non tradisce le aspettative.

Il suo logorroico, disincantato e autoironico alter ego colpisce ancora, così come funziona l’idea di mettere insieme una serie di ritratti assai personalizzati (a me sono piaciuti più di tutti due in particolare: quello di Berlusconi che viene ribattezzato per l’occasione “Fabietto” e quello del mago Silvan) di alcune icone della storia della tv italiana. Ritratti a metà tra complicità e commiserazione, ma il cui registro complessivo vira quasi sempre verso il patetico.

Grande padronanza di stile, indubbia abilità nel saper cogliere (e raccogliere) in un dettaglio un’intera vita, discreta autorevolezza da narratore esperto e navigato nel riuscire a tenere sempre alta l’attenzione. Su questo non si discute. Il risultato, insomma, è decisamente molto simpatico e assai carino, ma il problema  è che poi secondo me uno non può fare a meno di chiedersi quello che mi sono chiesto fin dalle prime pagine e continuo ancora a chiedermi senza riuscire a darmi una risposta plausibile: e quindi?

Voto: 6½

Perché This Must Be The Place è un gran bel film

Un'inquadratura di This Must Be The Place di Paolo Sorrentino
In un film ognuno vede quello che gli pare e io in This Must Be The Place ho visto molte cose che conosco. Sarà anche per questo motivo, non soltanto per la sua bellezza visionaria, per l’originalità della storia e per l’interpretazione grandiosamente contenuta e sottotraccia di Sean Penn, che il nuovo film di Paolo Sorrentino a me è piaciuto. E parecchio. Così come mi piacerebbe rivederlo di nuovo, ma stavolta in originale (qui il trailer) per apprezzare ancora di più il Cheyenne-pensiero, la lucida ma irresistibile disperazione di una triste e annoiata rockstar in disarmo, un personaggio davvero memorabile creato da Sorrentino e a cui Penn ha dato altrettanto memorabilmente l’anima.

Magari a qualcuno This Must Be The Place potrà sembrare un po’ algido e con una trama esile esile, ma non è così. Cinema di sguardi e silenzi in cui il non detto è più importante delle parole, il film di Sorrentino si sostiene principalmente sulla forza delle immagini. Dove anche un tic o un piccolo movimento del corpo – un dettaglio su tutti, quando per esempio il fragile e ipersensibile Cheyenne-Sean Penn tradisce la propria insofferenza soffiando leziosamente (e invano) sulla ciocca di capelli che sistematicamente gli si para davanti agli occhi – pesano quanto se non più dei dialoghi.

Il film è un road movie – ancora un altro road movie? Sì, ma un road movie autoironico e dissacrante, un road movie insomma alla Sorrentino – che è un pretesto per  parlare di quanto la vita si riveli maledettamente deludente, a cominciare dai rapporti umani e dalle incomprensioni che spesso e volentieri generano. Deludente e spesso, quando ci si mette, anche stupida. E contro la stupidità del mondo davvero si è tutti disarmati e non rimane allora nient’altro da fare che opporre una stoica e distaccata rassegnazione. E come dice con un filo quasi impercettibile di voce Cheyenne, ogni volta che le cose non vanno come dovrebbero: «Qualcosa mi ha disturbato. Non so che cosa, ma mi ha disturbato».