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Se gli intellettuali di sinistra scoprono solo adesso che il Pd – ma pensa un po’ tu – non è di sinistra

De Mauro ha scoperto che il Pd non è di sinistra

Mi fa piacere che autorevolissimi giornalisti, stimati politologi e apprezzati editorialisti scrivano e dicano — ora — quello che il qui presente blog sostiene da anni. Via Malvino, ne cito, a caso, uno dei più bravi e attendibili come Giovanni De Mauro:

Il Partito democratico non è più un partito di centrosinistra. Gli ultracorpi democristiani hanno avuto la meglio. Il Pd è ormai un partito moderato, saldamente ancorato al centro, blandamente attento ad alcuni temi sociali. Pronto ad allearsi con la destra di Silvio Berlusconi in nome della “situazione d’emergenza”.

Sono proprio contento che anche il direttore di un settimanale prestigioso come Internazionale, come d’altronde tanti altri suoi famosi colleghi, la pensi come me. Son soddisfazioni, mica no. Sono proprio contento che mi diano finalmente — era ora — ragione. Ma non ci credo. No. Non credo proprio al fatto che se ne siano accorti solo ora. Non ci credo perché innanzitutto farei un torto alla loro intelligenza prima ancora di prendere in considerazione una certa onestà intellettuale che dovrei dare per scontata.

Non ci credo perché appena pochi mesi fa quegli stessi intellettuali di sinistra erano tutti in fila per votare alle primarie del Pd. E c’erano proprio tutti, ma tutti tutti (qui un elenco anche se molto parziale abbastanza indicativo) compresi anche, che so, Nanni Moretti e Michele Serra, due simboli cioè indiscussi della sinistra, come dire, che più intellettuale e più di sinistra non si può.

Solo pochi mesi fa i migliori rappresentanti dell’Italia di sinistra hanno sostenuto e votato il Pd, lo stesso Pd che adesso dicono di non riconoscere più. Eppure, a parte il povero Bersani diventato improvvisamente il capro espiatorio di tutto e tutti, quelli del Pd sono sempre gli stessi. Dove sta allora la differenza? O, scusate, forse sarebbe meglio dire dove sta la convenienza?

La dichiarazione di voto per il Pd di Nanni Moretti

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Il delitto perfetto (13)

Massimo D'Alema e Silvio Berlusconi in una foto d'epoca

Come fa opportunamente notare Rudi Ghedini, se la Cassazione ha stoppato il tentativo di trasferire i processi da Milano è pur vero che con la morte di Giulio Andreotti ora si libera un posto da senatore a vita.

Se fanno senatore a vita Berlusconi sarebbe di fatto l’ultimo tassello mancante di una storia della Repubblica che non ci hanno mai raccontato, una storia decisamente tutta da rivedere e da riscrivere e sicuramente diversa, decisamente diversa da come hanno voluto far sembrare.

Se fanno senatore a vita Berlusconi bisognerà allora rivedere un po’ di giudizi nei confronti non tanto del centrosinistra di questi ultimi 20 anni ma del Pci in tutta la storia repubblicana. Bisognerà insomma cominciare a capire — una volta per tutte — che cosa sia stato veramente il Pci e chi sono stati in realtà i loro massimi dirigenti.

Se fanno senatore a vita Berlusconi ci si augura insomma che qualche magistrato si faccia coraggio e decida finalmente di aprire opportune inchieste non soltanto sugli intrallazzi di Berlusconi ma anche verso coloro che hanno difeso e protetto Berlusconi non da 20 ma da quasi 40 anni a questa parte.

Se fanno senatore a vita Berlusconi per quanto mi riguarda tutto — finalmente — tornerebbe. E i fatti darebbero perfettamente ragione a quell’adolescente che a volte si vergognava al solo pensiero di sospettare che forse la colpa era tutta del Pci.

Se fanno senatore a vita Berlusconi sarebbe la mia personalissima quanto sofferta pacificazione non solo politica ma, per uno come me da sempre abituato a mettere la politica sopra ogni altra cosa, oserei dire esistenziale.

Enrico Berlinguer e Giorgio Napolitabo in una foto d'epoca

Enrico Berlinguer e Giorgio Napolitano in una foto d’epoca

Il delitto perfetto (12)

D'Alema e Berlusconi in una foto d'epoca

Ce ne hanno messo di tempo, quasi vent’anni, ma alla fine ce l’hanno fatta. Vent’anni dopo, centrosinistra e Berlusconi nello stesso governo e finalmente non più di nascosto. Un unico grande governo di un unico grande partito. Ma solo, si intende, per il bene dell’Italia. E ora tutti a Villa Wanda a intervistare nonno Licio.

Se Grillo perdona i “disobbedienti”

Grillo torna a parlare dell’elezione di Grasso e se credo di aver interpretato bene le sue parole lo fa con toni meno drastici e decisamente più distensivi. Sembrerebbe insomma aver perdonato per questa volta i “disobbedienti” e in tal caso si tratterebbe secondo me veramente di una buona notizia.

Tra l’altro le sue considerazioni non fanno una piega, anche se le analisi fatte a posteriori sono sempre molto più semplici e più chiare delle decisioni che devono essere prese sul momento:

I capricci di Monti che voleva diventare presidente del Senato, ma è stato costretto a prolungare il suo incarico di presidente del Consiglio e per ripicca aveva minacciato di votare Schifani era una pistola scarica. I giochi erano già fatti per mettere in difficoltà il MoVimento 5 Stelle. Qualcuno, anche in buona fede, ci è cascato. Lo schema si ripeterà in futuro. Berlusconi proporrà persone irricevibili, il pdmenoelle delle foglie di fico. Il M5S non deve cadere in queste trappole.

Magari adesso sembra evidente che Monti non avrebbe potuto votare Schifani, ma non lo era al momento del ballottaggio. Per il resto, non c’è niente da eccepire quando richiama il gruppo parlamentare al necessario e indispensabile rispetto delle regole:

Comunque, il problema non è Grasso. Se, per ipotesi, il gruppo dei senatori del M5S avesse deciso di votare a maggioranza Grasso e tutti si fossero attenuti alla scelta, non vi sarebbe stato alcun caso.
In gioco non c’è Grasso, ma il rispetto delle regole del M5S.

Mi sembra sia un chiarimento dovuto e necessario. Avanti così. C’è assoluto bisogno di un Movimento 5 Stelle unito per stanare il Pd dal suo autolesionistico (e sempre perdente) arroccamento centrista e moderato e per permettere così a Bersani di rilanciare a sinistra. Sempre di più e, si spera, sempre meglio. Perché se è vero che Grillo non gli voterà mai la fiducia è altrettanto indiscutibile che l’anima democristiana del Pd sia ormai irrimediabilmente in fuorigioco. E, qualora dovesse fallire l’opera di delegittimazione del M5S, quello che sta succedendo a D’Alema secondo me potrebbe succedere in un prossimo futuro anche al rottamatore (sic) Matteo Renzi.

Il delitto perfetto

Una foto d'epoca di Berlusconi con D'Alema

In Italia si è avverato un sogno e cioè il pareggio che tutti, D’Alema per primo, sognavano. Così ora Berlusconi è l’alibi di Bersani e Bersani è l’alibi di Berlusconi. Ora, finalmente, potranno fare tutto quello che vogliono senza dover giustificarsi con i rispettivi elettori e, soprattutto, senza nemmeno avere tra i piedi Monti. Insomma, veramente il massimo.

La sinistra che rimuove la realtà

La Concordia simbolo dell'Italia attuale

La Concordia simbolo dell’Italia attuale

A proposito di elezioni e di programmi elettorali mi sento di condividere in pieno l’analisi politico-economica, secondo me assai convincente per sintesi e lucidità, di Rudi Ghedini:

È possibile che si possano rinegoziare gli impegni presi con l’Europa, ottenendo qualche margine per scelte espansive, a partite dal calo delle tasse sul lavoro e sulla produzione, e da qualche appalto pubblico in grado di rilanciare un po’ di domanda interna.
Ma è inutile fingere che ci siano un’Agenda Bersani o un’Agenda Ingroia o un’Agenda Grillo alternative all’Agenda Monti: qualcuno sa che farà l’opposizione, altri sono convinti di vincere, tutti giocano con le parole. In particolare, il Pd e Sel sanno che l’Agenda Monti non ha alternative, ma non possono dirlo alla loro gente, cercano voti e spargono illusioni.
Avete sentito Bersani dire dove intende tagliare la spesa pubblica? Come intende riformare il lavoro? Come si propone di sburocratizzare lo Stato? Con quali risorse agirà sulle più evidenti distorsioni della riforma delle pensioni?

Giusto parlare di “equità” da garantire nella crescita, e di lavoro qualificato e stabile, e di sviluppo ambientalmente sostenibile. Diventano parole vuote, se non si indicano con precisione i tagli alla spesa, unica via per liberare risorse e offrire allo Stato qualche occasione di investimento.

L’irriducibile anima stalinista dell’ex compagno Pietro Ichino

Pietro Ichino travestito da quaglia

Comunque la si voglia mettere un cosa è sicura: chiaramente sempre e solo politicamente parlando, Pietro Ichino è — e io su questo devo dire non avevo mai avuto dubbi — un cialtrone. Assolutamente indifendibile, almeno secondo me, per la sua pretesa discontinuità (sic) con la politica del passato.

Paradossalmente ma fino a un certo punto, Ichino continua ad essere coerente con la sua storia di arrivista, termine decisamente in disuso perché poco elegante e ormai privo di significato, ma che a me continua a piacere molto. Un arrivista alla, per capirci subito, Giuliano Ferrara.

Quelli come Ichino o Ferrara da un po’ di tempo ora li chiamano, con una certa dissimulazione, decisionisti. Ma in realtà sono semplicemente né più né meno che degli stalinisti particolarmente egocentrici. Della serie il fine giustifica — sempre — i mezzi e chi non mi capisce è contro di me. Stalinisti (o decisionisti se vi suona meglio) quali sono sempre stati e rimangono. Stalinisti dentro, stalinisti per sensibilità e per educazione, stalinisti sempre. Al di là delle casacche che di volta in volta si indossano o conviene indossare.

Ichino, il Pd e chi dovrebbe scusarsi per il tradimento

Quaglia

Sopra nella foto, Pietro Ichino

Su Twitter c’è chi sostiene che Pietro Ichino dovrebbe chiedere scusa per aver tradito i sostenitori del Pd. Secondo me invece chi si deve scusare con gli elettori delle Primarie è proprio il Pd.

(A occhio, mi sembra di capire che il salto della quaglia non sia compreso tra le priorità previste dal piano di rottamazione dei rottamatori…)

Sbaglierò, ma secondo me il decreto legge aiuta solo Riva

Emilio Riva

Emilio Riva, padrone dell’Ilva e di Taranto

Sicuramente sbaglierò e sarò pure prevenuto, non dico di no, ma è più forte di me: non credo al decreto legge del governo Monti sul dissequestro dell’Ilva di Taranto. Non credo cioè che il decreto legge potrà mai obbligare – veramente – la famiglia Riva a fare le opere di bonifica. L’unica che poteva costringere i Riva a farlo – forse – era la magistratura. Sicuramente sbaglierò e sarò pure prevenuto, non dico di no, ma ora che la magistratura è stata scavalcata dalla politica secondo me l’Ilva di Taranto continuerà a inquinare come e più di prima. Perché secondo me il decreto legge del governo Monti potrebbe avere – a occhio – tre possibili effetti. E cioè:

  1. Dilazionare nel tempo l’impegno di fare le opere di bonifica.
  2. Proteggere l’Ilva di Taranto da eventuali altre denunce e sequestri per inquinamento.
  3. Rendere ancora più forte il ricatto occupazionale.
Il presidente del Consiglio Mario Monti

Il presidente del Consiglio Mario Monti

Come le leggi ad personam di Silvio Berlusconi il decreto legge del governo Monti sul dissequestro dell’Ilva di Taranto cancella di fatto (ancora una volta) il diritto in Italia e pone una famiglia di industriali, la famiglia Riva, chiaramente al di sopra della legge, che (ancora un volta) non è uguale per tutti. E a sancirlo stavolta non è Berlusconi ma Mario Monti, che finalmente getta la maschera di tecnico prestato alla politica per salvare le sorti del nostro disgraziatissimo Paese e si rivela invece per quello che veramente è e cioè tutto tranne che un economista al di sopra delle parti. Per la serie il conflitto di interessi non lo ha certo inventato Berlusconi.

Il ministro dell'Ambiente Corrado Clini

Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini

Secondo me si tratta di un’altra pagina orrenda della nostra Repubblica, ancora più brutta perché è stata scritta anche grazie alla complicità di tutte le istituzioni, con l’immancabile silenzio-assenso dei media. Che dovrebbero come minimo farsi – e fare – almeno una domanda: che succede se non tra due ma tra quattro anni la famiglia Riva non avrà ancora eseguito le opere di bonifica? O qualcuno è davvero così ingenuo da credere che il Garante che sarà nominato per verificare l’esecuzione dei lavori servirà veramente a qualcosa?  O, peggio ancora, qualcuno è davvero così ingenuo da credere alle promesse di un ministro dello Sviluppo come Corrado Passera che di lavoro fa il banchiere quando dice che in caso di inadempienza la famiglia Riva potrebbe essere espropriata? Siamo seri, per favore. Che succederà, allora, tra quattro anni se tutto sarà rimasto esattamente come adesso senza che nessuno – per decreto legge – potrà più nemmeno protestare? Mentre magari, nel frattempo, dopo aver già messo al sicuro i profitti i Riva potrebbero aver aperto un’altra acciaieria in un paese qualsiasi dell’Est? Certo, il mio è chiaramente un processo alle intenzioni. In Italia però fidarsi è troppo spesso un lusso insostenibile. Perché a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

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L’Ilva, il liberismo e la sinistra all’italiana

Il liberismo (sic) all’italiana del governo Monti che per non essere da meno da Berlusconi fa una legge ad personam (e a spese nostre) per salvare l’Ilva di Taranto dalle sue responsabilità penali e dall’obbligo morale e civile di eseguire le opere di bonifica e la sinistra all’italiana che non vede, non sente e non dice niente. Al massimo intasca i soldi della famiglia Riva. Marco Travaglio chiude così il suo duro ma (secondo me) inappuntabile editoriale sul Fatto Quotidiano di oggi:

È di sinistra andare ogni anno in pellegrinaggio al Meeting di Cl? È di sinistra raccomandare i “capitani coraggiosi” Colaninno & C. per la scalata Telecom? È di sinistra sponsorizzare la fusione Montepaschi-Bnl dal governatore Fazio? È di sinistra difendere Fazio, beccato a favorire Fiorani e gli altri furbetti? È di sinistra raccomandare Gavio all’amico Penati per gli affari autostradali della Serravalle? È di sinistra esentare le chiese dall’Ici? È di sinistra parlare di ambiente e lavoratori a telecamere accese e poi, girato l’angolo, prender soldi dal padrone della fabbrica più inquinante d’Europa? Viene in mente Flaiano: “Non sono  comunista perché non me lo posso permettere”.

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Se il mago Casini ipnotizza con un gioco di prestigio Bersani

Casini ipnotizza Bersani con un gioco di prestigio

A me la sola idea che Pier Ferdinando Casini venga considerato il più furbo di tutti fa veramente ridere. Cioè, se il più astuto è il leader dell’Udc, figuriamoci gli altri. Per non parlare di Pier Luigi Bersani. A proposito della nuova legge già ribattezzata Cicciobellum in onore del suo proponente Francesco Rutelli, copioincollo da Pubblico oggi in edicola:

«Pier», se rimane il Porcellum, ha tutto da perdere. Perché il tandem Pd-Sel, se riesce ad avere una maggioranza di una ventina di senatori (alla Camera sarebbe blindata), potrebbe fare a meno di «moderati» della casiniana Lista per l’Italia. E perché i sogni di gloria del Monti bis, che per l’Udc rimane un obietivo dichiarato, andrebbero  immediatamente a farsi benedire.

Al contrario, con Cicciobellum proposto da Rutelli e approvato in commissione Affari costituzionali del Senato martedì, la musica cambia. I «progressisti» non  aggiungerebbero l’asticella del 42,5 necessaria per incassare un premio di coalizione del 12,5. E il Monti bis – è l’unanime riflessione del gabinetto di guerra democratico – sarebbe lì, a portata di mano. Anche se il segretario, pubblicamente, è costretto a sostenere il contrario («È impossibile immaginare che da questa palude venga fuori un Monti bis»).

È a quel punto della riunione, prima che il gabinetto di guerra si divida tra falchi (che vogliono andare a un muro contro muro) e colombe (che sono per la trattativa con Pdl e Udc), che Bersani riprende la parola: «Non possiamo permetterci di passare per quelli che vogliono il Porcellum. Per questo, dobbiamo trattare. Che abbassino la soglia per avere il premio di maggioranza al 40. Ma devono garantirmi che, se questo premio non lo raggiunge nessuno, la migliore lista, e cioè la nostra, deve avere un premio tutto suo del 10 per cento». La partita rimarrebbe complicata. Ma una strada per raggiungere Palazzo Chigi, per «Pier Luigi», ci sarebbe ancora. Anche se tutta in salita.

D’Agostino e i poteri storti

Roberto D'AgostinoCome dare torto al sempre più “alternativo” Roberto D’Agostino, intervistato da Malcom Pagani sul Fatto Quotidiano oggi in edicola, quando dice che

“I giornaloni, detenuti dai poteri storti fingono di indignarsi, attaccando i ladri di elemosine, la banda Bassotti dei Maruccio e dei Fiorito che rubano nel piattino della cieca, ma non indagano sul potere economico. Guardi come sono trattate Banca Intesa, Unicredit, Mediobanca, Bpm o la cessione di Antonveneta. C’è da capirli. Mejo occuparsi dei rubagalline che mettere il dito nella piaga: rischiano di non uscire. Se Stella e Rizzo, invece di affrontare la Casta dei morti di fame, si fossero concentrati sull’acquisizione di Recoletos da parte di Rcs, forse il gruppo starebbe meglio”.

E, ancora, sempre in tema di giornalismo ai massimi livelli:

“Sul tema, mi appassiona il Barcellona-Real di carta tra Repubblica e il Foglio. Da un lato, Serra, Aspesi ed Eco impegnati a tagliare la cotica e a disegnare la palingenesi etica partendo dalla Milano degli anni d’oro. Dall’altro il cinismo churchilliano, la politica sangue e merda, l’antico patto fondante col Male di Ferrara. Dissento da entrambi. A Eco, vicepresidente di una società bibliofila governata da Dell’Utri, mi piacerebbe ricordare che ha, oltre a Napolitano, un altro presidente. A Ferrara che non si può accettare in toto la provocazione del ‘tutti ladri’ o per uscire di casa servirà la pistola. Di certo, Giuliano ha letto i 5 libri che darei a mio figlio per spiegargli cosa siamo. La Divina Commedia, il Prìncipe, i Promessi Sposi e il Gattopardo e Fratelli d’Italia di Arbasino, uno che sul trionfalismo retorico ha detto il suo. Crisi morale? Siamo sempre dalle sue parti. Vecchie solfe”.

Le solite cose, certo. Ma almeno senza far finta di non vederle. E dopo il raffinato e coltissimo Alberto Arbasino forse il testimone potrebbe passare nelle mani del sempre più “alternativo”, segno forse dei tempi, D’Agostino? Così siamo messi? Mah…

Intervista a D'Agostino

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Gad Lerner: chi ci difende dalla Fiat?

Monti con Marchionne e Elkann

La Fiat, scrive Gad Lerner oggi sulla Repubblica (editoriale che può essere letto anche qui sul blog del giornalista) ha preso per il culo il governo e l’Italia. La Fiat ci ha presi tutti per il culo per essersi rimangiata la parola a proposito delle promesse d’investimento fatte a suo tempo soltanto con lo scopo di ottenere aiuti e agevolazioni. E, cosa ancor più grave, la Fiat prende per il culo il Paese anche grazie al silenzio-assenso del governo:

Se il precedente governo di destra assecondava per convenienza politica la prova di forza della Fiat, e gli stessi dirigenti del Partito Democratico hanno rivelato sudditanza psicologica nei confronti della presunta “modernità” di Marchionne, l’attuale premier e i suoi ministri tecnici appaiono invece prigionieri di una sorta di integralismo accademico: le aziende devono essere lasciate libere di seguire il loro mercato; investano dove meglio credono; e il governo resti un passo indietro.Gad Lerner
Bel risultato. La rinuncia a pretendere una politica industriale concordata si è sposata così all’applicazione ideologica della dottrina secondo cui i posti di lavoro si salvano concedendo maggiore flessibilità all’azienda. E’ falsa l’equazione “meno diritti uguale più lavoro”, come la storia si è già incaricata di dimostrare, non solo in Italia. Ma proprio lo stesso giorno in cui la Fiat preannunciava la cancellazione degli investimenti promessi, Monti ribadiva questa sua antica certezza: indicando lo Statuto dei Lavoratori, peraltro già modificato per facilitare i licenziamenti, come ostacolo alla crescita dell’occupazione.

Stando così le cose, Lerner non può fare a meno di chiedersi:

Nel capitalismo anglo-sassone spesso evocato come esempio da seguire, gli azionisti beneficiati da grandi profitti adoperano la parola “restituzione” per indicare le modalità attraverso cui intendono onorare il debito morale contratto con la società in cui si sono arricchiti. Avvertono uno stimolo del genere gli azionisti Fiat nei confronti dell’Italia, di cui sono stati per oltre un secolo classe dirigente? E il governo che pare come ammutolito di fronte alla disperazione sociale, Passera che da banchiere contribuì a salvare la Fiat e ora traccheggia al cospetto della realtà del lavoro penalizzato, vorrà finalmente cimentarsi nell’apprendistato della politica? Chi inchioderà la Fiat alle sue responsabilità storiche, scoprendo che un governo dispone di leve efficaci se vuole farsi dare retta dai capitalisti?

Di sicuro non certo Casini, non certo Bersani, non certo Renzi.

Se improvvisamente emergenza economica e spread scompaiono

Mario Monti

Il Parlamento va in ferie per un mese e improvvisamente l’emergenza economica non c’è più. A quanto pare va in ferie pure lei. Va in ferie l’emergenza e va in ferie pure lo spread. Improvvisamente, impegni e problemi improcrastinabili fino a poche ore prima e la cui risoluzione era una questione di vita e di morte per l’Italia ora non lo sono più. Con ogni probabilità si sono miracolosamente risolti da soli. Possiamo insomma tirare un sospiro di sollievo e rilassarci, almeno fino a settembre. Andiamo, non è meraviglioso tutto ciò?

Se D’Alema e Casini fanno le stesse interviste

Massimo D'Alema e Pier Ferdinando Casini

D’Alema e Casini insieme nel segno di Mario Monti. Nelle due interviste di oggi — D’Alema sul Corriere della sera (qui il link) e Casini sulla Repubblica (qui il pdf) — l’alleanza è servita. Dicono le stesse cose su Monti (ritenuto solido punto di riferimento e collante dell’alleanza tra moderati e progressisti) e su Nichi Vendola (qui intervistato dal Manifesto) e Di Pietro contrari alla svolta a destra. Se Vendola vuole, a certe condizioni si intende, ha ancora la possibilità di accodarsi. Ma Di Pietro (dicono usando quasi le stesse parole D’Alema e Casini) proprio no. E la colpa, dicono sempre in coro D’Alema e Casini, è solo sua, di Di Pietro e nessun altro, dal momento che si è permesso (vedi un po’ tu) di criticare perfino il presidente della Repubblica. Dice infatti D’Alema nell’intervista sul Corriere della sera:

“È Di Pietro con i suoi attacchi continui contro il partito, le istituzioni, il Quirinale, che si mette in una posizione difficilmente compatibile con una seria prospettiva di governo”.

Mentre Casini dice nell’intervista sulla Repubblica:

“Lui si è messo al margine con attacchi dissennati e ripetuti al presidente della Repubblica e anche al Pd”.

E sempre a proposito della lite in famiglia, Casini si tira fuori specificando che non è lui a pensarla come il Pd, ma è piuttosto il Pd a pensare le stesse cose dell’Udc. E, quindi, conclude beffardo Casini, Vendola se la deve prendere con il Pd e non certo con lui:

“Capisco il disagio di Vendola e Di Pietro, ma non riguarda Casini. Riguarda piuttosto le scelte politiche del Pd in Parlamento, scelte che loro non condividono”.

Questo, insomma, il futuro che ci aspetta. Quello che fortissimamente voleva, e non da ora, D’Alema. Difficile pensare si possa più tornare indietro: i giochi sono fatti. Da qui — dall’accordo politico con uno dei partiti più clientelari e affaristici del centrodestra — si riparte per aprire un’altra nuova imbarazzante pagina della sinistra italiana, che ormai non è più nemmeno possibile definirla tale.

E poi c’è chi ancora si stupisce del fenomeno Beppe Grillo. Ormai Grillo non deve fare e dire più niente, deve soltanto rimanere alla finestra. E da lì assistere, con un certo disprezzo, all’ennesimo suicidio di quel che resta del centrosinistra. Perché D’Alema e Casini non lo sanno, ma sono proprio loro i maggiori sostenitori del Movimento 5 Stelle. Ce lo sapremo ridire.

Voi e noi una grande famiglia: lezioni di economia

Napolitano e Monti
“Se noi — dice il sottosegretario all’Economia Polillo — rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul Pil immediato di circa un punto”. Che secondo me andrebbe tradotto molto più realisticamente così: “Se voi lavoratori dipendenti rinuncereste ad una settimana di vacanza noi maneggioni, speculatori e parassiti assortiti nonché evasori fiscali avremmo un impatto sul Pil immediato di circa un punto”.

E perché allora non rinunciare del tutto alle ferie? Perché non le aboliamo? E perché non lavoriamo anche il sabato e la domenica? E perché non lavoriamo 16 ore al giorno? E perché, infine, dobbiamo anche prendere lo stipendio? Ah già, quello per forza, anche se ridotto al minimo indispensabile, perché sennò chi consuma?

Che poi uno potrebbe benissimo anche accettare di sacrificarsi fino all’inverosimile, di sacrificarsi ad oltranza (una buona parte degli italiani lo fa senza neanche lamentarsi più di tanto) di portare cioè la croce per tutti (anche per chi se la spassa vivendo di rendita) se solo quest’autoflagellazione a oltranza avesse almeno uno scopo. Nel senso: a che servono i sacrifici se poi a beneficiarne sono sempre e solo proprio coloro che stanno affossando giorno per giorno il Paese?

Aver solo pensato che uno come Monti fosse più capace di Berlusconi soltanto perché non racconta barzellette (in pubblico) e non va a puttane (sempre in pubblico) è, se permettete, abbastanza ingenuo. È uno po’ come credere che un economista, soltanto perché è un professore di economia o peggio ancora uno speculatore finanziario, sappia veramente come funzioni l’economia.

Altrimenti come spiegare il fatto che Monti e i suoi competentissimi professoroni non si siano ancora accorti (che gente distratta) dell’esistenza di fenomeni come evasione fiscale, lavoro nero, corruzione, sfruttamento, conflitti d’interesse, clientelismo e molte altre cosucce così? Che senso ha — anche solo economicamente parlando — continuare a chiedere sempre più sacrifici sempre e solo ai più poveri e ai più deboli? O forse bisogna intenderlo così il cosiddetto libero mercato? Il modello da seguire è dunque quello cinese? E ditelo, allora.

Il ministro Fornero e gli aiuti ai meno bisognosi

Il ministro Elsa Fornero
Prima dovevamo aiutare le banche e ora dobbiamo aiutare le imprese, sempre e solo (manco a dirlo) a carico nostro. Lo chiamano sviluppo ma sarebbe meglio parlare di assistenzialismo, il solito assistenzialismo in soccorso dei vincitori, il solito parassitismo dei più forti.

“Gli esodati  — ha tenuto a sottolineare stamattina il ministro Elsa Fornero in un convegno a Reggio Calabria — li creano le imprese che mandano fuori i dipendenti, sul tema pensionistico pubblico, a carico della collettività”. A carico della collettività: e ti parevaE se lo dice il ministro…

Insomma, che ve lo dico a fare: sempre e solo la solita storia. Sì, stavolta il ministro Fornero ha davvero ragione, abbiamo un governo proprio di merda.

Il C.U.L.O. è un contratto biennale rivolto a giovani e meno giovani, alle donne, ai disoccupati o inoccupati. Nei due anni previsti, gli assunti non percepiranno un salario, ma un punteggio che consentirà loro, una volta giunti alla scadenza, di scalare posizioni nelle liste per eventuali impieghi futuri. Di certo non è cosa da poco. Se consideriamo che si trattava in ogni caso di soggetti già privi di reddito, è del tutto evidente il carattere vantaggioso che una tale soluzione offre a tutti. — Giap

Scuole cattoliche milionarie

Silvia Cerami sull’Espresso fa un po’ di conti in tasca alle scuole cattoliche che hanno ottenuto, grazie alla buona parola messa all’ultimo momento dal premier Monti, l’esenzione dell’Imu. E il quadro che viene fuori è — puntualmente — indecente, come quasi tutte le cose che riguardano il Vaticano: le scuole cattoliche costano a noi contribuenti un sacco di soldi, ma tanti veramente:

Scuole che, benefici sull’Imu a parte, ricevono cospicui finanziamenti: 496 milioni di euro solo nel 2011. Se la scuola pubblica ha infatti subito, con la legge 133/2008, tagli per 8 miliardi di euro, tanto da comportare la chiusura di 295 statali tra il 2009 e il 2010 e una riduzione dell’organico negli ultimi due anni di migliaia tra insegnanti e amministrativi, per le scuole paritarie la decurtazione tra il 2010 e il 2011 è stata di circa 43 milioni. A dire il vero Giulio Tremonti all’inizio tentò di apportare tagli proporzionali e propose una riduzione del fondo di oltre 250 milioni, ma dovette rinunciare a causa dell’opposizione di 200 parlamentari del Pdl preoccupati di danneggiare le scuole cattoliche.

E così se nulla hanno potuto le manifestazioni e i sit-in di migliaia di studenti, ricercatori e docenti della scuola pubblica, la semplice minaccia di mobilitazione da parte delle scuole cattoliche ha fatto cambiare idea al governo nel giro di qualche ora.

Qui l’articolo completo.

Le finte liberalizzazioni di Monti e le contraddizioni del Pd

Alfano, Bersani e Casini: inciucio all'italiana
L’italica – imbarazzante — retromarcia del governo Monti sulle liberalizzazioni (al di là di quelle che possono essere le ragioni della contesa) è una botta di proporzioni devastanti per il Pd, un clamoroso autogol che si abbatte sulla già compromessa credibilità di un partito in forte crisi d’identità. E, com’era facilmente prevedibile, continuerà a essere così a oltranza.

Come sa benissimo Berlusconi e come sanno benissimo Casini, Fini e Rutelli, i partiti di centrodestra avevano tutto da guadagnarci nella delega in bianco consegnata a Monti. Ed era inevitabile che più di chiunque altro partito fosse proprio il Pd a rimetterci in termini di consensi. Ogni decisione di Monti — e peggio ancora — ogni ulteriore passo falso di Monti (che per forza di cose ridicolizza ancor di più l’immagine di un Pd sempre d’accordo con il premier) non farà altro che togliere terra sotto ai piedi dei dirigenti di un partito nato con il solo obiettivo di creare consensi elettorali e a cui ogni presa di posizione dell’attuale governo, giusta o sbagliata che sia, non fa altro che togliere sistematicamente quei consensi elettorali. Tutto questo avviene — ed era (ma questo lo si dirà solo fra qualche tempo) inevitabile che lo fosse — considerato che sotto le mentite spoglie di un governo super partes (o per così dire tecnico) si cela invece un esecutivo decisamente di destra. D’altronde, non poteva che essere così, visto da dove provengono e chi rappresentano premier e ministri.

Un governo inequivocabilmente di destra che ha giustamente il benestare dei partiti di centrodestra e che non può non far esplodere su ogni minima decisione da prendere le palesi contraddizioni di chi continua a proclamarsi di centrosinistra e invece è ogni volta puntualmente costretto ad approvare e sostenere provvedimenti decisamente di destra.

Monti e i sottosegretari che si dimettono anche in Italia

Per un momento ho la sensazione di non essere in Italia: un sottosegretario che, al di là della fondatezza delle accuse (sarà la magistratura ad occuparsene) si dimette e si dimette immediatamente non si era mai visto. Niente da dire: Mario Monti in questo caso ha dimostrato di essere la persona seria che dice di essere.

(Tutto sta vedere se il premier riuscirà ad esserlo anche in futuro. Perché, vuoi o non vuoi, se fai un governo di cosiddetti economisti, banchieri e faccendieri vari, poi non puoi certo pretendere che questi simpatici milionari, pronti a tutto pur di portare a casa anche un solo euro, non abbiano mai problemi con le leggi di noi poveri mortali)

Mario Monti e il mistero dell’evasione fiscale

Oggi il presidente del Consiglio Mario Monti, nel suo intervento a Reggio Emilia per le celebrazioni del 215° anniversario del primo Tricolore, ha detto due cose molto importanti in materia di giustizia sociale. Una è vera e l’altra no. Indovinate quale. Prima affermazione:

«È inammissibile che i lavoratori subiscano sacrifici mentre una parte importante di ricchezza fugge alla tassazione, accrescendo così la pressione tributaria su chi non può sottrarsi al fisco».

Seconda affermazione:

«L’attuale sistema fiscale, fatto apposta proprio per favorire l’evasione, sarà immediatamente cambiato».

Monti premier giornalista

Monti giornalista, consegnata la tessera dell'Ordine
L’Italia è un paese ridicolo e i giornalisti non sono da meno e si adeguano. Un paese, l’Italia, in cui l’informazione non ha nessuna credibilità e i giornalisti per primi sono sempre pronti ad ammetterlo, ad accettarlo e, perfino, a farsene quasi un vanto. Come nel caso, assai esemplare, della tessera da giornalista regalata dal presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino al presidente del Consiglio Mario Monti in occasione della conferenza stampa di fine anno del premier. Tutto ciò in palese contraddizione con quanto prevede la deontologia professionale di un mestiere evidentemente condannato a rimanere poco serio:

La responsabilità del giornalista verso i cittadini prevale sempre nei confronti di qualsiasi altra. Il giornalista non può mai subordinarla ad interessi di altri e particolarmente a quelli dell’editore, del governo o di altri organismi dello Stato. – Carta dei doveri del giornalista