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L’Italia, la mafia e la miracolosa riapparizione dell’agenda rossa

L'agenda rossa di Borsellino per terra subito dopo la strage

L’agenda rossa di Borsellino per terra subito dopo la strage

Se vent’anni dopo si scopre che quell’agenda rossa non solo c’era ma si vedeva ancora per terra — prima che venisse rubata — perfino in un filmato girato subito dopo la strage in via D’Amelio dai  vigili del fuoco  e adesso vorrebbero pure farci credere che nessuno se ne sia mai accorto, beh allora lasciamo pure stare i processi. Non servono. Lo sappiamo benissimo da soli che il nostro è un Paese di mafiosi.

Giorgio dì qualcosa di democratico

Giorgio Napolitano

Soltanto un presidente della Repubblica corrotto e mafioso potrebbe nominare senatore a vita Silvio Berlusconi o concedere a questo giro l’amnistia. E Giorgio Napolitano lo sa benissimo. Ora dipende solo da lui decidere come chiudere la sua lunga e abbastanza discutibile, diciamo così, carriera.

E se questo dovesse accadere ciò sarebbe il definitivo — indiscutibile — smascheramento del Pci e della sua vera identità. Io, insomma, paradossalmente me lo auguro che Berlusconi diventi senatore a vita, perché farei finalmente pace con me stesso.

L’agenda rossa di Borsellino e l’omertà di Stato

Ma non saranno un po’ troppi tutti questi segreti di Stato? Siamo cioè proprio sicuri che siano un male necessario per la democrazia? Chiederselo mi sembra inevitabile, così come darsi anche una risposta. Attilio Bolzoni dice a proposito dei ladri dell’agenda rossa di Paolo Borsellino:

“Siamo riusciti, dopo tanto tempo, a rompere il muro dell’omertà della mafia, non riusciamo a rompere il muro dell’omertà di Stato”.

Qui il video.

Il Divo Giulio spiegato da Malvino

Giulio Andreotti

Più che accanto a De Gasperi o a Moro, andrebbe messo accanto a Mike Bongiorno e ad Alberto Sordi.

Qui il magistrale ritratto di Andreotti postato da Luigi Castaldi.

La guerra civile (che non c’è)

Potrà piacere o no, ma Marco Travaglio dice quello che quasi tutti gli altri rimuovono.

Il delitto perfetto (11)

D'Alema e Berlusconi in una foto d'epoca

Sempre in tema di delitto perfetto segnalo il bellissimo, quanto amaro, post di Alessandro Gilioli che condivido in pieno ma solo fino alla penultima riga, quando cioè, lasciandosi andare secondo me a un eccesso di ottimismo, avanza l’ingiustificata speranza che l’ennesimo inciucio del centrosinistra con Berlusconi possa almeno decretare la fine del Pd.

E’ partita a reti unificate la grande operazione ‘Dimenticare il Caimano’.

In nome della ‘responsabilità’, delle imprese che chiudono, delle partite Iva alla fame, dei debiti non pagati dalle pubbliche amministrazioni, delle aste dei Bot prossime venture, e chi più ne ha più ne metta.

Ci stanno spiegando – tutti o quasi – che solo il ‘dialogo fra le forze responsabili’ –  può risolvere queste emergenze: il particolare che le emergenze in questione siano state create proprio da queste forze ‘responsabili’ viene ovviamente tralasciato.

Quindi, dimenticate il Caimano: i suoi processi, le sue illegalità, la sua cricca di farabutti, la sua impresentabilità, la sua tendenza all’eversione, le sue leggi ad personam, le sue mirabolanti promesse mai realizzate, i suoi insulti ai giudici o alla ‘Consulta comunista’, le sue barzellette anni Cinquanta, le sue Santanchè, i suoi La Russa, i suoi Verdini, i suoi Capezzone, le sue nipoti di Mubarak.

Dimenticare tutto, subito: stamattina la radio di Confindustria paragonava il dialogo tra Pd e Pdl alla grosse koalition «che ha rilanciato l’economia tedesca», oggi sul ‘Corriere’ Antonio Polito ci spiega che il Pd deve «elaborare il lutto della vittoria mutilata» e piantarla con l’idea di fare da solo, sulla Stampa Luca Ricolfi tesse ‘l’elogio dell’inciucio’, sul ‘Messaggero’ l’editoriale si intitola ‘Larghe intese necessarie anche al tavolo del governo’ – e l’altro giorno (ancora sul Corriere) un grottesco Aldo Cazzullo rimproverava gli elettori delle primarie piddine che scelgono il candidato di sinistra.

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Gli amici di Berlusconi

D'Alema e Berlusconi in una foto d'epoca

Grazie al Manifesto (via Piovono rane) un’intervista spiega abbastanza bene come abbia fatto Silvio Berlusconi ad avere il monopolio televisivo, come abbia fatto a non finire mai in galera e come abbia fatto a dettare legge (ad personam) per vent’anni senza che nessuno mai riuscisse in qualche maniera almeno a contrastarlo.

Un’intervista in cui ora — solo ora — un deputato dell’allora Pds rivela che furono proprio i massimi dirigenti dell’ex Pci a impedire nel 1994 l’applicazione della legge per cui Silvio Berlusconi è ineleggibile.

Un’intervista, insomma, che spiega finalmente come Berlusconi sia diventato Berlusconi. E cioè non solo grazie all’aiuto di amici mafiosi come Vittorio Mangano o Marcello Dell’Utri. No. Berlusconi è diventato Berlusconi anche grazie ad altri amici ancora. Quelli cioè che per vent’anni hanno fatto finta di opporsi a lui e al berlusconismo.

Che Dio li fulmini a uno a uno, mi verrebbe da augurare loro se non fossi ateo. Ma aspetterò pazientemente che tutti — compresi quelli che sapevano e hanno omesso di dirlo per complicità, convenienza o solo omertà — siano prima o poi maledetti dalla storia. Tutti quanti, nessuno escluso.

Gli amici di Berlusconi

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Il delitto perfetto (9)

D'Alema e Berlusconi in una foto d'epoca

Luciano Violante? Gaetano Quagliariello? Non vorrei essere pessimista, ma se Violante e Quagliariello sono i salvatori della patria ho il sospetto che siamo proprio rovinati. Comunque, a parte tutto, una cosa positiva nel governo del presidente sicuramente c’è e cioè che almeno gli italiani forse cominceranno a capire chi è veramente Giorgio Napolitano e come la pensa veramente Giorgio Napolitano.

Finalmente, si potrebbe dire, vengono fuori, i cosiddetti — famigerati — nodi al pettine della tragedia italiana. Finalmente il migliorista, anzi il migliore di tutti, er mejo fico der bigoncio, il nostro caro presidente della Repubblica esce decisamente allo scoperto. Non mi dimetto, dice Giorgio Napolitano, inossidabile anima grigia del Pci più conservatore e doppiogiochista, il tessitore principe di ogni grande inciucio all’italiana, il per così dire normalizzatore di fiducia, l’affidabile garante dello status quo, il massimo esempio italico di gattopardismo rosso. Non si dimette alla faccia della crisi, alla faccia dello spettacolo patetico e ormai lugubre che da 20 anni a questa parte ci ammansisce quotidianamente la politica italiana. O meglio ancora la cosiddetta sinistra italiana. La pseudo-sinistra italiana che da 20 anni fa finta di opporsi a Berlusconi. E che puntualmente, sistematicamente, lavora sotto banco con e per Berlusconi.

Non si dimette Napolitano, non si dimette e impedisce all’Italia anche solo di tentare di uscire dal pantano (o forse sarebbe meglio dire sabbie mobili) in cui si dibatte. Non si dimette e rende così obbligata la strada del governissimo, non si dimette e ordina di fatto anche a quelli più recalcitranti di quel ridicolo partito che è il Pd di consegnarsi a mani ben alzate a Berlusconi. L’ennesima, vergognosa, resa dell’Italia al berlusconismo, alla corruzione, alla mafia, all’orrenda visione della vita e del mondo di una parte pur sempre minoritaria di un Paese da troppo tempo senza più dignità.

Le inascoltate parole di Leonardo Sciascia

Il giorno della civetta di Leonardo SciasciaA proposito di mafia (e corruzione) in Sicilia (come in Italia) ricopio dal romanzo Il giorno della civetta pubblicato da Leonardo Sciascia nel 1961, più di cinquant’anni fa:

“Questo è il punto” pensò il capitano “su cui bisognerebbe far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. Un nuovo Mori diventerebbe subito strumento politico-elettoralistico; braccio non del regime, ma di una fazione del regime: la fazione Mancuso-Livigni o la fazione Sciortino-Caruso. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi… In ogni altro paese del mondo, una evasione fiscale come quella che sto constatando sarebbe duramente punita: qui don Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà molto ad imbrogliare le carte”.

«Gli uffici fiscali, a quanto vedo, non sono la sua preoccupazione».

«Non mi preoccupo mai di niente» disse don Mariano.

«E come mai?».

«Sono un ignorante; ma due o tre cose che so, mi bastano: la prima è che sotto il naso abbiamo la bocca: per mangiare più che per parlare…».

Lombardo, la politica e i favori mafiosi

Giulio Andreotti con Salvo Lima
La politica, soprattutto nelle zone più disagiate del Sud (anche se il fenomeno si è esteso nelle aree più ricche del Paese) non solo agisce sotto il controllo dalla criminalità organizzata, ma spesso e volentieri coincide essa stessa con il potere mafioso. E certo non da adesso. Come non dare allora ragione al presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo? Come non essere d’accordo cioè con Lombardo che alla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio si difende sostenendo di non aver mai fatto favori a Cosa nostra? Semmai è il contrario: è Cosa nostra ad aver fatto favori a Lombardo.

Innocenti evasioni

Fondamentalmente, siamo un popolo di mascalzoni. Ed è tutto certificato.
(Un paese, per dire, dove è perfettamente normale che gli imprenditori guadagnino meno dei loro dipendenti. Come dice Flaiano: “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”)

Veltroni e il patto con gli italiani


“In Italia – dice Walter Veltroni – per decenni ci siamo retti su un patto che comprendeva le baby pensioni, una certa tolleranza per l’evasione fiscale, perfino la convivenza con la criminalità mafiosa, teorizzata anche da uomini di governo”. E prevedeva che comunisti per finta non vedessero mai niente.

Piersilvio, il Corriere e il conflitto d’interessi che non esiste

 

Non solo il conflitto d’interessi non esiste, ma Silvio Berlusconi danneggia Mediaset. Una battuta? No, è quello che sostiene sul Corriere della sera Piersilvio Berlusconi, senza che il giornalista che lo intervista si senta minimamente in dovere non dico di smentire l’oggettiva falsità dell’affermazione, ma nemmeno di obiettare qualcosa:

«Il conflitto di interessi per noi è sempre stato un peso».

Negare tutto, negare sempre, negare l’evidenza delle cose con la legittimazione di giornali e tv: il conflitto d’interessi non esiste e non è mai esistito. Come la mafia, d’altronde.

Soltanto nelle dittature o nei paesi in cui la corruzione supera ogni pur minima soglia di decenza si possono fare affermazioni così palesemente ridicole, consapevoli del fatto che per quanto abnormi tali bugie non solleveranno mai l’indignazione (o lo sberleffo) né dei media né della cittadinanza.

Gente senza pudore e senza dignità: a leggere quanto dichiara Piersilvio Berlusconi e quanto scrive il Corriere della sera questa è la classe dirigente italiana e questo è il giornalismo in Italia.

(Appuntatevi il nome del “giornalista”, perché sicuramente ne sentiremo parlare anche in futuro: Daniele Manca, un vero maestro nel suo genere)