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Chiamalo pure, se vuoi, culo

Demba Ba ha appena segnato a pochi minuti della fine  nell'ennesimo capolavoro dell'ormai epico Mourinho

Demba Ba ha appena segnato a pochi minuti della fine nell’ennesimo capolavoro dell’ormai epico Mourinho

Piaccia o no, stasera il sempre più epico Mourinho ha scritto un’altra memorabile pagina di calcio. Lui, dall’alto della sua presunzione, non si smentisce men che mai nel momento del meritato trionfo quando all’immancabile (e come ti sbagli?) domanda scema di Alciato di Sky replica più che con autoironia quasi con uno sfottò e cioè: se quelli che fa entrare segnano come si potrebbe chiamare tutto ciò? Semplice, ha risposto uno dei più grandi allenatori di sempre: culo. Così ancora una volta dovranno pur ammettere che oltre a essere mostruosamente bravo, non sembra nemmeno tanto stupido. Piaccia o no è veramente speciale.

Fatto sta che chi ha visto il doppio quarto di finale tra Chelsea e Psg sa benissimo che ad attaccanti invertiti non ci sarebbe stata proprio partita: gli inglesi avrebbero preso a pallonate i francesi. Il divario tecnico era abbastanza squilibrato, non fosse altro perché Ibrahimovic e Cavani dovrebbero fare la differenza sempre e comunque. Ma la tenuta mentale, il livello di attenzione e l’organizzazione di gioco della squadra di Mourinho hanno sopperito in qualche modo — anche con quel tanto di culo che ci vuole sempre e comunque — alla minor classe. E se invece di Cavani (che di gol ne sbaglia un paio non da lui) segna la riserva Demba Ba, alla fine vorrà pur dire qualcosa o no?

A tratti vedere il Chelsea emoziona per la capacità che i giocatori hanno di fare quadrato attorno a un sistema di gioco, qualunque esso sia in quel preciso momento, perché un’altra grande qualità di Mourinho è quella di saper leggere perfettamente la partita, possedendo poi il necessario coraggio di rischiare tutto ogni volta. E pensare che non tanti anni fa (anche se sembra sia passato un secolo) sedeva sulla panchina dell’Inter. Come non chiedersi allora come mai, con tutte le necessarie differenze d’organico, l’Inter di adesso non sia più capace d’esprimere nemmeno vagamente un millesimo di quel furore agonistico visto allo Stamford Bridge e che, ahimé, ricordiamo ancora così bene.

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Cambiasso possibile sorpresa di mercato?

Esteban Cambiasso

Cambiasso ora deve scegliere: o si riduce lo stipendio o può andare via

La notizia del giorno, sempre ammesso che sia fondata, arriva quasi sottotraccia ma non per questo è meno clamorosa. Riguarda uno dei pilastri della squadra: Cambiasso. Se non accetterà la riduzione dello stipendio, sostiene Repubblica nella pagina riservata al calciomercato, potrebbe andare via. E, a certe condizioni, addirittura anche a gennaio:

Esteban Cambiasso è in scadenza di contratto, ma sul rinnovo in nerazzurro pesa l’ingaggio di 4,5 milioni di euro a stagione dell’argentino. Se Cambiasso non fosse disposto ad abbassare le proprie pretese economiche, secondo l”Independent’, l’Inter potrebbe cederlo già a gennaio e in prima fila ci sarebbero Chelsea e Manchester United. Josè Mourinho non ha mai nascosto la necessità di rafforzare il suo centrocampo e accoglierebbe a braccia aperte il 33enne argentino, con il quale ha trionfato in nerazzurro. Lo United, che in estate ha inseguito inutilmente Thiago Alcantara e Fabregas, sarebbe però pronto a farsi sotto.

Bum! Talmente forte come cosa da sembrare quasi una provocazione (e, conoscendo bene come i media trattino la Beneamata, probabilmente lo è) visto quello che rappresenta Cambiasso per l’Inter dopo 10 stagioni vissute da protagonista.

Milito è disposto a firmare in bianco. E Cambiasso?

Fatto sta che il tetto salariale imposto (stavolta sul serio) da Thohir precluderebbe a Cambiasso ogni speranza di poter rimanere. A meno che non decidesse di rinunciare ai ben 4 milioni e mezzo di stipendio che percepisce nonostante le ultime stagioni fallimentari. Dimostrerà, accettando di guadagnare qualche milione in meno, l’attaccamento alla maglia di cui si è sempre vantato? O le dichiarazioni fatte a Capodanno vanno interpretate come l’inizio di un braccio di ferro? A differenza di Milito disposto a firmare in bianco, Cambiasso a quanto pare avrebbe lasciata aperta ogni possibilità. Poco male. Perché secondo i media Cambiasso avrebbe ancora mercato e che mercato: lo cercherebbe la ricca Premier League.

Perché la cessione di Cambiasso sarebbe un sacrificio necessario

Secondo alcuni giornali inglesi Cambiasso sarebbe richiesto addirittura da Chelsea e Manchester United. E Mourinho e Moyes sarebbero quasi pronti a fare a cazzotti per prenderlo. Non solo. Secondo un’altra fonte Cambiasso sarebbe richiesto pure da Tottenham ed Everton. Alleluja. Insomma, come farsi scappare un’occasione del genere? Hai visto mai che nonostante i 33 anni e le stranote ridotte capacità motorie possa essere ceduto e pure a un buon prezzo? Se così fosse non ci sono sentimentalismi che tengano. Nessuno può mettere in discussione quello che ha dato all’Inter e quanto sia stata determinante la sua grande intelligenza calcistica di uomo-squadra e centrocampista d’ordine. La sua cessione sarebbe però un sacrificio necessario. Anche a costo di rischiare di fare lo stesso errore di Mediaset con Pirlo che, regalandolo alla Fiat, ha fatto la fortuna di Conte. Se affiancato da grandi centrocampisti Cambiasso può ancora fare la differenza perché sono gli altri che aiuterebbero lui e non il contrario come succede ora all’Inter. Ma l’Inter non ha la possibilità di prendere due grandi centrocampisti e quindi, giocoforza, nel momento in cui Cambiasso ha richieste,  il male minore sarebbe cederlo.

Prima viene l’Inter poi tutto il resto, nessuno escluso

L’eventuale operazione Cambiasso sarebbe un’occasione unica per l’Inter di ridurre il monte ingaggi, ringiovanire l’organico e guadagnare pure qualche milione. Che si vuole di più? Da prenderlo — non prima di averlo ringraziato come merita — e metterlo subito sul primo aereo verso l’Inghilterra. Se ci fosse stato ancora Moratti probabilmente Cambiasso avrebbe già rinnovato il contratto e magari avrebbe ottenuto pure un aumento. Ma Thohir per fortuna non è Moratti e forse è arrivato il momento che i giocatori debbano finalmente adeguarsi alle esigenze della società e non più il contrario: prima viene l’Inter e poi tutto il resto, nessuno escluso. Comunque sia sarebbe già un bel passo avanti.

Qual è il derby più bello (di questo secolo)

Qual è il miglior derby del nuovo secolo? Ce ne sono alcuni davvero memorabili, però uno su tutti è veramente insuperabile.

C’è chi predilige il 0-4 rotondo e di schiacciante superiorità del 29 agosto 2009, quello cioè dell’esordio strepitoso di Sneijder.

O magari chi preferisce tornare un po’ indietro nel tempo ed è più legato al rocambolesco quanto esaltante 3-4 del 28 ottobre 2006 che spianò la strada allo scudetto dei record di Mancini.

Non male, soprattutto per chi ha sofferto non poco per il voltafaccia di Ronaldo e il suo successivo tradimento, anche il 2-1 dell’11 marzo 2007 con l’immenso Cruz che entra e ribalta (insieme con Ibrahimovic) il risultato.

Così come è ben impresso nella memoria il 2-1 del 15 febbraio 2009, il derby cioè del gol di Adriano con il pallone finito sul braccio e contestato proprio da chi con le mani ha vinto pure una CHampions. Tante occasioni fallite e poi i miracoli di Julio Cesar che evitano il pareggio.

Ma il derby più bello in assoluto, quello più sofferto e più emozionante di questo secolo, rimane il 2-0 del 24 gennaio 2010 con l’Inter di Mourinho prima in dieci e poi addirittura in 9. In quel derby Rocchi si superò espellendo dopo 27 minuti Sneijder e poi concedendo nei minuti finali un rigore inventato con tanto di secondo giallo inesistente a Lucio. La parata di Julio Cesar che riesce a deviare in corner il tiro dagli undici metri di Ronaldinho è qualcosa di indimenticabile. Uno dei momenti più belli ed esaltanti del Triplete. Solo a ripensarci vengono gli occhi lucidi.

Mourinho ha ragione: con Ozil l’Arsenal tornerà grande

Mesut Ozil

Mesut Ozil

Fermo restando che se ti danno 50 mlioni nessun giocatore è più insostituibile, sono perfettamente d’accordo con Josè Mourinho sulla valutazione di Mesut Ozil rispetto alla scarsa considerazione che evidentemente ha del giocatore il nuovo allenatore del Real Madrid. “Ozil è unico – dice lo Special One, oggi alla guida del Chelsea -, non c’è un altro giocatore come lui, è il miglior numero 10 al mondo”. Ne sono convinto anch’io, a maggior ragione che secondo me non si è ancora espresso al massimo e credo che la Premier League faciliterà la sua definitiva affermazione.

Seguendo ormai l’Arsenal con la stessa attenzione dell’Inter, mi piace parecchio l’idea di vederlo giocare con i Gunners dopo che prima di seguire Mourinho al Real Madrid fu sul punto di vestire la maglia nerazzurra. Per me Ozil è un grandissimo giocatore, uno per cui avrei fatto la stessa follia messa in atto da quel pazzo di Arsène Wenger che ha deciso di investire ben una cinquantina di milioni su un solo rinforzo dopo aver indebolito l’organico per anni e anni privandosi (a caro prezzo, s’intende) dei pezzi migliori e facendo così guadagnare un sacco di soldi alla società.

Mi fa piacere che anche uno come Mourinho (che piaccia o non piaccia non si può dire che di calcio non ne capisca) azzardi l’ipotesi che con l’inserimento di Ozil ora l’Arsenal potrebbe anche vincere la Premier. Lo penso anch’io, anche se ovviamente sarebbe un’impresa non da poco perché ci sono squadre molto più attrezzate. Ma insomma anch’io sono pronto a scommettere che Ozil farà fare il salto di qualità che i tifosi dell’Arsenal aspettano da almeno una mezza dozzina d’anni.

Se Moratti non fa nessuna autocritica l’Inter non riparte più

Moratti a San Siro durante Inter-Bologna

Nelle dichiarazioni di Moratti di oggi purtroppo non c’è neanche lontanamente il pur minimo accenno a un po’ di autocritica. Eppure servirebbe tantissimo per scuotere l’ambiente. A maggior ragione poi se davvero si ha voglia di chiudere un ciclo (dopo tre stagioni fallimentari) per aprirne — finalmente — un altro.

La fiducia a tempo ad Andrea Stramaccioni — Per conto mio se tutto rimane così ma con risultati diversi mi va bene”, sostiene Moratti — scongiura l’ipotesi di un esonero inutile se non deleterio, visto che nessun allenatore, nemmeno Mourinho, potrebbe risolvere problemi dipendenti soprattutto dalle attuali carenze d’organico. Allo stesso tempo però le dichiarazioni del presidente mettono ulteriormente sulla graticola Stramaccioni e forniscono il solito, e pure abbastanza ipocrita, alibi ai giocatori.

Moratti sbaglia e continua a sbagliare. Almeno io la vedo così. Il nostro caro grande presidente dovrebbe difendere Stramaccioni e assumersi al limite anche colpe che magari sono esclusivamente dell’allenatore. Ma non lo fa. Mette invece ancora più pressione sul suo giovane e ancora inesperto allenatore che proprio in un momento così difficile andrebbe sostenuto e incoraggiato anche e soprattutto in funzione di un radicale rinnovamento della squadra.

Moratti, insomma (stando almeno alle sue dichiarazioni) sembra non aver nessuna voglia di mettersi minimamente in discussione. Ma così facendo condanna inevitabilmente Stramaccioni a diventare il capro espiatorio, se non proprio l’unico il maggiore colpevole, del fallimento. E quel che è peggio condannando Stramaccioni condanna anche l’Inter a dover ricominciare ancora una volta tutto da capo.

Sembra Rocchi ma è Çakir

A vedere l’incredibile arbitraggio di Manchester United-Real Madrid viene da pensare che la corruzione non riguardi solo il calcio italiano.

L’espulsione di Nani decisa dall’arbitro Cüneyt Çakir e dal quarto d’uomo dopo non so quanti replay (ad essere proprio fiscali al massimo ci stava un giallo) fa venire molti dubbi sulle coppe conquistate dal Real Madrid.

Il solito Mourinho: la mia squadra non ha giocato bene. Ma stavolta sembra una stonatura, perché allena la squadra sbagliata.

Teoria e pratica del perché chi gioca in casa vince più spesso

Scorecasting di Tobias Moskowitz e Jon Wertheim Perché chi gioca in casa vince più spesso di chi gioca in trasferta? Tobias Moskowitz (un economista che s’interessa di sport) e Jon Wertheim (un giornalista sportivo che s’interessa di numeri) hanno provato a fare luce sul mistero. Semplice: perché il pubblico condiziona gli arbitri che in caso di decisione dubbia spesso favoriscono i padroni di casa. E hanno scritto un libro, Scorecasting, per spiegare e avvalorare la loro tesi con tanto di analisi articolate e dati particolareggiati. Una tesi ritenuta però poco convincente da un altro giornalista, David Runciman, che con un articolo uscito sulla London Review of Books con il titolo Swing for the fences e pubblicato su Internazionale ha provato a smontare.

Ora, premesso che si tratta non propriamente di un articolo ma piuttosto di una specie di mini-saggio la cui lettura richiede un po’ di tempo e precisato che nonostante tutto l’impegno e la scrupolosità con cui Runciman prova a confutare la tesi di Moskowitz e Wertheim non riesce a convincermi, sta di fatto che è scritto proprio bene e merita di essere letto con attenzione.

Lo segnalo e lo consiglio a tutti gli interisti, non fosse altro perché si parla anche di José Mourinho e dei suoi segreti, di come sia diventato un allenatore vincente come pochi perché, secondo Runciman, “non ha paura di perdere, anche quando è chiaro che la responsabilità della sconfitta ricadrà su di lui”:London Review Of Books

Fino a poco tempo fa, uno dei record più incredibili dello sport apparteneva a un allenatore di calcio, l’amato e odiato portoghese José Mourinho. Prima che il Real Madrid venisse sconfitto per 1-0 dallo Sporting Gijón, il 2 aprile scorso, Mouri­nho non perdeva in casa una partita di campionato da più di nove anni con una sua squadra. La serie è durata per 150 partite e ha attraversato quattro campionati diversi (oltre al Real Madrid, Mourinho ha allenato il Porto, il Chelsea e l’Inter).

È vero che Porto, Chelsea, Inter e Real Madrid sono club ricchi e potenti e raramente perdono in casa, ma nove anni sono comunque un’eternità. Anche ammettendo che le squadre ospiti avessero in media non più del dieci per cento di possibilità di battere le squadre di Mourinho (per alcune, come il Gijón, le possibilità erano perfino meno; per altre avversarie, come lo Sporting Lisbona, il Milan, il Manchester United o il Barcellona, erano molte di più), la probabilità di rimanere imbattuti per 150 partite è più o meno una su sette milioni.

Come ha fatto? È difficile rispondere a questa domanda perché, in realtà, gli enigmi da sciogliere sono due. Il primo riguarda Mourinho. È straordinariamente bravo, straordinariamente fortunato, o un po’ dell’uno e dell’altro? Possiede una formula segreta oppure il suo segreto è che non ha segreti, ma solo la faccia tosta di far credere che sa il fatto suo? Il secondo enigma, invece, non ha niente a che vedere con Mourinho, e riguarda il cosiddetto fattore campo. Perché è tanto difficile battere una squadra nel suo stadio? Perché ogni squadra, per quanto imbattibile in casa, perde una parte della sua invincibilità quando gioca in trasferta?

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Il Real Madrid di Mourinho e i soldi che non fanno la felicità

Josè Mourinho in ginocchio
Sognavo una cosa del genere, la sognavo da quella sera del Bernabeu di appena due anni fa che però sembrano decenni. E a volte, non sempre (anzi quasi mai) nella sua crudeltà il calcio sembra essere capace di vendicare le ingiustizie dei più ricchi e dei più potenti. Sognavo di vedere una cosa come quella di ieri sera, di vedere Josè Mourinho in ginocchio che sfiora la finale di Champions e la perde all’ultimo rigore come un allenatore sfigato qualsiasi. Lo stesso Josè Mourinho ignobilmente scappato dall’Inter subito dopo una stagione trionfale quanto irripetibile (e chissà per quanto tempo ancora) scappato in fretta e furia senza nemmeno degnarsi di dare almeno un ultimo (pietoso) saluto ai tifosi ancora increduli e che tanto gli avevano dato. Scappato via (senza nessun rispetto per chi fino a quel momento lo aveva amato alla follia) per correre dal Real Madrid molto più ricco e molto più potente dell’Inter, convinto com’era di vincere ancor di più e forse di vincere pure facile. E pur comprendendo — e giustificando per certi aspetti — la fuga liberatoria dal calcio italiano e dalla sua corruzione, era e rimane inaccettabile il modo in cui è scappato via, abbandonando senza il minimo scrupolo o rimorso l’Inter al suo (infame) destino. Per non parlare poi della storia degli scudetti di Ibrahimovic che secondo alcune recenti dichiarazioni di Mourinho avrebbe vinto (e non è vero proprio per niente) con la Fiat e quindi della sua personalissima interpretazione di Calciopoli (ogni riferimento alle cattiverie gratuite urlate nello spogliatoio di Bergamo nell’intervallo di una delle sue peggiori sconfitte non è per niente casuale) che pongono seri dubbi sulla sua professione di presunta (o solo opportunistica?) fede interista.

Ma comunque sia, i giocatori e gli allenatori passano, l’Inter rimane. E Josè Mourinho fa parte, piaccia oppure no, del passato. E adesso è soltanto l’allenatore di una delle peggiori rivali, se non la peggiore (per me sicuramente sì) dell’Inter in Europa. Una società, il Real Madrid, che è anche il simbolo dell’arroganza e della più totale mercificazione del calcio di chi fa pesare la maggior forza economica e il maggior peso politico. Anche se a volte, la televisione insegna, non sempre i soldi fanno la felicità e anche i ricchi piangono. A volte, insomma, le Champions League non le vinci con gli Ibrahimovic o i Cristiano Ronaldo, ma piuttosto, molto più modestamente, con un Milito qualsiasi. E vuoi mettere la differenza? Se vinci con Cristiano Ronaldo hai fatto solo il tuo dovere (e ci mancherebbe altro, con tutti i milioni spesi) se vinci invece con Milito e un po’ di scarti (o meglio ritenuti tali) proprio del Real Madrid e del Barcellona allora entri di diritto nella storia del calcio. Con l’Inter però, non certo come uno dei tanti allenatori del Real Madrid. Mentre se pur allenando il Real Madrid le perdi, le Champions, allora la cosa diventa un tantino grave. Improvvisamente non sei più quello vincente, non sei più necessario, non sei più lo Special One e improvvisamente diventi per tutti un triste e banale capro espiatorio di turno.

Che poi, quando le cose non girano bene anche gli Special One a volte diventano improvvisamente allenatori piccoli piccoli, così confusi e smarriti (come non li avevi visti mai prima) da sembrare quasi la fotocopia grottesca di un Reja qualsiasi, il Reja che per esempio perse il derby di due anni fa decidendo di far tirare il rigore che avrebbe chiuso la partita a Floccari che fino a quel momento non aveva toccato palla. E Floccari ahimé sbagliò. È esattamente quello che mi è venuto in mente quando ho visto Kakà andare a battere il rigore che valeva la finale. Kakà? Ma come? Si era visto benissimo che costretto com’è da Mourinho a fare la riserva è praticamente un corpo estraneo alla squadra, si era visto benissimo che una volta buttato nella mischia nel finale di partita aveva giocato controvoglia, sbagliando cose per lui facilissime. Tutti ma non Kakà. E come nel caso di Floccari sapevo e l’ho preannunciato (ho i testimoni, ma chi ha giocato anche poche volte a calcio sa di cosa sto parlando) che avrebbe inevitabilmente sbagliato. Sia chiaro: un  rigore, soprattutto in un’eliminazione che vale una finale di Champions, lo possono sbagliare anche fenomeni come Messi o Cristiano Ronaldo. Non è certo da queste cose che si giudica un giocatore. Ma un rigore non lo si fa tirare mai a chi fino a quel momento non è entrato in partita. Mai, per nessuna ragione. Vero Josè?

Mourinho, Calciopoli e gli scudetti di Ibrahimovic

Mai avrei pensato di scrivere, per quello che ha rappresentato e rappresenta per la storia dell’Inter e per l’indimenticabile Triplete, un post contro Josè Mourinho. Ma quello che Mourinho ha detto nell’intervista al Corriere della sera è davvero inaccettabile e, cosa ancor più imbarazzante, se ha detto quello che ha detto (e non ha nemmeno l’attenuante di aver sbagliato a fare i conti dato che lui stesso ammette di pianificare le cose da dire ai giornalisti) tutto è, ahimé, tranne un interista. Perché un interista, un vero interista, non può sostenere quello che sostiene Mourinho a proposito degli scudetti di Ibrahimovic:

I detrattori di Ibrahimovic sottolineano che in Europa non ha vinto nulla… 
«Mi spiace che qualche volta le persone si dimentichino che cosa ha fatto questo ragazzo, ha vinto 9 campionati di fila, nessuno deve dimenticarlo. Gli dico questo: è ancora in tempo per realizzare i suoi sogni con la Champions, visto che è l’ultimo trofeo che gli manca».

9? 9 campionati? Eh no, caro Josè: i campionati vinti da Ibrahimovic sono 7 e non 9. E cioé: 2 con l’Ajax, 3 con l’Inter, 1 con il Barcellona e 1 con la squadra di Mediaset. Totale: 7 campionati. 7 e non 9. Perché nelle due stagioni che Ibrahimovic ha giocato con la squadra della Fiat Ibrahimovic, come tu sai benissimo (ma improvvisamente fai finta di non ricordare) non ha vinto assolutamente niente. N-i-e-n-t-e. Zeru tituli, per dirla come piace a te.

E, perdonami, puoi benissimo capire come questo errore non sia per niente ininfluente (ma proprio per niente) per chi come noi interisti abbiamo tanto (troppo) sofferto per tanti (troppi) campionati truccati e scudetti rubati e per questo motivo da interista che tra l’altro paga per esserlo a differenza tua che invece venivi pagato, non posso che inviarti il mio più sentito, ma proprio di cuore, vaffanculo. A te e a quell’altro, quella grandissima testa di cazzo che altro non è Ibrahimovic.

Albo d'oro della Serie A

Se Tagliavento improvvisamente non è più il miglior arbitro

Josè Mourinho protesta contro Tagliavento
Davvero tanti e molto istruttivi gli spunti offerti da Mediaset-Fiat che non so da dove cominciare. Uno spettacolo, quello di ieri sera, imbarazzante, squallido, inqualificabile sia sotto l’aspetto sportivo che quello umano. Uno spettacolo che si è consumato, cosa ancora più grave, con la complicità più servile che mai dei media, palesemente terrorizzati da non suscitare reazioni dall’una o dall’altra parte. E viene immancabilmente da pensare cosa avrebbero potuto dire giornali e tv se a reagire come hanno reagito Mediaset e Fiat fosse stata l’Inter. Quanto veleno e quanta cattiveria avrebbero tirato fuori giornalisti e opinionisti contro l’inerme Inter e  in difesa (strenua e a oltranza ) dell’onore perduto del più grande arbitro del mondo? Partiamo allora proprio da Tagliavento, miglior arbitro del mondo, almeno fino a ieri sera.

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Triste e inconsolabile Mourinho sempre umiliato da Guardiola

Mourinho e Guardiola durante la semifinale Champions del 2010
A vedere sempre più spesso il nostro indimenticabile Josè Mourinho sempre più triste e sconsolato ogni volta che il Real Madrid viene puntualmente umiliato in casa dal Barcellona, verrebbe da chiedersi chissà se in tutto questo tempo abbia mai rimpianto, almeno una volta, l’Inter.

D’accordo, in Italia gliel’avevano promessa e comunque Moratti avrebbe imposto il fair play finanziario anche a lui, per cui non avrebbe comunque vinto più niente. Ma almeno a Milano sarebbe sempre rimasto (per tutti, nessuno escluso) il solito Special One. Il suo mito sarebbe rimasto comunque inattaccabile.

A Madrid, invece, per colpa di Messi, Xavi e Iniesta è improvvisamente diventato  – vittima designata di Pep Guardiola che appena due stagioni fa poteva guardare dall’alto in basso – un allenatore qualunque. A volte pure, come amano dire gli spiritosi, “sfigato”.

«Chi parla di accanimento mediatico nei confronti dei nerazzurri dice una mezza verità: nessuno ce l’ha con l’Inter a prescindere, ma è molto più facile prendersela con una società che fatica a difendersi». – Fabrizio Biasin (via FCInter1908.it)

Andrea Poli nerazzurro

Andrea Poli nella sede dell'Inter
Andrea Poli interista predestinato. Ho trovato in rete una cosa che non ricordavo e che copioincollo da un articolo del Giornale di due anni fa:

Poli, invece, è un predestinato vero. Fin dall’esordio veramente da bambino nel Treviso in B, dai primi minuti in A in blucerchiato, dalla stagione della consacrazione lo scorso anno di nuovo in B a Sassuolo, allo straordinario inizio di campionato.
Talmente predestinato da sfidare i malumori della Sud che chiede almeno dieci rigori a partita e andare da Mourinho per ammettere di aver accentuato una caduta in area dopo un intervento di Santon. Quando è uscito, Andrea si è diretto verso la panchina nerazzurra, ha parlato con il tecnico portoghese e l’ha abbracciato. Mou, poi ha spiegato: «Mi è venuto a chiedere scusa e significa che il bambino ha carattere e personalità. Perchè, da bambini, ci vuole personalità a fare una cosa del genere. Prima ha litigato, poi ha capito di avere sbagliato, ed è venuto a chiedere scusa. Nella vita servono sempre queste caratteristiche: personalità ed educazione. Poli mi piace, il bambino farà strada».
Ecco, uno che fa parlare Josè di «educazione» è senz’altro un predestinato.