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La Fiat e la questione di stato delle stelle

Il rigore di Juliano su Ronaldo non fischiato da Ceccarini

Vabbè che sono di parte ma — oggettivamente — questa storia della nuova maglia della Fiat con la toppa comunque la si voglia rigirare è veramente patetica. E lo è ancor di più l’atteggiamento dei media che quando si tratta di affrontare il delicatissimo argomento di Calciopoli e degli scudetti rubati assumono una, diciamo così, prudenza, che non ci si crede. Solitamente sempre pronti a sparare nel mucchio, a insinuare sospetti e ad avvelenare gli animi, quando giornali e tv devono affrontare il delicatissimo argomento delle stelle sulla maglia della Fiat diventano improvvisamente “anglosassoni”, rivendicano quella “giusta distanza” che impone di raccontare i fatti e non prendere posizione. Anche se i fatti, di per sè, fanno ridere. Oggettivamente ridere, sia chiaro. Ma sulla Fiat, come sulla religione, in Italia non si scherza mai.

Quelli del Post, poi, di solito brillanti e poco paludati, ne scrivono in maniera talmente seriosa come se fosse non un’imbarazzante ripicca degli Agnelli (ennesima conferma dell’innato senso sportivo che da sempre li contraddistingue) ma quasi una questione di stato:

La maglia da gara non avrà nessuna stella (le due stelle sono coperte da una toppa) e porterà, sotto lo stemma ufficiale della squadra, la scritta “30 sul campo”. Andrea Agnelli, presidente della società, ha spiegato che la decisione si deve a un «ragionamento prettamente ideologico: rispettiamo la Giustizia Sportiva, ma la FIGC ha deciso di non decidere dopo i fatti nuovi che sono emersi. I ricorsi procedono, ma siamo a una simmetria: noi diciamo 30, la Federazione dice 28 e non siamo d’accordo». Le maglie messe in vendita per i tifosi, invece, avranno le stelle e ne avranno due: negli Juventus Store i tifosi potranno chiedere l’applicazione della terza stella.

Non fa ridere? Parecchio. Non ai giornalisti, però. Non quando c’è di mezzo la simpatica ma suscettibile famigliola torinese. Una famiglia a cui tutto è dovuto e che giustamente non potrà mai accettare che le siano stati revocati due scudetti soltanto perché alcune intercettazioni provano ciò che tutti quanti sapevamo benissimo. Embè? mi sembra quasi di sentirli: il calcio italiano non ha forse sempre funzionato così? D’altronde, agli italiani (alla maggioranza degli italiani) il calcio piace troppo così com’è. Con i campionati e gli scudetti finti come le nuove maglie della Fiat.

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Nell’aprile del 2010 Hocking viveva a Austin, una piccola città del Minnesota, in un appartamentino mal arredato. Non aveva un soldo ed era frustrata: da anni ormai provava senza successo a proporre i suoi lavori alle case editrici. Come se non bastasse, aveva appena saputo che dopo pochi mesi a Chicago ci sarebbe stata una mostra su Jim Henson, il creatore dei Muppets (che lei adora), alla quale non avrebbe potuto andare, perché non aveva soldi né per la benzina (da Austin a Chicago sono otto ore di auto) né per l’albergo.

Così le venne un’idea. Prese uno dei tanti romanzi che aveva scritto nei nove anni precedenti – tutti respinti da un numero infinito agenti letterari e case editrici – e lo mise in vendita su Amazon e su altri siti di e-books, pensando di vendere qualche copia, se non altro agli amici e ai famigliari. Per il viaggio a Chicago le servivano 300 dollari (240 euro), ma mancavano sei mesi alla mostra dei Muppets.

Sei mesi dopo, ottobre 2010: in sei mesi, Hocking non solo ha raggranellato i 300 dollari che le servivano per i Muppets: ha guadagnato più di 20mila dollari, vendendo 150mila copie dei suoi libri. Fino a oggi i libri venduti sono diventati un milione e mezzo, e i dollari due milioni e mezzo. Senza agenti letterari, case editrici, librerie, manager del marketing: tutto da sola (e Amanda Hocking è andata a Chicago a vedere i Muppets). Diventando così un caso da studiosi della rivoluzione editoriale. (La ragazza milionaria grazie agli e-books | Il Post)

Civati, il Pd e la ricostruzione di Bersani

Clamorosa svolta del Pd: oggi a piazza San Giovanni il segretario Pier Luigi Bersani ha detto, in un discorso che entrerà nella storia, cose di sinistra. Discorso decisamente rivoluzionario che viene riportato qui da Giuseppe Civati.

No, è uno scherzo. È soltanto un sogno, è soltanto il discorso che Civati (e non solo lui) sperava che Bersani facesse. E invece no. Invece Bersani ha detto, ancora una volta, le solite cose. Qui il discorso vero.

Ma senza Rocchi non si può giocare?

SEGNALEORARIO says:
3 ottobre 2011 at 22:11

Piuttosto che chiedersi se Rocchi l’abbia fatto apposta oppure no (fino a prova contraria ovviamente no) la domanda secondo me è un’altra: perché diamo per scontato che solo Rocchi doveva per forza arbitrare quella partita? Se non arbitrava Rocchi forse non si poteva giocare? Cioè: con tanti arbitri a disposizione si dà per assodato che doveva arbitrare per forza Rocchi anche se Rocchi quando arbitra l’Inter è nove volte su dieci “sfortunato”. Curioso, no? Mi si potrebbe rispondere: è il migliore. Come se invece un arbitro meno bravo di Rocchi avrebbe potuto fare peggio di lui.

In difesa di Gianluca Rocchi | Luca Gattuso

«Gli oroscopi non valgono più niente. Oggi non si nasce più quando si deve nascere, ma quando lo decide il medico. Infatti nessun bambino nasce più di notte né durante il week end, ma per cesareo dal martedì mattina al giovedì sera. Uno non nasce sotto il quadro astrale che hanno scelto per lui le stelle, ma sotto quello scelto dal ginecologo. Ecco perché gli oroscopi non ci pigliano più, è tutto falsato». – Melania Rizzoli, medico e deputata Pdl

(Mattia Feltri via Il Post)

Il comma ammazza-blog è un omicidio volontario

Segnalo un post assolutamente da leggere di Valigia Blu (qui) su tutto quello che c’è da sapere sull’ormai famigerato comma 29 (e sulle conseguenze a cui i blogger potrebbero andare incontro) meglio noto come “comma ammazza-blog”, ma non sono per niente d’accordo con l’autore, Bruno Saetta, quando sostiene che

[…] siccome per Gasparri e dintorni Internet è uno strumento micidiale, è evidente che i nostri politici e la nostra classe dirigente 1) non sanno niente della rete e pure legiferano su di essa 2) non hanno idea del mondo che c’è qui dentro 3) hanno bisogno di un corso full immersion del comma ammazza-blog che stanno per legiferare.
Secondo me invece è esattamente il contrario: è proprio perché Gasparri e dintorni conoscono benissimo la forza di Internet che vogliono a tutti i costi far approvare il comma 29. Altro che.

Cosa penso del nuovo brano di Jovanotti

Capisco o meglio mi sforzo di capire, ma c’è un limite a tutto. Voglio dire, d’accordo essere politicamente corretti, ma l’ultima canzone di Jovanotti — e andiamo, su — fa veramente cacare.
(Non dico sempre, ma qualche volta un po’ sincerità non fa male)

Rosy Bindi, Matteo Renzi e lo statuto ad personam del Pd

A Rosy Bindi che gli ha ricordato di rispettare le regole dello statuto del Pd

«Se Renzi vuole correre per le primarie si dimetta dal PD, perché il candidato è il segretario del PD per statuto. E se fosse modificato, allora sappia che non sarà solo».

Matteo Renzi replica così:

«Certo, se Rosy Bindi questa estate ha avuto il tempo per rileggere lo statuto del PD non può non aver visto che c’è una norma che impedisce di candidarsi per più di tre legislature. Lei è alla sesta».

Come dire: c’è chi si fa le leggi ad personam e chi invece, nel Pd, applica  lo statuto ad personam (qui tutta l’auto-intervista di Renzi).