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Cercasi presidente che sia riconoscibilissimo da certi italiani

Boldi e De Sica

Le possibilità che venga eletto un presidente della Repubblica impresentabile sono altissime. Non vedo, del resto, come potrebbe essere il contrario. Gli italiani seri hanno da tempo perso qualsiasi rappresentanza politica e chi prenderà il posto di Napolitano non potrà che essere l’espressione dell’Italia peggiore, che ormai non si vergogna più di niente.

Sarà il presidente cioè che più di ogni altro rappresenterà Renzi premier e il Pd di Renzi, il Patto del Nazareno con Berlusconi e il Jobs Act, l’articolo 18 e l’articolo 19 bis, l’evasione legalizzata sotto al 3% e il fisco ad personam per le multinazionali modello Lussemburgo. Cose così, insomma, cose abbastanza imbarazzanti, cose nostre se ci pensiamo.

Certo, l’ideale sarebbe stato eleggere Berlusconi in persona. Ma, per risapute ragioni, non si può. Si dovrà scegliere allora uno che sia sì espressione del Patto del Nazareno, ma che lo sia parecchio e in maniera inequivocabile. Uno, per dire, per cui gli italiani ancora di sinistra possano provare vergogna ogni volta che lo vedranno. E secondo me ci riusciranno benissimo.

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Lente decadenze e passeggere indignazioni

Gad Lerner indignato per il rinvio della decadenza di Berlusconi

Il vero scandalo, titola sul suo blog Gad Lerner, è che slitti a dicembre il voto su Berlusconi. E scrive:

Per chiunque abbia a cuore la certezza del diritto e quindi anche dell’esecuzione della pena, è semplicemente uno schifo la continua politica del rinvio, per calcoli di opportunità non meglio precisabili in pubblico, del voto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi.

Eh no, caro Gad, non ti ci mettere pure tu a far finta di non capire, anche perché non è da te. Secondo me invece il vero scandalo non è Berlusconi, coerente come sempre con se stesso, con la sua storia e perfino con i suoi elettori. No, il vero scandalo è piuttosto il Pd. Il vero scandalo è continuare a prendere sul serio un partito come il Pd. Perché, come fai benissimo a scrivere, “è semplicemente uno schifo la continua politica del rinvio”. Ma non lo è forse anche e soprattutto perché nonostante tutto il Pd, questo Pd, continua ad avere il consenso anche da parte di chi non dovrebbe concederglielo più — abbiamo già rimosso quei 101? — già da parecchio tempo?

Lente decadenze e veloci slitte

Quando le parole non servono più e bastano solo i titoli:

La decadenza di Berlusconi slitta ancora

A tal proposito diceva bene, in un post scritto ieri, Giuseppe Civati e cioé:

Berlusconi è decaduto all’inizio di agosto e il dibattito che dura da tre mesi non ha alcun senso politico.

Infatti. Il Pd però fa slittare ancora l’applicazione della norma sull’incandidabilità, continua a farla slittare.

Ecco, con tutta la stima che ho nei confronti di Civati (lo sosterrei e voterei sicuramente se solo non facesse più parte del Pd) sono sempre più convinto di una cosa. E cioè che Civati non sarà mai eletto segretario del Pd, ma ha certamente buone probabilità di diventare il nuovo Ingrao. Non so però se sia un complimento o una condanna.

E se gli elettori del Pd fossero perfino peggiori dei dirigenti?

Napolitano e Berlusconi

Un paio di sere fa ne discutevo con un mio carissimo amico, un ex dirigente locale del Pci, sul fatto che sarà pur vero che il Pd ormai abbia superato ogni limite di decenza, ma che in fondo i suoi elettori sono secondo me pur sempre di gran lunga migliori del partito. E cioè: secondo me Napolitano e l’attuale segreteria del Pd non possono spingersi talmente oltre fino a tal punto da concedere addirittura l’amnistia anche per i reati fiscali di Berlusconi o a votare contro la decadenza dello stesso. Sarebbe davvero troppo, anche per il più, come dire, flessibile elettore del Pd. Insomma, secondo me Napolitano e i suoi non possono fare una cosa del genere perché lo zoccolo duro dell’elettorato del Pd non potrebbe accettare un simile tradimento. Elettorato che, a parte tutto, comunque è e rimane di sinistra.

Ma è proprio questo il problema, ribatte assai convinto il mio amico. E cioè che per rimanere per così dire di sinistra questi elettori sono stati obbligati a contraddirsi tante di quelle volte che adesso non ci fanno nemmeno più caso. Ragion per cui (volendo ricordare solo alcuni voltafaccia più recenti) dopo l’imboscata a Prodi dei 101, il governo delle larghe intese e la farsa del congresso del Pd rinviato a oltranza con data sempre da destinarsi, perché mai questi elettori cosiddetti di sinistra non potrebbero benissimo anche farsi scivolare come se nulla fosse pure amnistia e salvataggio in extremis dalla decadenza? Emergenza, governabilità, crisi economica, senso dello Stato e bla bla bla: le paroline magiche non mancherebbero per giustificare anche queste ulteriori porcate. Perché no?

Già: perché no? Per quanto mi riguarda rimango sulle mie posizioni e continuo a credere — fiduciosamente — nell’esistenza di un minimo comune senso del pudore oltre il quale chi un tempo faceva e diceva cose di sinistra (chi più chi meno coerentemente) davvero non può andare. Ma ho paura di sbagliarmi, ho paura che possa aver ragione il mio amico che gli ex comunisti li conosce molto meglio di me.

Napolitano, Grillo e Galliani: benvenuti nell’Italia pietrificata

I numeri del carcere

Viviamo in un Paese bloccato, dove tutto rimane fermo e immobile. Viene in mente questo pensando a Giorgio Napolitano che scopre il problema delle carceri. Il presidente della Repubblica segnala cioè quella che è un’emergenza più o meno risalente a poco dopo le guerre puniche o giù di lì e — maliziosamente — suggerisce amnistia e indulto omettendo però di specificare che dovrebbe riguardare solo i reati meno gravi e quindi Berlusconi non ci rientrerebbe affatto. Dovrebbe essere quasi scontato, ma Napolitano nel suo intervento accenna solo alle violenze contro le donne e di frodi fiscali non ne parla.

Insomma, detta così sembrerebbe quasi una provocazione (e forse, sotto sotto, lo è) quasi fosse l’ennesimo tentativo di assist a Berlusconi. E, puntualmente, il Movimento 5 Stelle ha abboccato all’amo. Così, gridando ancora una volta al solito complotto, è puntualmente caduto nella trappola mediatica con presumibile grande soddisfazione di molti massimi dirigenti del Pd. Praticamente, Napolitano è riuscito a far passare Grillo e il suo movimento per cinici forcaioli che vogliono tenere in carcere e in condizioni a volte disumane anche quei poveri disgraziati nei guai per piccoli reati e magari in attesa di giudizio da chissà quando. Non solo. Napolitano non si è fatta sfuggire l’occasione di infierire, secondo me anche con una certa cattiveria, rispondendogli subito a tono:

 “Coloro i quali pongono la questione in questi termini vuol dire che sanno pensare ad una sola cosa, hanno un pensiero fisso e se ne fregano degli altri problemi della gente e del Paese. Vuol dire che quelli che dicono così non sanno quale tragedia è quella delle carceri. Va bene? Non ho altro da dire”.

Et voilà, Grillo e i suoi cittadini sono (di nuovo) sistemati. Avanti il prossimo. A (ulteriore) dimostrazione che il modo di fare politica del Movimento 5 Stelle è, a dire poco, ingenuo prima ancora che sterile.

Ma per capire che tutto in Italia rimane com’è basta passare dalla politica all’altro sport nazionale, al calcio. Dovrei citarmi e linkare per esempio le previsioni su Prandelli che non avrebbe mai applicato veramente il codice etico nel momento in cui sarebbe stato costretto a fare a meno di titolari importanti o sul fatto che le sanzioni punitive contro il razzismo degli stadi, dopo l’apparente fermezza iniziale, sarebbero state applicate a discrezione. E cioè: non tutti i cori o gli striscioni razzisti sono razzisti. Dipende, insomma. Perché ci sono tifosi e tifosi. E soprattutto società i cui stadi — siamo seri — mica si possono chiudere veramente. D’altronde, sarebbe decisamente impensabile che per esempio Galliani decidesse in pratica di autopunirsi dato che rappresenta autorevolmente tutte le possibili parti e controparti (alla faccia dei conflitti d’interessi) del sistema calcio. Prandelli e Galliani (italiani veri) sono solo due esempi tra tanti altri. E non è una novità. Le cose in Italia non cambiano mai. Esattamente come nel film, già citato dal premier Letta (l’unica cosa buona che ha detto finora) Il giorno della marmotta:

I dubbi di Rodotà sulla nuova maggioranza

Roberto Formigoni di nuovo protagonista della politica nazionale

Roberto Formigoni è tornato nuovamente ad essere protagonista della politica italiana

“Aver sconfitto Berlusconi non vuol dire aver sconfitto il berlusconismo”, dice Stefano Rodotà, in un’intervista sull’Espresso, per niente entusiasta del passaggio da Berlusconi a Formigoni:

“Coloro i quali hanno costituito la nuova maggioranza, i senatori del Pdl – ex o attuali non si capisce – pongono, a mio avviso, una seria ipoteca. Tre nomi: Formigoni, Giovanardi, Sacconi. Ognuno di questi incarna un punto di vista che non penso possa essere di buon auspicio. Formigoni è stato costretto dai suoi a dimettersi, ed è un simbolo del rapporto scorretto tra politica e affari: è questa la linea sulla moralità pubblica della nuova maggioranza?”

E ancora:

“Letta ha vinto e Berlusconi è stato sconfitto, anche se, non posso non notare, che è sembrato più volte sul punto di uscire di scena, ed è poi sempre stato salvato dall’incapacità o dalla scarsa determinazione dei suoi oppositori. Spero non succeda lo stesso questa volta, in cui Berlusconi per la prima volta perde anche i suoi fedelissimi. Bisogna poi sapere che liberarsi da Berlusconi non vuol dire liberarsi dal berlusconismo, dai guasti che ha prodotto, dalla recessione politica e culturale che ha innestato anche a sinistra”.

Sempre ammesso che in Italia esista ancora una sinistra o quantomeno qualcosa di simile.

Palla al centro

Siamo tornati, scrive Alessandro Gilioli, negli anni Cinquanta:

Tutto molto democristiano e tutto molto italiano: un Paese dove il centro ha il cinque per cento dei voti, ma si mangia il 60 per cento del Parlamento.

La disgrazia nazionale

Giorgio Napolitano

Ebbene sì, anche alla luce degli ultimi eventi si può realisticamente affermare senza ombra di dubbio che Giorgio Napolitano sia il peggiore presidente della Repubblica che l’Italia abbia mai avuto. Per distacco. Una vera disgrazia per il Paese perfino peggiore di Silvio Berlusconi.

 

Per l’appunto

Come non copiaincollare integralmente un post di Alessandro Gilioli così sinteticamente perfetto?

Quindi, unendo i puntini, è ufficiale e definitivo: negli anni ‘70 e ‘80 Berlusconi ha mediato con Cosa Nostra ospitando in casa un presidio mafioso; nel 1991 ha corrotto un magistrato per portarsi a casa Mondadori; negli anni ‘90 ha ideato un gigantesco sistema per frodare il fisco e accumulare fondi neri all’estero.

E nel 2013 il Pd ha deciso di allearsi con lui.

Se telefonando scopri tutta l’Italia di Giorgio Napolitano

Ad uso e consumo di chi non l’abbia ancora capito o, peggio, faccia ancora finta di non capire. Il problema dell’Italia non è Berlusconi (o l’impresentabile centrodestra italiano) ma piuttosto la sinistra (o presunta tale) che da vent’anni si nasconde dietro Berlusconi. Altro che Berlusconi: magari fosse solo quello il problema. Come spiega Guido Ruotolo, oggi sulla Stampa, il problema, insomma, il vero problema, è l’Italia di Giorgio Napolitano:

Per non dimenticare nessuno, in questi brogliacci si citano: Matteo Renzi, Massimo D’Alema, Romano Prodi, Giuliano Amato, Enrico Letta, Nicola Latorre, Pierluigi Bersani, Piero Fassino. Nomi di una squadra politicamente nota, quella del Pd a vario titolo. Poi ci sono le sorprese del Pdl: Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Daniela Santanché, Guido Crosetto.

Il neo giudice della Corte Costituzionale, Giuliano Amato, il 14 febbraio del 2010 parla con Mussari e gli chiede «se è vera la voce circa la sua candidatura all’Abi, in modo tale da fare qualcosa per sostenerlo». Mussari conferma l’indiscrezione. C’è un’altra conversazione registrata con Amato, il primo aprile di quell’anno. «Mi vergogno a chiedertelo – esordisce il professore Amato – ma per il nostro torneo ad Orbetello. È importante perché noi siamo ormai sull’uso… Che rimanga immutata la cifra della sponsorizzazione. Ciullini ha fatto sapere che insomma il Monte vorrebbe scendere da 150 a 125». Risponde Mussari: «Va bene. Ma la compensiamo in un altro modo». Amato: «Guarda un po’ se ci riesci. Sennò io non saprei come fare. Trova un gruppo». Mussari lo tranquillizza concludendo: «Lo trovo. Contaci».

Il 24 febbraio Piero Fassino chiama Mussari per sapere quando lo potrà incontrare a Roma. Ma il presidente Mps è per una settimana in ferie. «Ricontattami quando rientri per fissare un incontro. Così facciamo un po’ il punto totale».

Se il Pd fosse un partito di delinquenti

Napolitano e Berlusconi, padroni dell'Italia

Napolitano e Berlusconi, padroni dell’Italia

Di fronte allo sfacelo sociale in cui siamo non è più tempo di chiacchiere. A dire la verità non lo è da parecchio tempo. E se il Pd riuscirà a non far applicare la legge e a salvare ancora una volta Berlusconi credo si debba immediatamente organizzare una manifestazione nazionale di protesta per invitare tutti gli italiani onesti (o anche solo di buona volontà) a partecipare in piazza San Giovanni a Roma.

Se Berlusconi dovesse in qualche maniera (con la complicità del Pd) rimanere comunque in Parlamento diventerebbe assolutamente necessario scendere in piazza contro tutti quei delinquenti che vogliono cancellare la democrazia in Italia. Una mobilitazione trasversale ai partiti tipo quella del 2002, quella con quasi un milione di manifestanti, organizzata da Nanni Moretti (già, a proposito, ma che fine ha fatto Moretti…?)  per contestare soprattutto il centrosinistra (o presunto tale) e i loro ormai impresentabili e spesso imbarazzanti dirigenti.

La situazione sta diventando drammatica, soprattutto a causa dell’irresponsabilità al limite dell’eversione di Napolitano e della dirigenza del Pd e gli italiani (quelli seri) devono pur fare qualcosa per far sentire in qualche maniera la loro voce. Bisogna allora dare un segnale forte, occorre mobilitarsi per scongiurare il peggio.

Chi difende Berlusconi manifesta contro la democrazia

Un vero Paese democratico non consentirebbe in nessuno modo e per nessun motivo lo svolgimento di una protesta organizzata contro la magistratura. Un vero Paese democratico non consentirebbe a nessuno e per nessun motivo di scendere in piazza per difendere un delinquente.

Io credo che in Italia si sia superato (e da tempo ormai) ogni limite di pubblica decenza perché al di là delle proprie convinzioni politiche ognuno di noi dovrebbe avere il coraggio e la forza di indignarsi di fronte a una manifestazione eversiva come quella di questo pomeriggio a Roma.

Che la situazione stia precipitando senza che le istituzioni facciano niente per impedire l’ormai inevitabile disfacimento della Repubblica lo dimostra il fatto che i media non si sentano minimamente in dovere di alzare la voce contro questo ribaltamento della realtà. Silvio Berlusconi non è una vittima e non è un perseguitato, ma Berlusconi è semplicemente un delinquente. Pure assai pericoloso. E in un Paese civile nessuno si può permettere di scendere in piazza contro la democrazia. Perché questo sta succedendo.

Le regole del Pd e il sospetto dell’acutissimo Ilvo Diamanti

Un primo piano di Ilvo Diamanti

Un primo piano di Ilvo Diamanti

A proposito delle discusse regole per il congresso del Pd oggi sulla prima pagina della Repubblica l’acutissimo Ilvo Diamanti, praticamente un’aquila, esprime un inquietantissimo sospetto e cioè:

È difficile scacciare il sospetto che tutta, ma proprio tutta, la discussione ruoti intorno al futuro di Matteo Renzi.

Cazzo, non ci avevo mica pensato. Era ora che qualcuno avesse il coraggio di mettere il Pd di fronte alle sue responsabilità. Dopo un tale sospetto lanciato dall’acutissimo Ilvo Diamanti, praticamente un’aquila, Giorgio Napolitano ora non ci dormirà più la notte.

Rodotà e la possibile (ri)partenza della sinistra

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

Sulla Repubblica di oggi c’è da leggere assolutamente la bella intervista di Simonetta Fiori a Stefano Rodotà sui diritti, lo stesso Rodotà che tra l’altro appena tre giorni fa sullo stesso quotidiano ha fatto un’analisi impietosa quanto condivisibile della sinistra italiana smontando una volta per tutte l’alibi del principio di responsabilità che Giorgio Napolitano e il Pd stanno usando per giustificare, con la scusa dell’emergenza, qualsiasi porcata del governo delle larghe intese. Tutti e due gli interventi sono secondo me un buon punto di (ri)partenza o comunque, in momenti così confusi, un buon riferimento per la sinistra. Copio e incollo, tra le domande che gli sono state poste, alcune risposte particolarmente significative:

In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
«È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica».
Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
«Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona a
homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità».
Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
«In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo».
Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
«Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso ».
In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
«Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finché io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?».
No, molto chiaro.
«È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra».

Michelino Serra e la parola che proprio non gli viene

Michele Serra

Michele Serra

Dai Miché che alla fine prima o poi ce la fai

Sono anni che Michele Serra nella sua rubrica quotidiana L’amaca sulla Repubblica si arrampica tutti i giorni sugli specchi per cercare di trovare le parole giuste per definire la sinistra italiana senza riuscirci mai. Ma io lo so che Michelino ce la farà. Prima o poi ce la farà. Lo so perché è un grande intellettuale di sinistra e un grande intellettuale di sinistra prima o poi le parole le trova. Anche perché di parole da dire ne basterebbe solo una. È solo una questione di tempo, insomma. E bisogna avere pazienza. Ma vedrete che prima o poi anche al nostro Michelino — prima o poi — quella parolina verrà in mente, quella parolina che definirebbe secondo me senza nessuna ombra di dubbio Giorgio Napolitano, Dario Franceschini e i 101 del Pd.

Dai Miché che è facile

Lo so che quando si tratta di parlare del Pd o di giornalismo per te che sei sempre stato un militante del Pci-Pds-Ds-Pd-ocomecazzosichiameràdomani e che tra l’altro collabori per un giornale come la Repubblica che fa il tifo per Napolitano e per il Pd diventa umanamente difficile trovare le parole giuste. Ma io ti conosco, conosco la tua invidiabile intelligenza e capacità di analisi e so che ce la puoi fare. So che puoi benissimo trovare prima o poi il coraggio di trovare e scrivere quella parola che proprio non ti viene o che forse comprensibilmente rimuovi.

Eppure è semplice, credimi

Se non riesci a capire come mai e perché quelli del Pd si comportino così magari è perché non vuoi ammettere l’evidenza delle cose. La dolorosa evidenza delle cose. Che sono molto più semplici di tutti i tuoi spesso spericolati equilibrismi dialettici che, ammettilo, non portano mai da nessuna parte. E cioè che quelli del Pd sono semplicemente dei — scusami per la crudezza, ma non essendo un intellettuale non sono abituato a tanti giri di parole — mascalzoni. Ma-scal-zó-ni. E cioè, copio e incollo dal vocabolario: chi si comporta in maniera disonesta, falsa, vile e senza scrupoli. Come quando, cito le prime cose che mi vengono in mente, hanno accettato di far sospendere i lavori parlamentari per protestare contro la magistratura che perseguita il povero Berlusconi. O come quando hanno tolto al Parlamento voce in capitolo all’acquisto degli indispensabili F35. O come quando hanno votato contro la sfiducia al ministro Alfano che non sapeva niente della “deportazione” di moglie e figlia di un dissidente politico. Vado avanti? No, meglio di no, c’è da vergognarsi solo a scriverle. Ma insomma, Miché, sono o non sono dei mascalzoni? Miché, dico a te. Sono o non sono dei mascalzoni?

Miché, per favore, dillo

Ora che anche tu hai ritrovato la parola che non proprio non ti veniva in mente, ti prego, ti scongiuro. Per favore: scrivila pure tu questa parola. Prima di andare in pensione, però. Perché, lo ammetterai, dopo non vale. Saresti veramente una (scusa il termine) merda a dirlo dopo, un po’ come Veltroni che ha confessato di aver fatto finta di essere stato comunista per trent’anni e più.

L'amaca di Michele Serra

Sulla Repubblica di oggi l’ennesimo corsivo di Serra per giustificare il Pd

Napolitano, il Pd e il principio di (ir)responsabilità

Berlusconi e Napolitano padroni dell'Italia

L’Italia è ancora una repubblica parlamentare?

Oggi sulla Repubblica con un editoriale intitolato La normalità deviata Stefano Rodotà smonta una volta per tutte l’alibi del principio di responsabilità che Giorgio Napolitano e il Pd stanno usando per giustificare, con la scusa dell’emergenza, qualsiasi porcata del governo delle larghe intese. E lo ribalta. Altro che responsabili, spiega Rodotà. Il presidente della Repubblica, Franceschini e i 101 del Pd sono esattamente il contrario e cioè degli irresponsabili che tengono praticamente in ostaggio il Paese. Come? Con il ricatto dell’emergenza permanente. Ecco perché:

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

MOLTI fatti, in questi giorni, hanno destato scandalo, suscitato proteste, acceso qualche fuoco d’indignazione. Ma non sono il frutto di una qualche anomalia, non rientrano nella categoria delle eccezioni o degli imprevisti. Appartengono a quella “normalità deviata” che caratterizza ormai da anni il funzionamento del sistema politico.
HA corroso il costume civile, accompagna il disfacimento del sistema industriale e la terribile impennata della povertà.
Il caso Alfano è davvero una illustrazione esemplare del modo in cui questa normalità deviata è stata costruita, fino a divenire l’unica, riconosciuta forma di normalità istituzionale. Lasciando da parte la responsabilità oggettiva per fatti di cui non avrebbe avuto conoscenza, bisogna chiedersi quale ruolo giochi la responsabilità politica.
Dove va a finire questa specifica forma di responsabilità quando si adotta questo tipo di argomentazione? Scompare, anzi è da tempo scomparsa, creando una zona di immunità nella quale i titolari di incarichi istituzionali si muovono liberi, quasi estranei alle strutture che pure ad essi fanno diretto riferimento, anche quando il funzionamento di queste strutture produce gravi conseguenze politiche. La responsabilità politica, anzi, finisce con l’essere considerata come una insidia, un rischio. Guai a farla valere se così vengono messi in pericolo la stabilità del governo, gli equilibri faticosamente o acrobaticamente costruiti. Questo particolare tassello della normalità deviata finisce con il rivelare la più profonda distorsione del nostro sistema politico – l’essere ormai prigioniero di uno stato di emergenza permanente. Questo è divenuto l’argomento che inchioda il sistema politico alle sue difficoltà, negandogli la possibilità di sperimentare soluzioni diverse da quelle che, via via, mostrano i loro evidenti limiti, fino a sottrarre alla politica ogni legittimo margine di manovra. Di nuovo la normalità deviata, di fronte alla quale vien forte la tentazione di pronunciare un “elogio della follia politica”, che spesso consente di cogliere i tratti reali di una situazione assai meglio del realismo proclamato. Era davvero imprevedibile quello che sta accadendo, l’intima fragilità delle “larghe intese” che, prive di qualsiasi collante politico, sono in ogni momento esposte a fibrillazioni, ricatti, strumentalizzazioni? È la mancanza di coraggio politico a produrre instabilità. Così non soltanto l’orizzonte dell’azione di governo si accorcia sempre di più, fino a ridursi al giorno dopo. Soprattutto si perde la capacità di operare in modo adeguato alle situazioni di crisi e di ripartire le risorse rispettando le vere priorità, le emergenze effettive. Infatti, si accettano come variabili indipendenti quelle che, invece, sono pretese settoriali o prepotenze di parte. Problemi procedurali a parte, com’è possibile ripartire le scarse risposte disponibili assumendo come tabù intoccabile l’acquisto degli F-35, mentre premono altre e più drammatiche necessità? Com’è possibile inchiodare fin dal primo giorno l’azione del governo intorno alla questione dell’Imu, condizionando l’intera strategia economica per soddisfare una promessa elettorale di Berlusconi, mentre svaniscono quelle del Pd?
In questa normalità sempre più deviata non riescono a trovare posto le vere, grandi emergenze. Mentre si dissolve l’apparato industriale, non vi sono segni di una vera politica industriale. Neppure questa è una novità, perché si tratta di una eredità dei governi Berlusconi e pure del governo Monti, dove quelle due parole venivano liquidate quasi con disprezzo come si facesse cenno a una inammissibile interferenza nel mercato. E da questa ulteriore assenza di politica viene un contributo all’aggravarsi della situazione economica, che ormai deve essere letta partendo dalle cifre impressionati sulla povertà. Le ha analizzate efficacemente e impietosamente Chiara Saraceno, sottolineando pure la necessità di modifiche strutturali, come quelle riguardanti l’avvio di forme di reddito garantito. Un governo blindato, non è necessariamente sinonimo di governo forte e efficiente.
Ma la normalità deviata non la ritroviamo solo nel circuito istituzionale. È dilagata nella società, con effetti perversi che verifichiamo continuamente osservando il degradarsi delle regole minime della convivenza civile. So bene che il caso Calderoli è vicenda miserevole. Ma bisogna ritornarci perché si sono ricordati i precedenti di questo eminente rappresentante della Lega, dalla maglietta contro l’Islam all’annuncio di passeggiate con maiali dove si pensava di costruire una moschea. Nulla di nuovo, allora. Gli insulti alla ministra Kyenge appartengono a questa perversa normalità, accettata e addirittura premiata con incarichi istituzionali. Ma Calderoli non era e non è solo, è parte di una schiera che ha fatto del linguaggio razzista, omofobo, sessista un essenziale strumento di comunicazione, per acquisire consenso e costruire identità. E infatti, per giustificarlo, si è detto che le sue erano parole da comizio, dunque legittime, senza rendersi conto dell’enormità di questa affermazione: la propaganda politica può travolgere il rispetto dell’altro, negandone l’appartenenza stessa al comune genere umano, pur di arraffare un miserabile voto.
Ma era una battuta, si è detto. Lo sentiamo dire da anni, senza che questa pericolosa deriva sia mai stata contrastata seriamente da nessuno. Anzi, è stata sostanzialmente legittimata da due categorie – i realisti e i derubricatori. Innocue quelle battute, derubricate a folklore, a modo per avvicinare il linguaggio della politica a quello dei cittadini. Ma il linguaggio è strumento potente e impietoso, e oggi ci restituisce l’immagine di una società degradata, nella quale sono stati inoculati veleni che l’hanno drammaticamente intossicata. Inutili moralismi, ribattono i realisti, che guardano alla Lega come forza politica, addirittura come una “costola della sinistra”. Ma una cosa è considerare la rilevanza politica di un fenomeno, altro è accettarne ogni manifestazione, rinunciando a contrastare proprio ciò che frammenta la società, ne esaspera i conflitti.
Altre deviazioni potrebbero essere ricordate. E tutto questo ci dice che, per tornare ad una decente normalità, serve una innovazione politica profonda, che esige altre idee e altri soggetti.

Enrico Bondi commissario bugiardo

Enrico Bondi smentisce. Sostiene infatti: “Non ho mai detto, né scritto che ‘il tabacco fa più male delle emissioni dell’Ilva’”. Ma la relazione presentata dal commissario dell’Ilva di Taranto alla Regione Puglia è inequivocabile e la Repubblica lo sbugiarda. Ecco un estratto del documento in cui si afferma che l’aumento dei tumori a Taranto è da addebitare alle sigarette:

Un passaggio della relazione del commissario dell'Ilva Bondi inviata alla Regione Puglia

Un passaggio della relazione del commissario dell’Ilva Bondi inviata alla Regione Puglia (clicca per ingrandire)

Obbligherei Enrico Bondi a fare il metalmeccanico

Il commissario dell'Ilva Enrico Bondi

Il commissario dell’Ilva Enrico Bondi dice che a Taranto si fuma troppo

Sono di sinistra e continuerò a sentirmi di sinistra anche se sono rimasto (e presumibilmente lo sarò forse per sempre) senza più un partito perché secondo me, dopo le bestialità sostenute in un presunto dossier a proposito di inquinamento e tumori a Taranto, uno come il commissario dell’Ilva Enrico Bondi in un Paese appena appena civile dovrebbe essere mandato immediatamente dove so io. In pensione? No. Troppo comodo. Il contrario, semmai.

D’accordo, ha 78 anni ed è quella la prima cosa che gli si vorrebbe augurare e cioè che se ne vada il più presto possibile in pensione che è meglio. Ma è pur vero che Enrico Bondi a 78 anni nemmeno prova un minimo di vergogna a sostenere certe bestialità. Bestialità che umiliano e offendono un’intera città costretta a morire per il lavoro. No.

Sono di sinistra perché credo sia giusto che in un Paese appena appena civile uno come Bondi venga immediatamente obbligato a lavorare. Sarebbe secondo me la condanna peggiore, altro che pensione (tra l’altro d’oro) per chi come Bondi ha passato tutto il tempo a comandare e stop. Così magari per la prima volta, hai visto mai, chissà che non cominci a capire pure lui — anche a 78 anni, perché no? — qualcosa della vita. Soprattutto se poi venisse mandato a lavorare proprio dove dico io e cioè all’Ilva di Taranto. Come metalmeccanico, però. Con un contratto a termine. Ovviamente, sia chiaro, senza che nessuno lo obblighi mai a fumare. Non sia mai gli venisse un cancro.

Civati il visionario e il partito (poco) democratico

Il nuovo sito di Giuseppe Civati

Giuseppe Civati (qui il nuovo sito e qui il vecchio blog) a me ispira molta simpatia e pur non votando il Pd manco sotto tortura farò sempre il tifo per lui e per la sua incredibile, utopistica, convinzione di poter cambiare le cose. Di poter liberare nello spazio di pochi giorni — il tempo necessario cioè per dar vita a un (sic) congresso — un partito ostaggio di bande politicamente armate. Bande ferocissime, decisamente spietate e pronte a tutto pur di difendere le loro rendite di posizione, i soldi a cui non si può più fare a meno e il potere — dove lo mettiamo il potere con la sua irrinunciabile visibilità mediatica? — così duramente acquisito nel corso degli ultimi vent’anni.

Ma a parte questo, quello che più mi colpisce e mi fa sorridere dell’ingenuità visionaria e per certi aspetti vagamente psichedelica del buon Civati (che di esagerazione in esagerazione nello spararle sempre troppo grosse rischia però seriamente di diventare una maschera tragicomica della sinistra, cosa che gli auguro non avvenga mai) è quando si dice convinto di poter diventare niente di meno che segretario del Pd pur avendo tutti contro, dai capi dei clan fino ai più umili servitori di sezione. Di riuscire cioè a prevalere quasi gandhiamente, attraverso una sorta di miracolo, grazie alla forza delle sue idee. Grazie cioè all’indubbia onestà intellettuale e alle idee veramente di sinistra che lui, il buon Civati, non si stanca mai di portare avanti nonostante tutto e tutti. Nonostante Napolitano, nonostante l’improcrastinabile inciucio con Berlusconi (evidentemente avversato solo a chiacchiere) nonostante gli F35 e tutto il solito teatrino quotidiano. Come se improvvisamente cioè il popolo non più di sinistra ma del Pd venisse folgorato sulla via di Damasco e colto da lancinanti e irrefrenabili sensi di colpa decidesse così su due piedi di pentirsi e al posto di Matteo Renzi sceglierebbe proprio lui, il candidato veramente di sinistra, il buon e molto più serio Civati. Dice infatti il futuro segretario del Pd che grazie a lui il Pd diventerà un partito incredibilmente di sinistra:

 “Credo veramente in una vittoria, penso che la maggior parte del Partito democratico sia sulle mie posizioni o quanto meno si ponga le stesse domande che mi pongo io”.

Tutto ciò è, detto con una parola sola, commovente. Non c’è altro commento da fare. Troppo bello, veramente. Solo che c’è inevitabilmente una domanda che mi piacerebbe fare al caro Pippo (la sua incrollabile fiducia nella sinistra è tale che quasi mi commuovo e proprio per questo mi sento particolarmente vicino a lui e alla sua follia rivoluzionaria) ed è questa: ma da quando in qua la base del partito, del Pd ora come in passato del Pci, ha mai contato qualcosa? Lo sappiamo tutti che la maggioranza di chi sostiene e vota il Pd vorrebbe Civati segretario. Ci mancherebbe altro. La maggioranza degli elettori proviene dal Pci o comunque quello che è poi diventato. Senza il Pd, senza cioè i voti a scatola chiusa garantiti dall’elettorato di sinistra del Pd gli ex democristiani, Franceschini per dire o il rottamatore (sic) Renzi avrebbero più o meno gli stessi voti di Casini. O sbaglio? Caro Pippo, che dici mai? Lo sappiamo benissimo che la base del partito ti farebbe segretario tutta la vita. E ci mancherebbe pure non fosse così, dato che sei uno di loro, che pensi, parli e vivi come loro.

Ti farebbe subito segretario così come avrebbe voluto se non Rodotà almeno Prodi presidente della Repubblica. Come avrebbe voluto, sempre quella stessa maggioranza di cui parli, allearsi con Grillo invece di fare il governo delle larghe intese. E se poi proprio non era possibile mettersi d’accordo con Grillo allora si sarebbe dovuto abolire subito il Porcellum per poi tornare subito, democraticamente, al voto. Eppure, non è successo niente di tutto questo. Anche se, caro Pippo, era la maggioranza assoluta a volerlo, la maggioranza non solo degli elettori del Pd ma, se ci aggiungiamo anche buona parte dei grillini, perfino del Paese. E allora? E quindi? Tu caro Civati che sei laureato, hai studiato e leggi tanti libri dovresti sapere benissimo che in Italia avere la maggioranza non significa niente e, soprattutto, non serve a niente. Tantomeno a cambiare le cose. Men che mai il Pd.

Napolitano e l’insostenibile elogio di Margherita Hack

Giorgio Napolitano

Offensivo e umiliante. Non trovo altre parole. È profondamente offensivo e umiliante che la morte di una grande italiana come Margherita Hack debba essere commemorata, per inevitabili quanto imbarazzanti obblighi istituzionali, proprio da chi come Giorgio Napolitano è lontano mille anni luce da lei. Da chi cioè è, per non dire altro, l’esatto opposto. Culturalmente, politicamente, moralmente o anche solo umanamente parlando. Il potere, tra le altre cose, crea anche queste situazioni mostruosamente indecenti.

L’Imu e i miliardi che improvvisamente non ci sono più

Com’era quella cosa dell’emergenza? Ah, sì, ora ricordo: bisognava assolutamente fare un governo perché si doveva salvare l’Italia. E come no.

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Cialtroni. Non sono nient’altro, con in testa il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni (sì, proprio quello scelto personalmente da Napolitano) che dei cialtroni.

Gente senza onore e senza dignità, sicuramente. Gente senza un minimo senso di pudore. Ma fondamentalmente ministri, professori universitari, statisti ed esperti di ‘sto cazzo. In sintesi: braccia — vergognosamente — rubate all’agricoltura.

E che dice ora Napolitano, monarca assoluto e indiscusso di tutti i cialtroni d’Italia? Qual è, sentiamo, il monito (dio mio, non so se ce ne rendiamo conto) di oggi?

L’Italia, la mafia e la miracolosa riapparizione dell’agenda rossa

L'agenda rossa di Borsellino per terra subito dopo la strage

L’agenda rossa di Borsellino per terra subito dopo la strage

Se vent’anni dopo si scopre che quell’agenda rossa non solo c’era ma si vedeva ancora per terra — prima che venisse rubata — perfino in un filmato girato subito dopo la strage in via D’Amelio dai  vigili del fuoco  e adesso vorrebbero pure farci credere che nessuno se ne sia mai accorto, beh allora lasciamo pure stare i processi. Non servono. Lo sappiamo benissimo da soli che il nostro è un Paese di mafiosi.

Giorgio dì qualcosa di democratico

Giorgio Napolitano

Soltanto un presidente della Repubblica corrotto e mafioso potrebbe nominare senatore a vita Silvio Berlusconi o concedere a questo giro l’amnistia. E Giorgio Napolitano lo sa benissimo. Ora dipende solo da lui decidere come chiudere la sua lunga e abbastanza discutibile, diciamo così, carriera.

E se questo dovesse accadere ciò sarebbe il definitivo — indiscutibile — smascheramento del Pci e della sua vera identità. Io, insomma, paradossalmente me lo auguro che Berlusconi diventi senatore a vita, perché farei finalmente pace con me stesso.

Napolitano e le violenze moderate

Berlusconi e Napolitano

Com’era che diceva appena pochi giorni fa il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano? Ah sì, che in momenti di così forti tensioni sociali bisogna moderare la violenza verbale. Infatti. Non solo nessuno modera un bel niente, ma sono proprio le stesse istituzioni a dare gli esempi più negativi. Tipo che oggi il governo (parte del governo) è sceso addirittura in piazza per offendere e delegittimare la magistratura. Alla faccia, per dire, della moderazione. Complimenti vivissimi, davvero un bell’esempio.

Tanto che a difendere le istituzioni al posto di Napolitano (evidentemente impossibilitato a violare la sacralità del week end) sono dovuti intervenire gli italiani stessi, giustamente scesi anch’essi in piazza per protestare contro la manifestazione eversiva. Lo so, è una parola forte. Ma come si dovrebbe altrimenti chiamare quello che è successo a Brescia e, tra l’altro, dovrebbe ripetersi pure lunedì prossimo davanti al tribunale di Milano?

Mica uno scherzo, insomma, soprattutto di questi tempi. Come minimo il ministro dell’Interno avrebbe dovuto impedire una cosa del genere, anche solo per una questione d’ordine pubblico, per scongiurare cioè il peggio. Ah già, quasi mi dimenticavo: il ministro dell’Interno era pure lui in piazza a insultare la magistratura.

  • UPDATE

    Non so cosa ne pensiate voi, ma manifestare contro i giudici, specie se si e’ imputati, mi sembra un atto piuttosto eversivo. Specie se l’imputato e’ il capo di uno dei maggiori partiti politici del paese. — Lucia Annunziata

    Caro Pd, ricordati sempre, prima di andare a letto e (non) svegliarti, che sei al governo – cioè ostaggio – con un tizio che anche oggi, circondato da groupies e yesmen, si è paragonato a Enzo Tortora.  — Andrea Scanzi

    Chi era il ministro degli Interni preposto alla tutela dell’ordine pubblico in quel di Brescia? Angelino Alfano. Peccato che fosse tra i manifestanti, invece che a assolvere ai suoi doveri.  — Gad Lerner

Noi qui siamo

Dall’alto della nostra disumana pazienza e stoico spirito di sopportazione concediamo un ulteriore credito di fiducia, anche perché i tifosi della sinistra (coloro cioè che fanno il tifo sempre e comunque per un partito come se fosse una squadra di calcio e quindi a prescindere da obiettivi, programmi e risultati) li conosciamo molto bene (dato che per  molti anni e… molte sigle tifosi lo siamo stati anche noi) e sappiamo perfettamente che loro — gli ultrà del Pd — a capire come stanno realmente le cose ci arrivano sempre con un po’ (parecchio) di ritardo:

E, come mi scrive Giulia da Modena, se il Pd si chiuderà (ancora?), i democratici si organizzeranno. Con esiti inaspettati, per tutti.

Abbiamo aspettato tanto, aspettiamo pure questi “esiti inaspettati”.

I militanti del Pd: la voce della verità