Archivi tag: Enrico Letta

Dalla sinistra al sinistro

Letta e Renzi

Una crisi drammatica, una gestione ridicola: il direttore dell’Huffington Post Lucia Annunziata esprime tutta la sua preoccupazione per la piega che sta prendendo lo scontro, tutto all’interno del Pd, tra il premier Letta e il segretario Matteo Renzi. E scrive:

La successione di Renzi a Letta, se accadrà, è davvero un passaggio serio della repubblica. Qualunque sia la ragione per appoggiarla, o volerla, alla fine di questo percorso ci ritroveremo con il terzo premier non votato dal 2011. Il che significa che siamo meravigliosamente sulla strada della evoluzione dell’Italia, unica nazione europea, in una Repubblica Oligarchica. Altro che riforme per guarire la crisi di rappresentanza.

Sono in momenti come questi che a me piace soprattutto ricordare le adesioni in massa, spesso calorose, di tutta l’intellighenzia ex comunista, ex Pds, ex Ds alla nascita del Pd che avrebbe di fatto definitivamente tolto agli italiani di sinistra ogni ulteriore rappresentanza. Meriterebbero, questi patetici tromboni sempre ben acquattati dietro le spalle del dirigente meglio piazzato, una pernacchia eterna a futura memoria.

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Lente decadenze e passeggere indignazioni

Gad Lerner indignato per il rinvio della decadenza di Berlusconi

Il vero scandalo, titola sul suo blog Gad Lerner, è che slitti a dicembre il voto su Berlusconi. E scrive:

Per chiunque abbia a cuore la certezza del diritto e quindi anche dell’esecuzione della pena, è semplicemente uno schifo la continua politica del rinvio, per calcoli di opportunità non meglio precisabili in pubblico, del voto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi.

Eh no, caro Gad, non ti ci mettere pure tu a far finta di non capire, anche perché non è da te. Secondo me invece il vero scandalo non è Berlusconi, coerente come sempre con se stesso, con la sua storia e perfino con i suoi elettori. No, il vero scandalo è piuttosto il Pd. Il vero scandalo è continuare a prendere sul serio un partito come il Pd. Perché, come fai benissimo a scrivere, “è semplicemente uno schifo la continua politica del rinvio”. Ma non lo è forse anche e soprattutto perché nonostante tutto il Pd, questo Pd, continua ad avere il consenso anche da parte di chi non dovrebbe concederglielo più — abbiamo già rimosso quei 101? — già da parecchio tempo?

Lente decadenze e veloci slitte

Quando le parole non servono più e bastano solo i titoli:

La decadenza di Berlusconi slitta ancora

A tal proposito diceva bene, in un post scritto ieri, Giuseppe Civati e cioé:

Berlusconi è decaduto all’inizio di agosto e il dibattito che dura da tre mesi non ha alcun senso politico.

Infatti. Il Pd però fa slittare ancora l’applicazione della norma sull’incandidabilità, continua a farla slittare.

Ecco, con tutta la stima che ho nei confronti di Civati (lo sosterrei e voterei sicuramente se solo non facesse più parte del Pd) sono sempre più convinto di una cosa. E cioè che Civati non sarà mai eletto segretario del Pd, ma ha certamente buone probabilità di diventare il nuovo Ingrao. Non so però se sia un complimento o una condanna.

Parla con mamma (2)

Il premier Enrico Letta con il vice Angelino Alfano e il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri

Sempre a proposito delle interferenze del ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri sui giudici del caso Ligresti, noto una certa diversità di vedute anche tra giornalisti di sinistra. Si chiede per esempio Gad Lerner:

In coscienza, quando ti prospettano il pericolo di vita in cui versa un/una detenuto/a, cosa c’è di male nel segnalarlo ai responsabili dell’amministrazione penitenziaria?

Una domanda a cui sembra rispondere, seppure indirettamente, il post scritto sullo stesso argomento da Alessandro Gilioli:

Incredibile è la faccia tosta nel sostenere di essersi comportata nello stesso modo per tutti i detenuti che nelle carceri compiono atti di autolesionismo o si suicidano: centinaia se non migliaia i primi, che non vengono nemmeno censiti; più di 40 i secondi solo quest’anno, e mancano ancora due mesi alla fine del 2013.

Per quanto mi riguarda sono d’accordo con Gilioli perché il punto è proprio quello che lui mette a fuoco e cioè non tanto se il ministro della Giustizia abbia interferito nelle decisioni dei giudici per aiutare Giulia Ligresti che aveva problemi di salute. No, il problema è semmai perché il ministro non abbia segnalato anche tutti gli altri casi simili di detenuti che si trovano esattamente se non peggio nelle stesse cattive condizioni di salute.

D’altronde, come si fa — e tantomeno da un punto di vista di sinistra — a essere contrari ad aiutare chi soffre? Ci mancherebbe altro. Il fatto è che, nel caso in questione, i detenuti che stanno male come Giulia Ligresti sono, a differenza sua, ancora dentro. Questo allora bisognerebbe innanzitutto chiedere al ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri: perché Giulia Ligresti sì e tutti gli altri invece no? Forse perché la famiglia Ligresti ha il numero del suo cellulare? Niente di più facile allora da risolvere: renda pubblico un suo recapito telefonico e dia la stessa possibilità anche a tutti gli altri detenuti che si trovano nelle stesse condizioni di Giulia Ligresti. Altrimenti, va da sè, dovrebbe dimettersi per forza.

Parla con mamma

Il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri è innanzitutto una mamma italiana esemplare

Il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri è innanzitutto una mamma italiana esemplare

Ma quale interferenza sui giudici per il caso Ligresti, il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri ha semplicemente fatto né più né meno quello che avrebbe fatto ogni mamma che vuole bene ai suoi figli. Come avviene in ogni famiglia italiana che si rispetti. E cioè: non è il ministro ad aver sbagliato, ma chi pensa che abbia sbagliato e continua così a pretendere che l’Italia sia un Paese di individui cresciuti e vaccinati e non di mamme e figli, di padri, nonni, zii, nipoti e cugini fino al terzo grado. Dove credete di stare? Forse ancora negli anni Settanta? Ma da allora il mondo è cambiato e di tempo ne è passato. Sveglia! Sono cose fuori moda e da un pezzo.

Caso mai non si fosse ancora capito, siamo di fronte a un’esemplare riaffermazione dei valori della famiglia, della solidarietà tra congiunti, del sangue che chiama il proprio sangue e nei momenti di pericolo si ricompatta per il bene del proprio clan, della propria tribù. La famiglia prima di ogni altra cosa. Le istituzioni possono aspettare e ce ne faremo benissimo una ragione perché siamo tutti padri e figli e tutti abbiamo una mamma. Il cui unico dovere deve essere quello verso i figli, anche se incidentalmente fa il ministro e della Giustizia per giunta.

Quello di Anna Maria è stato il gesto esemplare di una mamma preoccupata e sensibile come tutte le mamme sanno essere. Una mamma che nel fare ciò che ha fatto ha ricordato a tutti noi come sia ormai indispensabile in tempi così bui di crisi economica e incertezze morali rinsaldare i rapporti generazionali tra padri e figli affinché ogni famiglia ritrovi al suo interno quell’unità d’intenti che favorisca finalmente una nuova rinascita dell’Italia. Tutti insieme nella stessa barca, senza più inutili e sterili distinzioni tra pubblico e privato, padri e figli, ministri e mascalzoni, faccendieri e corrotti, di destra, di centro e di sinistra o come ti pare a te. Tutti comunque votati a un sempre più radioso futuro della famiglia. Italiana.

La famiglia Ligresti

La famiglia Ligresti

Palla al centro

Siamo tornati, scrive Alessandro Gilioli, negli anni Cinquanta:

Tutto molto democristiano e tutto molto italiano: un Paese dove il centro ha il cinque per cento dei voti, ma si mangia il 60 per cento del Parlamento.

La disgrazia nazionale

Giorgio Napolitano

Ebbene sì, anche alla luce degli ultimi eventi si può realisticamente affermare senza ombra di dubbio che Giorgio Napolitano sia il peggiore presidente della Repubblica che l’Italia abbia mai avuto. Per distacco. Una vera disgrazia per il Paese perfino peggiore di Silvio Berlusconi.

 

Per l’appunto

Come non copiaincollare integralmente un post di Alessandro Gilioli così sinteticamente perfetto?

Quindi, unendo i puntini, è ufficiale e definitivo: negli anni ‘70 e ‘80 Berlusconi ha mediato con Cosa Nostra ospitando in casa un presidio mafioso; nel 1991 ha corrotto un magistrato per portarsi a casa Mondadori; negli anni ‘90 ha ideato un gigantesco sistema per frodare il fisco e accumulare fondi neri all’estero.

E nel 2013 il Pd ha deciso di allearsi con lui.

Se il Pd fosse un partito di delinquenti

Napolitano e Berlusconi, padroni dell'Italia

Napolitano e Berlusconi, padroni dell’Italia

Di fronte allo sfacelo sociale in cui siamo non è più tempo di chiacchiere. A dire la verità non lo è da parecchio tempo. E se il Pd riuscirà a non far applicare la legge e a salvare ancora una volta Berlusconi credo si debba immediatamente organizzare una manifestazione nazionale di protesta per invitare tutti gli italiani onesti (o anche solo di buona volontà) a partecipare in piazza San Giovanni a Roma.

Se Berlusconi dovesse in qualche maniera (con la complicità del Pd) rimanere comunque in Parlamento diventerebbe assolutamente necessario scendere in piazza contro tutti quei delinquenti che vogliono cancellare la democrazia in Italia. Una mobilitazione trasversale ai partiti tipo quella del 2002, quella con quasi un milione di manifestanti, organizzata da Nanni Moretti (già, a proposito, ma che fine ha fatto Moretti…?)  per contestare soprattutto il centrosinistra (o presunto tale) e i loro ormai impresentabili e spesso imbarazzanti dirigenti.

La situazione sta diventando drammatica, soprattutto a causa dell’irresponsabilità al limite dell’eversione di Napolitano e della dirigenza del Pd e gli italiani (quelli seri) devono pur fare qualcosa per far sentire in qualche maniera la loro voce. Bisogna allora dare un segnale forte, occorre mobilitarsi per scongiurare il peggio.

Se Enrico Letta dà del “fighetto” al soldato Civati

Il premier Enrico Letta

Il premier Enrico Letta

Fossi al posto di Civati mi girerebbero parecchio le scatole a sentirmi definire un “fighetto“. Ancora di più mi girerebbero se tra l’altro a dirlo non è, che so, Landini o finanche un qualsiasi metalmeccanico della Fiom, ma uno come Letta. Enrico Letta proprio no. Eh no, al posto di Civati io non l’avrei presa per niente bene.

Anche perché c’erano tante parole che si sarebbero potute usare ma quella lì, “fighetto”, è stata utilizzata (e viene utilizzata da qualche tempo) apposta per colpire basso. Per esprimere cioè un vero e proprio disprezzo verso chi come Civati chiede soltanto di poter avere un semplice confronto sulle tante questioni irrisolte all’interno del Pd a partire dal voto dei 101 contro Prodi.

Da buon milanese che ha studiato Civati è persona colta, assai educata e insolitamente incline rispetto alla media dei suoi colleghi a una pratica della politica assai concreta, basata più che altro sui fatti e proprio in ragione di ciò esercitata usando sempre toni bassi e civilissimi. Dargli del “fighetto” solo perché pretende giustamente (e senza alzare mai la voce) che qualcuno nel partito risponda prima o poi alle sue domande più che legittime e comunque poste sempre con rispetto dei ruoli e della situazione, per come la vedo io è inaccettabile. E da uno poi, ripeto, come Letta, non la farei mai passare.

Anche se mi rendo benissimo conto che Civati farebbe bene a non buttarla in rissa (verbale) che poi sarebbe la reazione che si aspettano. Così come sono convinto che in ogni caso prima o poi questa cosa del “fighetto” Civati la restituirà al mittente. Fermo restando, ovviamente, che il buon Civati non potrà mai e poi mai diventare, come lui invece crede di poter fare, segretario di un partito come il Pd.

Giuseppe Civati

Giuseppe Civati

  • UPDATE
    “Fighi e non fighetti”: la precisazione di Civati sul suo blog a proposito della parola esatta usata da Letta. Ah, dimenticavo: il giovanotto è dotato anche di parecchia autoironia, il che non guasta mai.

Il messaggio di Letta per rassicurare gli evasori

Letta rassicura i piccoli e grandi evasori fiscali: il governo non farà niente per combattere seriamente il fenomeno

Letta rassicura i piccoli e grandi evasori fiscali: il governo non farà niente per combattere seriamente il fenomeno

Apparentemente innocuo e quasi banale, il discorso fatto oggi dal presidente del Consiglio Letta sull’evasione fiscale è invece un segnale importante lanciato ai sostenitori del governo di larghe intese. Ed è un messaggio che, a saper leggere bene tra le righe, tranquillizza e rassicura tutti i piccoli e grandi evasori d’Italia. E cioè: state tranquilli, è il senso vero delle parole del premier, che non succederà niente, non cambierà niente, tutto rimarrà esattamente com’è adesso e com’è da sempre. Il governo, ha fatto capire benissimo Letta, non farà niente per combattere seriamente il fenomeno.

A dimostrazione del luogo comune che vorrebbe far passare il Pd come un partito senza idee, oggi Letta ha dimostrato che non è proprio così. Il Pd potrà essere magari confuso su questioni magari marginali, ma su altre ha invece le idee molto chiare. E non è vero che sia del tutto privo di un programma. Invece c’è eccome ed è quello che vediamo tutti i giorni e di cui oggi Letta se ne è fatto portavoce, quel programma non scritto che Napolitano per primo tiene a ribadire costantemente.

Sbaglia allora Michele Serra nel sostenere che al Pd mancherebbe solo un pizzico di coraggio in più per fare delle scelte qualunque esse siano. Perché quando c’è da prendere posizione sulle cose veramente importanti il Pd non si tira mai indietro. Perché quando Letta fa capire che nella maniera più assoluta non farà pagare le tasse anche a chi non le ha mai pagate per nessun motivo, nemmeno putacaso l’Italia corresse il rischio di finire come la Grecia, bè non solo il Pd esprime dei concetti forti, ma fa anche una ben precisa e inequivocabile scelta di campo. Quella cioè di preservare le sue clientele, difendere a oltranza l’idea che il lavoro nero sia un male necessario e rafforzare sempre di più quel familismo amorale su cui si fonda veramente (ma quale Costituzione…) la repubblica italiana. Che si vuole di più?

Il ministro Bonino e quell’antipatico dell’ambasciatore kazako

Il ministro Bonino con il presidente Napolitano

Il ministro Bonino con il presidente Napolitano

Perché il ministro degli Esteri Emma Bonino dall’alto della sua indiscussa autorevolezza sulla deportazione di moglie e figlia di un dissidente politico non le manda a dire e parla chiaro:  “È indubbio che l’attuale ambasciatore in vacanza kazako non sia più utile nemmeno per i kazaki, perché non lo riceverà più nessuno”. Vale a dire: la prossima volta in Sardegna ci va a sue spese. Così impara.

Meno male che c’è Franceschini, il nuovo De Gasperi

Dario Franceschini

Dario Franceschini

Quando è Franceschini a dare la linea al segretario del Pd, al Pd e al governo penso quanto siamo fortunati noi italiani ad avere in momenti così difficili uno statista di tale statura. Praticamente un nuovo De Gasperi, altro che storie. Voglio dire: se non era per lui quando le facevano le larghe, anzi larghissime, intese? E come si sarebbe andati avanti finora? Meno male che c’è Franceschini, altrimenti eravamo ancora qui a parlare di crisi e disoccupazione. Mica no.

Michelino Serra e la parola che proprio non gli viene

Michele Serra

Michele Serra

Dai Miché che alla fine prima o poi ce la fai

Sono anni che Michele Serra nella sua rubrica quotidiana L’amaca sulla Repubblica si arrampica tutti i giorni sugli specchi per cercare di trovare le parole giuste per definire la sinistra italiana senza riuscirci mai. Ma io lo so che Michelino ce la farà. Prima o poi ce la farà. Lo so perché è un grande intellettuale di sinistra e un grande intellettuale di sinistra prima o poi le parole le trova. Anche perché di parole da dire ne basterebbe solo una. È solo una questione di tempo, insomma. E bisogna avere pazienza. Ma vedrete che prima o poi anche al nostro Michelino — prima o poi — quella parolina verrà in mente, quella parolina che definirebbe secondo me senza nessuna ombra di dubbio Giorgio Napolitano, Dario Franceschini e i 101 del Pd.

Dai Miché che è facile

Lo so che quando si tratta di parlare del Pd o di giornalismo per te che sei sempre stato un militante del Pci-Pds-Ds-Pd-ocomecazzosichiameràdomani e che tra l’altro collabori per un giornale come la Repubblica che fa il tifo per Napolitano e per il Pd diventa umanamente difficile trovare le parole giuste. Ma io ti conosco, conosco la tua invidiabile intelligenza e capacità di analisi e so che ce la puoi fare. So che puoi benissimo trovare prima o poi il coraggio di trovare e scrivere quella parola che proprio non ti viene o che forse comprensibilmente rimuovi.

Eppure è semplice, credimi

Se non riesci a capire come mai e perché quelli del Pd si comportino così magari è perché non vuoi ammettere l’evidenza delle cose. La dolorosa evidenza delle cose. Che sono molto più semplici di tutti i tuoi spesso spericolati equilibrismi dialettici che, ammettilo, non portano mai da nessuna parte. E cioè che quelli del Pd sono semplicemente dei — scusami per la crudezza, ma non essendo un intellettuale non sono abituato a tanti giri di parole — mascalzoni. Ma-scal-zó-ni. E cioè, copio e incollo dal vocabolario: chi si comporta in maniera disonesta, falsa, vile e senza scrupoli. Come quando, cito le prime cose che mi vengono in mente, hanno accettato di far sospendere i lavori parlamentari per protestare contro la magistratura che perseguita il povero Berlusconi. O come quando hanno tolto al Parlamento voce in capitolo all’acquisto degli indispensabili F35. O come quando hanno votato contro la sfiducia al ministro Alfano che non sapeva niente della “deportazione” di moglie e figlia di un dissidente politico. Vado avanti? No, meglio di no, c’è da vergognarsi solo a scriverle. Ma insomma, Miché, sono o non sono dei mascalzoni? Miché, dico a te. Sono o non sono dei mascalzoni?

Miché, per favore, dillo

Ora che anche tu hai ritrovato la parola che non proprio non ti veniva in mente, ti prego, ti scongiuro. Per favore: scrivila pure tu questa parola. Prima di andare in pensione, però. Perché, lo ammetterai, dopo non vale. Saresti veramente una (scusa il termine) merda a dirlo dopo, un po’ come Veltroni che ha confessato di aver fatto finta di essere stato comunista per trent’anni e più.

L'amaca di Michele Serra

Sulla Repubblica di oggi l’ennesimo corsivo di Serra per giustificare il Pd

Napolitano, il Pd e il principio di (ir)responsabilità

Berlusconi e Napolitano padroni dell'Italia

L’Italia è ancora una repubblica parlamentare?

Oggi sulla Repubblica con un editoriale intitolato La normalità deviata Stefano Rodotà smonta una volta per tutte l’alibi del principio di responsabilità che Giorgio Napolitano e il Pd stanno usando per giustificare, con la scusa dell’emergenza, qualsiasi porcata del governo delle larghe intese. E lo ribalta. Altro che responsabili, spiega Rodotà. Il presidente della Repubblica, Franceschini e i 101 del Pd sono esattamente il contrario e cioè degli irresponsabili che tengono praticamente in ostaggio il Paese. Come? Con il ricatto dell’emergenza permanente. Ecco perché:

Stefano Rodotà

Stefano Rodotà

MOLTI fatti, in questi giorni, hanno destato scandalo, suscitato proteste, acceso qualche fuoco d’indignazione. Ma non sono il frutto di una qualche anomalia, non rientrano nella categoria delle eccezioni o degli imprevisti. Appartengono a quella “normalità deviata” che caratterizza ormai da anni il funzionamento del sistema politico.
HA corroso il costume civile, accompagna il disfacimento del sistema industriale e la terribile impennata della povertà.
Il caso Alfano è davvero una illustrazione esemplare del modo in cui questa normalità deviata è stata costruita, fino a divenire l’unica, riconosciuta forma di normalità istituzionale. Lasciando da parte la responsabilità oggettiva per fatti di cui non avrebbe avuto conoscenza, bisogna chiedersi quale ruolo giochi la responsabilità politica.
Dove va a finire questa specifica forma di responsabilità quando si adotta questo tipo di argomentazione? Scompare, anzi è da tempo scomparsa, creando una zona di immunità nella quale i titolari di incarichi istituzionali si muovono liberi, quasi estranei alle strutture che pure ad essi fanno diretto riferimento, anche quando il funzionamento di queste strutture produce gravi conseguenze politiche. La responsabilità politica, anzi, finisce con l’essere considerata come una insidia, un rischio. Guai a farla valere se così vengono messi in pericolo la stabilità del governo, gli equilibri faticosamente o acrobaticamente costruiti. Questo particolare tassello della normalità deviata finisce con il rivelare la più profonda distorsione del nostro sistema politico – l’essere ormai prigioniero di uno stato di emergenza permanente. Questo è divenuto l’argomento che inchioda il sistema politico alle sue difficoltà, negandogli la possibilità di sperimentare soluzioni diverse da quelle che, via via, mostrano i loro evidenti limiti, fino a sottrarre alla politica ogni legittimo margine di manovra. Di nuovo la normalità deviata, di fronte alla quale vien forte la tentazione di pronunciare un “elogio della follia politica”, che spesso consente di cogliere i tratti reali di una situazione assai meglio del realismo proclamato. Era davvero imprevedibile quello che sta accadendo, l’intima fragilità delle “larghe intese” che, prive di qualsiasi collante politico, sono in ogni momento esposte a fibrillazioni, ricatti, strumentalizzazioni? È la mancanza di coraggio politico a produrre instabilità. Così non soltanto l’orizzonte dell’azione di governo si accorcia sempre di più, fino a ridursi al giorno dopo. Soprattutto si perde la capacità di operare in modo adeguato alle situazioni di crisi e di ripartire le risorse rispettando le vere priorità, le emergenze effettive. Infatti, si accettano come variabili indipendenti quelle che, invece, sono pretese settoriali o prepotenze di parte. Problemi procedurali a parte, com’è possibile ripartire le scarse risposte disponibili assumendo come tabù intoccabile l’acquisto degli F-35, mentre premono altre e più drammatiche necessità? Com’è possibile inchiodare fin dal primo giorno l’azione del governo intorno alla questione dell’Imu, condizionando l’intera strategia economica per soddisfare una promessa elettorale di Berlusconi, mentre svaniscono quelle del Pd?
In questa normalità sempre più deviata non riescono a trovare posto le vere, grandi emergenze. Mentre si dissolve l’apparato industriale, non vi sono segni di una vera politica industriale. Neppure questa è una novità, perché si tratta di una eredità dei governi Berlusconi e pure del governo Monti, dove quelle due parole venivano liquidate quasi con disprezzo come si facesse cenno a una inammissibile interferenza nel mercato. E da questa ulteriore assenza di politica viene un contributo all’aggravarsi della situazione economica, che ormai deve essere letta partendo dalle cifre impressionati sulla povertà. Le ha analizzate efficacemente e impietosamente Chiara Saraceno, sottolineando pure la necessità di modifiche strutturali, come quelle riguardanti l’avvio di forme di reddito garantito. Un governo blindato, non è necessariamente sinonimo di governo forte e efficiente.
Ma la normalità deviata non la ritroviamo solo nel circuito istituzionale. È dilagata nella società, con effetti perversi che verifichiamo continuamente osservando il degradarsi delle regole minime della convivenza civile. So bene che il caso Calderoli è vicenda miserevole. Ma bisogna ritornarci perché si sono ricordati i precedenti di questo eminente rappresentante della Lega, dalla maglietta contro l’Islam all’annuncio di passeggiate con maiali dove si pensava di costruire una moschea. Nulla di nuovo, allora. Gli insulti alla ministra Kyenge appartengono a questa perversa normalità, accettata e addirittura premiata con incarichi istituzionali. Ma Calderoli non era e non è solo, è parte di una schiera che ha fatto del linguaggio razzista, omofobo, sessista un essenziale strumento di comunicazione, per acquisire consenso e costruire identità. E infatti, per giustificarlo, si è detto che le sue erano parole da comizio, dunque legittime, senza rendersi conto dell’enormità di questa affermazione: la propaganda politica può travolgere il rispetto dell’altro, negandone l’appartenenza stessa al comune genere umano, pur di arraffare un miserabile voto.
Ma era una battuta, si è detto. Lo sentiamo dire da anni, senza che questa pericolosa deriva sia mai stata contrastata seriamente da nessuno. Anzi, è stata sostanzialmente legittimata da due categorie – i realisti e i derubricatori. Innocue quelle battute, derubricate a folklore, a modo per avvicinare il linguaggio della politica a quello dei cittadini. Ma il linguaggio è strumento potente e impietoso, e oggi ci restituisce l’immagine di una società degradata, nella quale sono stati inoculati veleni che l’hanno drammaticamente intossicata. Inutili moralismi, ribattono i realisti, che guardano alla Lega come forza politica, addirittura come una “costola della sinistra”. Ma una cosa è considerare la rilevanza politica di un fenomeno, altro è accettarne ogni manifestazione, rinunciando a contrastare proprio ciò che frammenta la società, ne esaspera i conflitti.
Altre deviazioni potrebbero essere ricordate. E tutto questo ci dice che, per tornare ad una decente normalità, serve una innovazione politica profonda, che esige altre idee e altri soggetti.

Enrico Bondi commissario bugiardo

Enrico Bondi smentisce. Sostiene infatti: “Non ho mai detto, né scritto che ‘il tabacco fa più male delle emissioni dell’Ilva’”. Ma la relazione presentata dal commissario dell’Ilva di Taranto alla Regione Puglia è inequivocabile e la Repubblica lo sbugiarda. Ecco un estratto del documento in cui si afferma che l’aumento dei tumori a Taranto è da addebitare alle sigarette:

Un passaggio della relazione del commissario dell'Ilva Bondi inviata alla Regione Puglia

Un passaggio della relazione del commissario dell’Ilva Bondi inviata alla Regione Puglia (clicca per ingrandire)

Obbligherei Enrico Bondi a fare il metalmeccanico

Il commissario dell'Ilva Enrico Bondi

Il commissario dell’Ilva Enrico Bondi dice che a Taranto si fuma troppo

Sono di sinistra e continuerò a sentirmi di sinistra anche se sono rimasto (e presumibilmente lo sarò forse per sempre) senza più un partito perché secondo me, dopo le bestialità sostenute in un presunto dossier a proposito di inquinamento e tumori a Taranto, uno come il commissario dell’Ilva Enrico Bondi in un Paese appena appena civile dovrebbe essere mandato immediatamente dove so io. In pensione? No. Troppo comodo. Il contrario, semmai.

D’accordo, ha 78 anni ed è quella la prima cosa che gli si vorrebbe augurare e cioè che se ne vada il più presto possibile in pensione che è meglio. Ma è pur vero che Enrico Bondi a 78 anni nemmeno prova un minimo di vergogna a sostenere certe bestialità. Bestialità che umiliano e offendono un’intera città costretta a morire per il lavoro. No.

Sono di sinistra perché credo sia giusto che in un Paese appena appena civile uno come Bondi venga immediatamente obbligato a lavorare. Sarebbe secondo me la condanna peggiore, altro che pensione (tra l’altro d’oro) per chi come Bondi ha passato tutto il tempo a comandare e stop. Così magari per la prima volta, hai visto mai, chissà che non cominci a capire pure lui — anche a 78 anni, perché no? — qualcosa della vita. Soprattutto se poi venisse mandato a lavorare proprio dove dico io e cioè all’Ilva di Taranto. Come metalmeccanico, però. Con un contratto a termine. Ovviamente, sia chiaro, senza che nessuno lo obblighi mai a fumare. Non sia mai gli venisse un cancro.

Il caso Ablyazov e le dimissioni del ministro Bonino

Il ministro Bonino con il ministro Alfano

Arrivista? Opportunista? Paracula? Non sia mai. Niente di tutto questo. Il ministro Emma Bonino è (in fondo) una persona seria e non appena avrà chiara la situazione dello strano caso Ablyazov si dimetterà immediatamente. Vero?

Oddio, avrebbe potuto farlo anche subito, dal momento cioè — come lei stessa ha dichiarato — che quando ha saputo “di questa storia quella poveretta era già in Kazakistan”. Il ministro Bonino, che ci crediate o no, sarebbe stata messa al corrente dello strano caso Ablyazov a cose fatte. Ma non è lei il ministro degli Esteri? Era in villeggiatura o che? Complimenti vivissimi. Ma certo così è facile, così lo posso fare pure il ministro degli Esteri. Vero?

Vabbè, comunque è solo una questione di tempo perché il ministro Emma Bonino è pur sempre una radicale da sempre molto attenta ai diritti civili e di fronte a una tale vergogna non potrà che dimettersi. Il ministro Bonino  non permetterà mai che l’Italia venga (ulteriormente) sputtanata in tutto il mondo. Mica Emma Bonino è un’arrivista, un’opportunista, una paracula. Vero?

L’Imu e i miliardi che improvvisamente non ci sono più

Com’era quella cosa dell’emergenza? Ah, sì, ora ricordo: bisognava assolutamente fare un governo perché si doveva salvare l’Italia. E come no.

Aumenta l'Iva

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Cialtroni. Non sono nient’altro, con in testa il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni (sì, proprio quello scelto personalmente da Napolitano) che dei cialtroni.

Gente senza onore e senza dignità, sicuramente. Gente senza un minimo senso di pudore. Ma fondamentalmente ministri, professori universitari, statisti ed esperti di ‘sto cazzo. In sintesi: braccia — vergognosamente — rubate all’agricoltura.

E che dice ora Napolitano, monarca assoluto e indiscusso di tutti i cialtroni d’Italia? Qual è, sentiamo, il monito (dio mio, non so se ce ne rendiamo conto) di oggi?

Zagrebelsky, il governo Letta e il vecchio piano di Licio

D'Alema e Berlusconi in una foto d'epoca

Certe volte non posso fare a meno di pensare che forse esagero, che forse sono io che in momenti di così grande confusione ho inevitabilmente perso quei necessari punti di riferimento per capire bene quello che sta succedendo in Italia. Tipo che il governo Letta, sarà un caso oppure no, secondo me praticamente sta di fatto realizzando il piano di rinascita democratica (sic) della P2 di Licio Gelli. Boom!, mi si potrà dire, certo che a volte le spari proprio grosse. E in effetti di fronte alla calma piatta sui media e alla generale indifferenza in cui si sta tentando ancora una volta di cambiare la Costituzione ( e, diciamo così, indirizzarla in un certo modo) quasi me ne faccio una ragione pure io. Forse esagero. Però oggi in un’intervista sul Corriere della sera ad esprimere le mie stesse, diciamo così, perplessità è anche uno come Gustavo Zagrebelsky Gustavo Zagrebelskyle cui preoccupazioni certamente non possono (almeno si spera) passare inosservate. Intervista — che si può leggere on line qui sul sito di Giustizia e libertà e i cui contenuti vengono rilanciati giustamente anche dall’Huffington Post — di cui copioincollo, in particolare, due delle risposte date da Zagrebelsky ad Aldo Cazzullo:

Lei pensa che la destra se ne avvantaggerà a scapito della sinistra?
«Dal punto di vista delle riforme, la danza la sta menando la destra. Il presidenzialismo è un tema tradizionale della destra autoritaria, cavallo di battaglia già del Msi, poi cavalcato dal partito di Berlusconi. Ed è uno dei punti centrali del piano di Gelli. Queste cose non si usa dirle più. Sembrano politicamente scorrette. Ma la continuità di un’idea della politica che non è nata oggi vorrà pur dire qualcosa. Quelli che a noi paiono pericoli mortali, per loro sembrano opportunità. Invece alla visione e alla pratica della democrazia, secondo la sinistra e secondo la sociologia politica cattolica, quell’idea è stata sempre estranea. Non ricordo chi diceva: la destra propone, la sinistra segue; ma solo la destra sa quel che si fa».
Autorevoli esponenti del centrosinistra, a cominciare da Prodi, hanno aperto al presidenzialismo.
«Non so che dire. Non me lo spiego. I cattolici sono sempre stati irremovibili nel difendere una concezione politica che non poteva incarnarsi nell’uomo solo al potere. Alla Costituente, Calamandrei avanzò la proposta d’un sistema all’americana: presidenzialismo unito a federalismo, diritti di libertà, forti garanzie, a cominciare dall’indipendenza della magistratura e della Corte costituzionale. Ma non raccolse consensi. Riproporla ora mi pare effetto della sindrome di Stoccolma».

Insomma, più chiaro di così…

Licio Gelli a Villa Wanda

Letta, ma io e te che cazzo se dovemo di’?

Il pullmino con i ministri in partenza per la gita in campagna

Non so, forse potrei aver superato la soglia di tolleranza e la politica ormai mi procura imprevedibili effetti collaterali. Ma questa foto del pullmino in partenza per il ritiro in campagna e soprattutto la faccia di Emma Bonino un po’ perplessa e un po’ disperata che si intravede dal finestrino hanno scatenato in me un’irrefrenabile risata per non meno di un paio di minuti buoni.

E più la guardo e più rido — non posso farci niente, è più forte di me  quasi fino alle lacrime. Ma perché vanno a fare la gita in campagna? E non è forse la stessa cosa che con quella faccia decisamente smarrita sta pensando nel momento in cui è stata scattata questa immagine pure il ministro degli Esteri? Perché tutto ciò? Me lo chiedo e non posso fare a meno di ridere. Ma non potevano dirsi le stesse cose anche a Roma?

Se gli intellettuali di sinistra scoprono solo adesso che il Pd – ma pensa un po’ tu – non è di sinistra

De Mauro ha scoperto che il Pd non è di sinistra

Mi fa piacere che autorevolissimi giornalisti, stimati politologi e apprezzati editorialisti scrivano e dicano — ora — quello che il qui presente blog sostiene da anni. Via Malvino, ne cito, a caso, uno dei più bravi e attendibili come Giovanni De Mauro:

Il Partito democratico non è più un partito di centrosinistra. Gli ultracorpi democristiani hanno avuto la meglio. Il Pd è ormai un partito moderato, saldamente ancorato al centro, blandamente attento ad alcuni temi sociali. Pronto ad allearsi con la destra di Silvio Berlusconi in nome della “situazione d’emergenza”.

Sono proprio contento che anche il direttore di un settimanale prestigioso come Internazionale, come d’altronde tanti altri suoi famosi colleghi, la pensi come me. Son soddisfazioni, mica no. Sono proprio contento che mi diano finalmente — era ora — ragione. Ma non ci credo. No. Non credo proprio al fatto che se ne siano accorti solo ora. Non ci credo perché innanzitutto farei un torto alla loro intelligenza prima ancora di prendere in considerazione una certa onestà intellettuale che dovrei dare per scontata.

Non ci credo perché appena pochi mesi fa quegli stessi intellettuali di sinistra erano tutti in fila per votare alle primarie del Pd. E c’erano proprio tutti, ma tutti tutti (qui un elenco anche se molto parziale abbastanza indicativo) compresi anche, che so, Nanni Moretti e Michele Serra, due simboli cioè indiscussi della sinistra, come dire, che più intellettuale e più di sinistra non si può.

Solo pochi mesi fa i migliori rappresentanti dell’Italia di sinistra hanno sostenuto e votato il Pd, lo stesso Pd che adesso dicono di non riconoscere più. Eppure, a parte il povero Bersani diventato improvvisamente il capro espiatorio di tutto e tutti, quelli del Pd sono sempre gli stessi. Dove sta allora la differenza? O, scusate, forse sarebbe meglio dire dove sta la convenienza?

La dichiarazione di voto per il Pd di Nanni Moretti

Il delitto perfetto (13)

Massimo D'Alema e Silvio Berlusconi in una foto d'epoca

Come fa opportunamente notare Rudi Ghedini, se la Cassazione ha stoppato il tentativo di trasferire i processi da Milano è pur vero che con la morte di Giulio Andreotti ora si libera un posto da senatore a vita.

Se fanno senatore a vita Berlusconi sarebbe di fatto l’ultimo tassello mancante di una storia della Repubblica che non ci hanno mai raccontato, una storia decisamente tutta da rivedere e da riscrivere e sicuramente diversa, decisamente diversa da come hanno voluto far sembrare.

Se fanno senatore a vita Berlusconi bisognerà allora rivedere un po’ di giudizi nei confronti non tanto del centrosinistra di questi ultimi 20 anni ma del Pci in tutta la storia repubblicana. Bisognerà insomma cominciare a capire — una volta per tutte — che cosa sia stato veramente il Pci e chi sono stati in realtà i loro massimi dirigenti.

Se fanno senatore a vita Berlusconi ci si augura insomma che qualche magistrato si faccia coraggio e decida finalmente di aprire opportune inchieste non soltanto sugli intrallazzi di Berlusconi ma anche verso coloro che hanno difeso e protetto Berlusconi non da 20 ma da quasi 40 anni a questa parte.

Se fanno senatore a vita Berlusconi per quanto mi riguarda tutto — finalmente — tornerebbe. E i fatti darebbero perfettamente ragione a quell’adolescente che a volte si vergognava al solo pensiero di sospettare che forse la colpa era tutta del Pci.

Se fanno senatore a vita Berlusconi sarebbe la mia personalissima quanto sofferta pacificazione non solo politica ma, per uno come me da sempre abituato a mettere la politica sopra ogni altra cosa, oserei dire esistenziale.

Enrico Berlinguer e Giorgio Napolitabo in una foto d'epoca

Enrico Berlinguer e Giorgio Napolitano in una foto d’epoca

La guerra civile (che non c’è)

Potrà piacere o no, ma Marco Travaglio dice quello che quasi tutti gli altri rimuovono.

Ebbene sì: il Pd non ha mai voluto fare il governo con Grillo

Quello che era solo un sospetto (anche se c’era più di un indizio) ora è una certezza: il Pd ha sempre puntato, fin dall’inizio, a mettersi d’accordo con Berlusconi e fare il governo di larghe intese che poi si è fatto. Via Andrea Scanzi, da cui copioincollo il video, Marina Sereni rivela a Porta a porta che il Pd non ha mai voluto fare il governo con il Movimento 5 Stelle. Ma di aver solo chiesto loro i voti per ottenere la fiducia. Esattamente cioè quanto ha sempre sostenuto Beppe Grillo.

Grillo ha torto: il Pd non è uguale al Pdl, è peggio

Letta e Alfano se la ridono in Parlamento: il più è fatto

“Sembra incredibile — scrive Rudi Ghedini in un post sul Pd — che qualcuno pensi di costruire qualcosa su quelle macerie”. Ma — copioincollo qui il commento fatto sul suo blog — nessuno pensa di costruire alcunché, ciò che li accomuna è avere a disposizione un partito dietro la cui copertura poter fare quanti più affari possibili.

Sfrutteranno a oltranza cioè la credulità di un elettorato di sinistra o di centrosinistra che è convinto di votare un partito di centrosinistra.

Finché dura ce la metteranno tutta a prendere tutto quello che si può. Perché come dice sempre uno che se ne intende molto più di tutti loro messi insieme, soldi e fica vanno fatti girare. Sempre, sia chiaro, per il bene del Paese.

E Grillo ha torto quando dice che Pd e Pdl sono uguali: non è vero. Il Pd è peggio del Pdl. Ma di parecchio. Perché pur essendo due associazioni per delinquere, almeno Berlusconi non pretende di apparire per quello che non è.