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Sfruttati e sfruttatori

Un'immagine dei fumi tossici emessi dall'Ilva di Taranto

La morte di Emilio Riva, re dell’acciaio dal boom dell’Ilva al disastro ambientale, ritratto di capitalismo all’italiana magistralmente scritto da Alberto Statera sulla Repubblica di oggi, è forse lì a ricordarci — proprio il Primo Maggio, festa dei lavoratori e dei troppi disoccupati — che in fondo siamo sempre lì, allo stesso punto di partenza, che cioè sia ancora tutta una questione di sfruttati e sfruttatori:

VEDE signor Tanzi — sibilò Emilio Riva in una sua rara apparizione in Confindustria fissando negli occhi il patron di Parmalat — se io la prendo per i piedi e la scrollo, dalle sue tasche esce tanta, tanta carta. Se invece è lei a prendere me per i piedi, dalle mie tasche escono tanti, tanti soldi». Vero, Callisto Tanzi era gonfio di carta e il “padrone delle ferriere” era “ricco come un maiale”. Come il Mazzarò di Verga, ma non generoso e amato dai suoi operai come il personaggio del romanzo di Georges Ohnet. Solo la pietà che si deve ai morti consente di accettare oggi le parole del presidente di Federacciai, Gozzi, che celebra il defunto come un grande e illuminato capitano d’industria, il quale fu in realtà l’anima meno nobile del già tutt’altro che nobile capitalismo d’Italia.
È vero, Riva di soldi sonanti ne ha fatti tanti, fin da quando negli anni Cinquanta faceva il rottamaio insieme al fratello Adriano, vendendo ferraglia alle acciaierie del bresciano. Ma, al contrario di quanto amava dire, non li ha reinvestiti nelle sue aziende. Molti miliardi hanno preso la via dell’estero a costituire un piramidale tesoro familiare, come hanno fatto molti suoi colleghi capitalisti, anche quelli con lombi meno plebei. E quando li ha reinvestiti non solo non ha messo in sicurezza l’acciaieria di Taranto, corrompendo e mettendo a rischio la salute di un’intera città, ma tagliando gli investimenti necessari per migliorare la qualità degli acciai in un mercato mondiale sempre più sofisticato. I conti migliorarono, ma la qualità no, tanto che gli acciai dell’Ilva non furono più buoni per fare le carrozzerie delle auto.
Il colpo grosso lo aveva fatto inserendosi nel vento delle spesso sciagurate privatizzazioni delle imprese di Stato. Quasi vent’anni fa comprò l’Ilva dall’Iri presieduto da Romano Prodi per 1.460 miliardi di lire. Ripulita di 7.000 miliardi di debiti, la nuova società cominciò a produrre utili al ritmo di 100 miliardi di lire al mese. «L’età del ferro non è mai finita», diceva mentre per lui incedeva l’età dell’oro e per Taranto l’età della rovina. «Non ho mai accettato — aggiungeva — relazioni particolari con nessuno: sindacati, chiesa, partiti politici». Niente di più falso: la procura di Taranto ha trovato pagamenti di corruzione a partiti, sindacalisti, preti e giornalisti. Quando Berlusconi precettò i “patrioti” per la folle operazione di salvataggio dell’Alitalia, che doveva sottrarre la compagnia di bandiera alle grinfie dei francesi e che qualcuno dovrà prima o poi contestargli nei salottini televisivi alla panna, fu lui il più patriota di tutti, sborsando 120 milioni di euro per diventare il primo azionista italiano. Poi si capì bene il perché. Aveva bisogno della Autorizzazione integrata ambientale per l’Ilva, che il governo Berlusconi concesse senza colpo ferire. Si batté come una leonessa, su ordine del capo, l’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, che per ottenere il risultato riempì la commissione incaricata di redigere il verdetto di ignoti personaggi siciliani e mise a presiederla tale Fabio Ticali un trentenne autore di una pubblicazione sul ravaneto, che nelle cave di pietra è quel luogo in pendenza dove si accumulano i detriti. Nulla a che vedere con la diossina di Taranto.
Oggi a Taranto e negli altri stabilimenti non devono essere troppo a lutto gli operai dell’Ilva non solo per il disastro umano, ecologico e industriale cui il padrone li ha condotti, ma anche perché i casi di paternalismo peloso e arrogante autoritarismo che ti senti raccontare sono un’antologia agghiacciante. Quando nel 1975 fu arrestato per omicidio colposo a causa di un incidente sul lavoro, Riva annunciò la chiusura della sua acciaieria di Caronno Pertusella finché non lo avessero rimesso in libertà. Poi, tra i cento episodi, c’è la storia della “palazzina del disonore”, raccontata in un libro da Gianni Dragoni. Cos’è? È una spettrale costruzione all’interno dell’acciaieria di Taranto dove rinchiuse 79 lavoratori senza alcuna mansione, impiegati che non avevano accettato di passare alle mansioni di operai. Un anno e mezzo dopo arrivarono i carabinieri per liberarli. Riva fu condannato con sentenza definitiva a un anno e sei mesi per aver usato “uno strumento coartatorio per liberarsi, a mo’ di vera e propria decimazione, di un certo numero di impiegati”. Così sentenziò la Cassazione.
I Riva sono una grande famiglia e di certo non tutti sono come il capostipite. I figli sono sei, due femmine e quattro maschi. Claudio pare si sia scontrato più volte con il padre-padrone ed era andato ad occuparsi delle attività armatoriali; Fabio, il più grande, era il numero due del gruppo; Nicola, finito agli arresti col padre, si occupava della produzione e Daniele dello stabilimento di Genova. Lavoravano in azienda anche i nipoti Angelo, Cesare e Emilio. E naturalmente nel grande casato non tutti sono votati a una forma di capitalismo muscolare e vessatorio, insensibile ai danni prodotti all’ambiente e alla salute dei cittadini, miope nell’innovazione industriale. Ma un po’ del Dna del capostipite qualcuno lo deve aver preso. Emilio, il nipote omonimo, parlando al telefono col padre Fabio, il primogenito, dopo un incontro con Vendola suggerisce: «Facciamo un comunicato stampa fuorviante tanto per vendere fumo, dicendo che tutto va bene e che l’Ilva collabora con la Regione». E il padre: «Che saranno mai due casi di cancro in più? Una minchiata». Capito? Una minchiata.
Pace ai morti, ma per favore nessuno ci parli più di capitalisti illuminati e di grandi capitani d’industria, genia pressoché ignota in una terra spesso votata al capitalismo di rapina.

Charles Clyde Ebbets, "Pranzo in cima a un grattacielo", New York, 1932

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Breve, quanto doloroso, post di un lungo addio

Nichi Vendola riflette sull'Ilva di Taranto

Nichi Vendola riflette sull’Ilva di Taranto

Non so più quanti post ho pubblicato sull’Ilva di Taranto. Esempio di tragedia all’italiana, mi ferisce particolarmente perché a questa città sono legato per avervi trascorso a più riprese diversi periodi della mia vita nell’arco di dieci anni. Di tutti i post questo sulla telefonata del governatore Nichi Vendola a Girolamo Archinà è sicuramente il più amaro e doloroso di tutti.

Telefonata che certifica quello che già si sapeva o comunque si capiva benissimo, ma che io per primo e come me credo tanti altri delusi dalla sinistra non avremmo mai voluto sentire confermare. Un tradimento, questo di Nichi Vendola — ultimo nostalgico baluardo di un radicalismo all’italiana che si rivela sempre più orrendamente opportunista e falso — che non è solo la sconfitta personale di un ex cattocomunista e del suo disperato quanto patetico tentativo di rimanere sempre e comunque a galla, ma l’irreversibile fallimento di tutta la sinistra storica.

Credo allora sia giunto veramente il momento di dire basta. E credo sia un diritto sollecitare un improrogabile invito. Un diritto di quanti cioè hanno sempre dato tutto (per quello che era nelle loro possibilità) senza mai chiedere niente in cambio (e sono convinto siamo davvero in tanti). E cioè l’invito rivolto al caro Nichi Vendola e a tutti gli altri cari reduci non tanto a farsi da parte. No. Così sarebbe troppo facile. No: devono semplicemente scomparire dalla nostra vita. Per sempre. A mai più rivederci.

Enrico Bondi commissario bugiardo

Enrico Bondi smentisce. Sostiene infatti: “Non ho mai detto, né scritto che ‘il tabacco fa più male delle emissioni dell’Ilva’”. Ma la relazione presentata dal commissario dell’Ilva di Taranto alla Regione Puglia è inequivocabile e la Repubblica lo sbugiarda. Ecco un estratto del documento in cui si afferma che l’aumento dei tumori a Taranto è da addebitare alle sigarette:

Un passaggio della relazione del commissario dell'Ilva Bondi inviata alla Regione Puglia

Un passaggio della relazione del commissario dell’Ilva Bondi inviata alla Regione Puglia (clicca per ingrandire)

Obbligherei Enrico Bondi a fare il metalmeccanico

Il commissario dell'Ilva Enrico Bondi

Il commissario dell’Ilva Enrico Bondi dice che a Taranto si fuma troppo

Sono di sinistra e continuerò a sentirmi di sinistra anche se sono rimasto (e presumibilmente lo sarò forse per sempre) senza più un partito perché secondo me, dopo le bestialità sostenute in un presunto dossier a proposito di inquinamento e tumori a Taranto, uno come il commissario dell’Ilva Enrico Bondi in un Paese appena appena civile dovrebbe essere mandato immediatamente dove so io. In pensione? No. Troppo comodo. Il contrario, semmai.

D’accordo, ha 78 anni ed è quella la prima cosa che gli si vorrebbe augurare e cioè che se ne vada il più presto possibile in pensione che è meglio. Ma è pur vero che Enrico Bondi a 78 anni nemmeno prova un minimo di vergogna a sostenere certe bestialità. Bestialità che umiliano e offendono un’intera città costretta a morire per il lavoro. No.

Sono di sinistra perché credo sia giusto che in un Paese appena appena civile uno come Bondi venga immediatamente obbligato a lavorare. Sarebbe secondo me la condanna peggiore, altro che pensione (tra l’altro d’oro) per chi come Bondi ha passato tutto il tempo a comandare e stop. Così magari per la prima volta, hai visto mai, chissà che non cominci a capire pure lui — anche a 78 anni, perché no? — qualcosa della vita. Soprattutto se poi venisse mandato a lavorare proprio dove dico io e cioè all’Ilva di Taranto. Come metalmeccanico, però. Con un contratto a termine. Ovviamente, sia chiaro, senza che nessuno lo obblighi mai a fumare. Non sia mai gli venisse un cancro.

L’Ilva di Taranto e i giornali al servizio dell’Ilva di Taranto

Le intercettazioni dei giornalisti di Taranto al servizio dell'Ilva di Taranto

Quello che il buon servizio del Fatto Quotidiano Tv sui giornali al servizio dell’Ilva di Taranto non dice è che non erano solo i giornali locali ad esserlo. Anzi. I grandi giornali mandavano periodicamente i loro migliori inviati a Taranto. Andavano all’Ilva e chiedevano a Emilio Riva: “Scusi Riva, ma l’Ilva inquina?”. E quello: “Ma quando mai”. E vai col reportage assai sarcastico in doppia pagina a prendere per il culo quei piagnoni e scansafatiche dei soliti meridionali che per non lavorare si inventano i pretesti più assurdi.

Ma questo, diciamo così, piccolo incidente di percorso in cui sono incappati i media non smuoverà minimamente il giornalismo italiano. Non cambierà di una sola virgola lo stato attuale dell’informazione (o, a seconda dei punti di vista, disinformazione) nel nostro disgraziato Paese. Ormai la stampa italiana (che gli italiani odiano in maniera viscerale quanto qualunquistica, mettendo cioè sullo stesso piano giornalisti agli antipodi come Vespa e Travaglio) è talmente sputtanata che nessuno si stupisce più di niente.

Nessun direttore sarà licenziato, nessun giornalista sarà ritenuto responsabile di alcunché e non per questo i giornali rischieranno minimamente di essere considerati meno credibili e autorevoli di quanto non lo siano già. E il motivo è molto semplice: il giornalismo in Italia fa talmente ridere che è oggettivamente impossibile prenderlo sul serio.

L’Ilva di Taranto e le prime rappresaglie della famiglia Riva

Ritorsione dell'Ilva sugli operai

Com’era prevedibile, il decreto legge firmato dal governo Monti è di fatto un’arma micidiale in mano alla famiglia Riva per garantirsi l’impunità presente, futura e retroattiva. E, com’era prevedibile, col ricatto occupazionale che il decreto legge permette alla famiglia Riva di esercitare  ancora più che in passato, l’Ilva sta puntualmente (e sistematicamente) mettendo con le spalle al muro non solo la magistratura ma tutte le istituzioni.

In sintesi: o si fa come dice (e vuole) la famiglia Riva (permettere cioè che l’acciaieria continui a inquinare impunemente) o a farne le spese, a pagarne in ogni caso le conseguenze, saranno sempre e solo gli operai.

Ad ogni azione – legale – corrisponderà una reazione – illegale – uguale e contraria. E con le proporzioni di una rappresaglia nazista: per ogni tentativo di far rispettare il diritto 1400 operai subito in cassa integrazione. Si vanno ad aggiungere agli altri 1.200 operai finiti in cassa integrazione dopo il sequestro dell’impianto. Tanto per gradire, perché il bello (o a seconda dei punti di vista il brutto) deve ancora venire.

Bill Emmott

Bill Emmott

L’esperienza più sconvolgente, ma anche più rivelatrice, l’ho fatta nel profondo sud, a Taranto. Abbiamo effettuato le riprese in febbraio, mentre faceva un freddo insolito per la Magna Grecia, ma la situazione cominciava a diventare scottante per la grande acciaieria dell’Ilva poiché il giudice Patrizia Todisco stava aprendo una causa contro il gruppo Riva, proprietario del complesso siderurgico, per crimini ambientali.

Oggi, e soprattutto negli ultimi mesi, quando la magistratura ha cercato di chiudere gli impianti, tutti conoscevano la verità sull’Ilva. Il governo centrale non sapeva come destreggiarsi di fronte al dilemma fra la difesa della salute e quella dei posti di lavoro, mentre le amministrazioni locali hanno cercato di sottrarsi alle proprie responsabilità. Ma quel che mi ha colpito, già in febbraio, è quanto poco i cittadini fossero informati fino ad allora e quanto poco se ne erano preoccupati nei cinquant’anni precedenti. E quando parlo di “cittadini” penso a quelli di tutto il resto d’Italia. Nell’approfondire gli antecedenti del caso e del rapporto sui decessi causati dall’inquinamento, commissionato dal giudice a medici esperti indipendenti, sono rimasto stupito nel constatare lo scarso interesse dei media nazionali per questo problema. Ascoltare i cittadini di Taranto che parlavano dell’inquinamento, con cui convivevano da lungo tempo, era come porgere orecchio alla disperazione di chi viene ignorato, abbandonato a se stesso e, soprattutto, si sente in trappola. Durante le riprese a Taranto mi sono ricordato di una visita a una città cinese dove l’inquinamento prodotto da una fabbrica in pieno centro sta provocando sofferenze, ma gli abitanti che protestano si sentono ignorati sia dai politici, a tutti i livelli, sia dai media nazionali. Questo non è sorprendente nella Cina moderna. Ma è stato uno shock nella moderna Europa. — Bill Emmott

Sbaglierò, ma secondo me il decreto legge aiuta solo Riva

Emilio Riva

Emilio Riva, padrone dell’Ilva e di Taranto

Sicuramente sbaglierò e sarò pure prevenuto, non dico di no, ma è più forte di me: non credo al decreto legge del governo Monti sul dissequestro dell’Ilva di Taranto. Non credo cioè che il decreto legge potrà mai obbligare – veramente – la famiglia Riva a fare le opere di bonifica. L’unica che poteva costringere i Riva a farlo – forse – era la magistratura. Sicuramente sbaglierò e sarò pure prevenuto, non dico di no, ma ora che la magistratura è stata scavalcata dalla politica secondo me l’Ilva di Taranto continuerà a inquinare come e più di prima. Perché secondo me il decreto legge del governo Monti potrebbe avere – a occhio – tre possibili effetti. E cioè:

  1. Dilazionare nel tempo l’impegno di fare le opere di bonifica.
  2. Proteggere l’Ilva di Taranto da eventuali altre denunce e sequestri per inquinamento.
  3. Rendere ancora più forte il ricatto occupazionale.
Il presidente del Consiglio Mario Monti

Il presidente del Consiglio Mario Monti

Come le leggi ad personam di Silvio Berlusconi il decreto legge del governo Monti sul dissequestro dell’Ilva di Taranto cancella di fatto (ancora una volta) il diritto in Italia e pone una famiglia di industriali, la famiglia Riva, chiaramente al di sopra della legge, che (ancora un volta) non è uguale per tutti. E a sancirlo stavolta non è Berlusconi ma Mario Monti, che finalmente getta la maschera di tecnico prestato alla politica per salvare le sorti del nostro disgraziatissimo Paese e si rivela invece per quello che veramente è e cioè tutto tranne che un economista al di sopra delle parti. Per la serie il conflitto di interessi non lo ha certo inventato Berlusconi.

Il ministro dell'Ambiente Corrado Clini

Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini

Secondo me si tratta di un’altra pagina orrenda della nostra Repubblica, ancora più brutta perché è stata scritta anche grazie alla complicità di tutte le istituzioni, con l’immancabile silenzio-assenso dei media. Che dovrebbero come minimo farsi – e fare – almeno una domanda: che succede se non tra due ma tra quattro anni la famiglia Riva non avrà ancora eseguito le opere di bonifica? O qualcuno è davvero così ingenuo da credere che il Garante che sarà nominato per verificare l’esecuzione dei lavori servirà veramente a qualcosa?  O, peggio ancora, qualcuno è davvero così ingenuo da credere alle promesse di un ministro dello Sviluppo come Corrado Passera che di lavoro fa il banchiere quando dice che in caso di inadempienza la famiglia Riva potrebbe essere espropriata? Siamo seri, per favore. Che succederà, allora, tra quattro anni se tutto sarà rimasto esattamente come adesso senza che nessuno – per decreto legge – potrà più nemmeno protestare? Mentre magari, nel frattempo, dopo aver già messo al sicuro i profitti i Riva potrebbero aver aperto un’altra acciaieria in un paese qualsiasi dell’Est? Certo, il mio è chiaramente un processo alle intenzioni. In Italia però fidarsi è troppo spesso un lusso insostenibile. Perché a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

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POST RECENTI

Sull’Ilva di Taranto una grande puntata di Servizio pubblico

L'Ilva di Taranto raccontata da Servizio Pubblico

Era da parecchio tempo che non vedevo talk show, ma La crosta, la puntata di Servizio pubblico sull’Ilva di Taranto, non potevo non vederla. E devo dire che Michele Santoro ha fatto davvero un buon lavoro. Veramente. Perché è riuscito – anche grazie all’assortimento quanto mai indovinato degli ospiti, compresa l’imprevista irruzione del ministro dell’Ambiente Corrado Clini furente (soprattutto con il bravissimo Gianni Dragoni) per essere stato tirato in ballo – a raccontare ogni cosa con chiarezza e in maniera molto corretta. Senza dover fare ricorso a scontri verbali.

Momento indimenticabile è stato sicuramente quello in cui un particolarmente lucido quanto indignato Aldo Busi si è chiesto a proposito di Emilio Riva “cosa se ne fa a 80 anni di tre miliardi e mezzo? Cosa se ne fa?” Così come mi sono sembrati molto efficaci, per capacità d’espressione e proprietà di linguaggio, gli interventi dei diretti protagonisti e cioè degli operai dell’Ilva di Taranto con le loro storie amare ma di grande dignità. Soprattutto mi è piaciuto che sia venuto fuori un Sud diverso da come solitamente viene descritto dai media e in particolare dalla tv. Un Sud cioè di gente seria, di lavoratori coscienziosi e per niente stupidi.

Un esempio, questa puntata sulla tragedia italiana dell’Ilva di Taranto, di come si possa fare anche in Italia buona informazione. E buona tv. Ad avere la voglia e – soprattutto – il coraggio.

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L’Ilva, il liberismo e la sinistra all’italiana

Il liberismo (sic) all’italiana del governo Monti che per non essere da meno da Berlusconi fa una legge ad personam (e a spese nostre) per salvare l’Ilva di Taranto dalle sue responsabilità penali e dall’obbligo morale e civile di eseguire le opere di bonifica e la sinistra all’italiana che non vede, non sente e non dice niente. Al massimo intasca i soldi della famiglia Riva. Marco Travaglio chiude così il suo duro ma (secondo me) inappuntabile editoriale sul Fatto Quotidiano di oggi:

È di sinistra andare ogni anno in pellegrinaggio al Meeting di Cl? È di sinistra raccomandare i “capitani coraggiosi” Colaninno & C. per la scalata Telecom? È di sinistra sponsorizzare la fusione Montepaschi-Bnl dal governatore Fazio? È di sinistra difendere Fazio, beccato a favorire Fiorani e gli altri furbetti? È di sinistra raccomandare Gavio all’amico Penati per gli affari autostradali della Serravalle? È di sinistra esentare le chiese dall’Ici? È di sinistra parlare di ambiente e lavoratori a telecamere accese e poi, girato l’angolo, prender soldi dal padrone della fabbrica più inquinante d’Europa? Viene in mente Flaiano: “Non sono  comunista perché non me lo posso permettere”.

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Se sull’Ilva di Taranto Matteo Renzi dice cose di sinistra

Matteo Renzi a Porta a Porta contro il ricatto dell'Ilva

Matteo Renzi ieri sera a Porta a porta

Se qualcuno cercasse in questo blog il nome “Matteo Renzi” nei risultati di ricerca uscirebbero solo post fortemente critici. Semplicemente perché non sono quasi mai d’accordo con ciò che sostiene. Almeno questo è quello che credevo fino a ieri sera. Quando cioè mi sono sintonizzato su RaiUno e c’era lui che a Porta Porta (per chi vuole risparmiarsi di vedere tutta la puntata vada subito al minuto 1:08:10) stava dicendo  esattamente le cose che direi io sulla tragedia italiana dell’Ilva di Taranto. Ho fatto quindi una breve ricerca su internet e ho scoperto che le stesse cose le aveva già dette da Fabio Fazio e nei comizi, quindi non è andato nemmeno a braccio, ma la sua è una vera e propria presa di posizione.

E cioè che un imprenditore a cui tra l’altro è stata quasi regalata un’azienda di stato e a cui è stato permesso negli ultimi 17 anni di disporre della vita e della morte di un’intera città non può permettersi di ricattare un intero Paese minacciando di chiudere le attività se non gli sarà concesso di continuare a fare quello che vuole. Un Paese serio non si fa ricattare ma obbliga (per legge) l’Ilva di Taranto a fare immediatamente tutte le opere di bonifica. E qualora la famiglia Riva non volesse tirar fuori un po’ di soldi (dopo aver guadagnato parecchi milioni) per mettersi in regola allora lo stato dovrebbe intervenire d’autorità. Perché prima ancora che magnate dell’acciaio Emilio Riva è un cittadino italiano come tutti noi e come tutti noi deve rispettare le regole del vivere comune.

Insomma, lo ammetto: non riuscivo a credere che fosse proprio Renzi, che proprio lui dicesse quelle cose. Anche se con un certo imbarazzo misto a stupore, devo dargli atto di questo. Ebbene sì, Matteo Renzi  – a differenza di Pier Luigi Bersani – è capace di dire anche cose di sinistra.

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Concita De Gregorio, i rettili dell’Ilva e i soldi presi dal Pd

Emilio Riva

Emilio Riva

Cara Concita, come non condividere quello che dici

Anche a non essere lombrosiani, e diventa ogni giorno più difficile, lo spettacolo dei volti dei Riva  padre e figlio  e del loro ufficiale pagatore Girolamo Archinà dice della vicenda Ilva almeno quanto, forse più delle parole. Che l’erede di una fortuna costruita sulla morte per cancro di centinaia di operai dica al telefono ‘Due tumori in piú? Una minchiata’ e’ un’enormità non tanto aggravata quanto illustrata dalla sua faccia. Rettili, questo sembrano i tre affiancati in foto. Archinà, l’equivalente del ragionier Spinelli, come ciascuno in città sa aveva a libro paga non Olgettine ma arcivescovi e cardinali.

Concita De Gregorio

Concita De Gregorio

Che per 52 anni la chiesa tarantina si sia lasciata zittire con una mancia mensile é della storia il dettaglio più indecente. Con una mano si avvelenavano i lavoratori e con l’altra si costruiva, nel quartiere della morte – i Tamburi – la chiesa di Gesù divin lavoratore con un mosaico in stile socialismo reale dove i dirigenti della fabbrica e gli operai, i pescatori e i padroni, tutti insieme, rendono omaggio al dono del lavoro portato dal Cristo. All’ombra di quel mosaico e in cambio dei denari avuti per altre magnificenti opere di carità i preti hanno per anni consolato le vedove e le orfane, che vuoi ragazza mia, e’ il volere del Signore. Se gli uomini morivano a 40 anni, se i bambini nascevano con la leucemia. Una fatalità, preghiamo.

Saggi, intanto, gli amministratori e i politici che si sono succeduti nelle decadi si sono ben guardati dall’aprire a Taranto un centro pubblico di oncologia pediatrica:  i bimbi  malati meglio mandarli a curarsi e a morire fuori ,così non entrano nel conto in carico alla città e non fanno statistica. I bambini: gli stessi che nei loro disegni dipingono la fabbrica che sputa ‘ minerale’ come un drago. I bambini che tornano da scuola con la faccia che luccica di polvere, i ‘minori’ che secondo l’ordinanza del sindaco è meglio non far giocare per strada, ai Tamburi. Teneteli a casa.

e il coraggio con cui lo fai?

Ma che a Taranto si muore di cancro e che la fabbrica che dà da vivere è la stessa che stermina famiglie intere lo sanno tutti da decenni e lo sopportano: gli ultimi perché non hanno alternative, tutti gli altri perchè gli conviene. Chiunque ti spiega il ‘peccato originale’ quale sia stato: aver deciso di collocare la zona di stoccaggio e di lavorazione a caldo a ridosso della città e non dal lato opposto come sarebbe stato logico. Perché? Per risparmiare qualche metro di nastro trasportatore dei materiali dal porto. Per spendere meno, insomma, e pazienza se le fornaci che sputano veleno minerale stanno a ridosso delle case. Quando? 52 anni fa, nel 1960. Mezzo secolo.

Ce ne sarebbe stato di tempo per chiedere ai padroni dell’acciaio, da ultimo  ai Riva,  interventi di bonifica drastici, per obbligarli con le leggi, per evitare di lasciarsi comprare e per denunciare i corrotti. Per evitare che si arrivasse al punto in cui a pagare sono come sempre quelli che hanno da vendere soltano il loro lavoro,  la vita compresa nel prezzo, e di entrambi restano senza. Le lacrime di coccodrillo, parlando di rettili, sono una pratica ignobile e in tempi come i nostri insopportabile. Suscitano rabbia e furore, legittimi. Se fossi un candidato premier oggi sarei all’Ilva a parlare con gli operai che la occupano: soprattutto sarei lì ad ascoltarli e pazienza se insultano. Hanno ragione loro e bisogna dirglielo. Assumersi le proprie responsabilita, scusarsi senza dar le colpe ad altri che le colpe politiche si ereditano e si scontano, ascoltarli e dire: avete ragione.

Però non hai scritto una parola sui soldi che la famiglia Riva dava (avrebbe dato?) anche al Pd e in particolare al segretario del Pd Bersani. Se Riva ha potuto fare quello che voleva con (dicono) 600 milioni di utlili all’anno senza aver mai speso un solo euro (questo è certo) per Taranto non è mica solo colpa di una parte politica. Anzi. Per me le responsabilità del centrosinistra sono perfino più gravi. E, sempre in tema di coraggio, bisognerebbe sottolinearlo.

Post a futura memoria su chi non può non sapere

Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi

Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani

A un giorno dalle primarie devo assolutamente scrivere un post a futura memoria. Futura ma non tanto lontana, diciamo al massimo un post che mi verrà buono già tra due o tre anni. Diciamo che lo rileggerò il 24 novembre 2014 o il 24 novembre 2015 e vedrò che effetto farà, se avrò avuto cioè ragione a scriverlo oppure no. Ed è un post rivolto a tutti quelli che pur sentendosi di sinistra andranno a votare le primarie del Pd. Andate a votare? Andate a votare il vecchio Bersani? Il maturo Vendola? O il giovane Renzi? Bene, sappiate che tra qualche tempo questo post vi smonterà ogni alibi: sarete irrimediabilmente sputtanati non appena comincerete a dire che non potevate immaginare, non potevate prevedere come andava a finire. Perché non è vero. Si sa benissimo come andrà a finire. E si sa anche oggi, sabato 24 novembre 2012, che andare a votare le primarie non è per niente serio. O almeno non lo è per chi si ritiene di sinistra o se non di sinistra almeno si sente riformista o se non riformista uno che vorrebbe una politica con meno corruzione, meno familismi, meno clientele.

Davide Serra, speculatore finanziario

Davide Serra

Quindi è bene che tutti quanti sappiate di non avere scuse accettabili: nessuno di voi avrà il diritto, solo tra un paio d’anni, di lamentarsene. Il vecchio Bersani o il giovane Renzi non cambieranno di una virgola quest’Italia per il semplice motivo che quest’Italia è a loro immagine e somiglianza. L’Italia di chi è pronto a cambiare tutto tranne una cosa: il legame – indissolubile – tra politica e affari. Quello non solo non si tocca, ma nemmeno si discute. Curiosi riformatori della politica, il vecchio Bersani o il giovane Renzi, finanziati da grandi speculatori finanziari con i conti alle Isole Cayman o più semplicemente dalla famiglia Riva per comprare l’omertà sulla tragedia italiana dell’Ilva di Taranto. E non dico altro, anche se ce ne sarebbe da dire un sacco e una sporta, anche perché sono cose sotto gli occhi di tutti. Anche di chi li voterà. Ma non è questo il punto. Dico solo che ognuno decide da che parte stare e ognuno trova la propria maniera per guardarsi allo specchio la mattina. Chiaro. Però non vi azzardate a dire tra qualche anno che non lo sapevate. Perché lo sapete benissimo. Bettino Craxi e Tony Blair e le loro storie non solo non possono essere considerati dei modelli per la sinistra, né per così dire per il centrosinistra: non possono essere proprio considerati dei modelli di riferimento e basta. Non potete non saperlo. E se siete così cialtroni, così italianamente cialtroni, che magari tra qualche tempo vi sarete magicamente scordato tutto è proprio questo il motivo per cui scrivo questo post.

Emilio Riva, padrone dell'Ilva

Emilio Riva

Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia

Se ho tempo e se ho voglia potrei anche valutare la possibilità di raccogliere un po’ di nomi importanti, di quelli che fanno opinione in Italia e archiviare le loro accorate dichiarazioni di voto. Gli stessi che al massimo tra due o tre anni si saranno già rimangiato tutto (accetto scommesse, d’altronde la sinistra italiana è come un disco incantato) e nel frattempo avranno già sostituito il vecchio Bersani o il giovane Renzi con altri aspiranti riformatori della politica e dell’Italia. Perché loro sono fatti così, sono quelli che io ho cominciato a chiamare – parafrasando le parole di Leonardo Sciascia a proposito dell’antimafia – i professionisti della speranza. Già, la speranza. Una delle parole forti della retorica di sinistra, che come diceva Mario Monicelli vuol dire tutto come non vuol dire niente. Per quanto mi riguarda però, anche se continuo sempre a sentirmi di sinistra, ultimamente mi succede una cosa strana. Ogni volta che sento questa parolona, “speranza”, mi viene automaticamente in mente quello che diceva mia nonna che faceva la fruttarola (fruttivendola in italiano) in piazza e cioè: “Chi vive sperando muore cacando”.

L’Ilva e il sequestro rinviato da dieci anni

Ilva di Taranto

Tutti sapevano e hanno fatto finta di niente finché dopo tanti ritardi e omissioni di fronte alle prove sempre più schiaccianti anche la magistratura alla fine non poteva più far finta di non vedere quello che era sotto gli occhi di tutti. Da almeno dieci anni l’Ilva di Taranto doveva essere posta sotto sequestro e non è mai successo perché la politica (con la complicità delle istituzioni) è sempre riuscita in tutti questi anni a prendere tempo in nome e per conto della ragion di stato e cioè per difendere il posto dei 15mila lavoratori tra dipendenti (molti dei quali precari e sottopagati) e indotto. In nome di quegli stipendi è stato permesso — grazie al ricatto occupazionale e, paradossalmente, al sostegno incondizionato di sindacati e sinistra — che una ricca e potentissima famiglia di industriali si impossessasse non solo dell’ex impresa di stato Italsider ma di un intero territorio e di una città. In cambio di quella che per l’Ilva è una specie di elemosina che fa nei confronti di quei 15mila tarantini, la famiglia Riva si è arricchita in maniera spropositata seminando morte 24 ore su 24.

La vera vergogna non sta tanto negli oltre 15 anni in cui un gruppo imprenditoriale senza scrupoli è diventato padrone assoluto del destino e delle vite di una città senza che nessuno — i media per primi — muovesse un dito, ma l’ipocrisia di chi adesso grida allo scandalo, di chi casca dalle nuvole. I Riva hanno sempre usato i loro operai come ostaggi, come scudi umani contro chiunque si fosse azzardato a chiedere che l’acciaieria rispettasse le regole e inquinasse di meno. Cosa che si poteva e si può fare tranquillamente, se solo l’azienda accettasse di investire  un po’ dei profitti per l’adeguamento degli impianti e riducesse, considerato che dei circa 11 miliardi di fatturato e un utile netto intorno ai 700 milioni non un solo euro si è mai fermato a Taranto. Manco per sbaglio.

È ammissibile che in uno stato democratico (o presunto tale) i padroni di una delle più importanti acciaierie d’Europa si possano porre al di sopra della legge e si possano rifiutare di mettere fine, dopo tanti anni di inquinamento, al disastro ambientale, alle malattie, ai lutti? O è impossibile, sempre in uno stato democratico, pretendere da un’azienda che fattura decine e decine di miliardi di investire una volta tanto una minima parte degli utili per mettere a norma gli impianti? Questo succede a Taranto, e da dieci anni, grazie alla complicità di tutte le istituzioni. Ad andare in galera non dovrebbero essere solo i Riva e i loro dirigenti, ma tutti coloro che sapevano e ora addirittura fanno la morale a noi spiegandoci quello che loro stessi avrebbero dovuto fare e non hanno fatto. Come (ne prendo uno a caso) il sempre più imbarazzante Ermete Realacci in qualità di responsabile green economy (sic) del Pd:

“Quanto sta accadendo all’Ilva di Taranto è il frutto avvelenato di una politica sbagliata, di colpe gravissime ed omissioni che partono da lontano e arrivano fino ad oggi. Pesantissime le responsabilità dell’azienda e di chi l’ha diretta. Ma la chiusura dell’impianto non è una soluzione. È necessario che le istituzioni presentino con la massima urgenza un percorso immediato e credibile per una drastica riduzione dell’impatto ambientale dell’azienda e per la bonifica dell’area”.

Perché, se non l’avete ancora capito, va a finire che la colpa è nostra.

L’Ilva avvelena Taranto anche per i periti

Inquinamento dell'Ilva a Taranto
Oddio, ci hanno messo qualcosa come quindici anni però ora sembra proprio (incredibile ma vero) che il processo all’Ilva si faccia per davvero. E anche se non è detto che si riesca a mettere il Gruppo Riva di fronte alle proprie responsabilità — non è detto proprio per niente, visto il funzionamento della giustizia soprattutto quando si vanno a toccare interessi importanti — bisogna comunque ammettere che i periti che dovevano fare tutti gli accertamenti del caso hanno almeno lavorato seriamente:

L’indagine, affidata a tre specialisti, ha accertato l’esistenza di una possibile connessione tra le malattie, le morti causate da tumori e l’inquinamento prodotto dalle emissioni dagli impianti industriali dell’Ilva, e sarà discussa in camera di consiglio nell’udienza del 30 marzo. E’ la seconda parte della maxi-indagine: la prima, svolta dai chimici, ha già accertato la pericolosità delle sostanze inquinanti per la salute di lavoratori e cittadini di Taranto.

Vedremo cosa succederà caso mai le cose cominciassero a mettersi male per Emilio Riva, l’imprenditore che nel 1995 riuscì a rilevare lo stabilimento tarantino dell’Iri (che costituisce uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa) a un buon prezzo (c’è chi sostiene che fu regalato o quasi) grazie all’intercessione della Lega. Interverrà di nuovo Bossi, o sarà sufficiente una buona parola di Monti?