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Se a Cannes vincono i raccomandati

Joel ed Ethan Coen

Joel ed Ethan Coen

Curioso (a dire poco) post di Piera Detassis – Avevamo tre assi come Moretti, Sorrentino e Garrone e li abbiamo lasciati da soli sulla Croisette – su come funzionano i festival (di cinema, ma non solo) e si assegnano i premi:

In questi momenti post-Cannes, mentre ci suturiamo le ferite, c’è una frase sconveniente che torna alla mente e che per pudore respingiamo: fare lobbying. Sì, lo so, è brutto da dire, ma è proprio quel che manca al cinema italiano. Tradotto significa incapacità di “fare sistema”, potere diplomatico assente (nonostante i tanti metri quadri di Italian Pavilion al Majestic con giochi di luce e caleidoscopio) per sostenere con forza i nuovi autori e i nuovi produttori che portano nel mondo le nostre eccellenze.

Quindi, se Moretti, Sorrentino e Garrone vincono, quando vincono, in quel caso significa che sono stati sufficientemente “raccomandati”. Giusto? Altrimenti non si capisce perché il ragionamento non dovrebbe valere anche al contrario, quando cioè sono gli altri a perdere.

Perché sì, il problema secondo me è che sostenendo una cosa del genere – sia pure con il nobile intento di difendere l’orgoglio ferito di Moretti, Sorrentino e Garrone – in realtà Piera Detassis non fa altro che (mi si passi il termine quanto mai calzante) sputtanare non solo Cannes, ma ahimé anche quanti – come appunto Moretti, Sorrentino e Garrone – accettano di partecipare a simili competizioni.

Che poi sarebbe anche interessante sapere cosa ne pensano i fratelli Coen che, stando sempre al ragionamento di Piera Detassis, in quanto presidenti di giuria (e quindi incapaci di fare di testa loro) invece di Moretti, Sorrentino e Garrone avrebbero premiato – se tanto mi dà tanto – i “raccomandati”. O no?

Drive film disperato e truculento, ma soprattutto triste

Un'inquadratura del film Drive

Che dire di Drive, noir cinico e disperato tra le luci di Los Angeles in cui il solitario e depresso protagonista deve vedersela ogni volta da solo contro efferati criminali travestiti da persone apparentemente normali? Che è il tipico film che mi attrae e allo stesso tempo mi respinge.

Tipica storia di ordinaria violenza americana, verrebbe da dire. Raccontata dal danese Nicolas Winding Refn con un iperrealismo fumettistico alla Tarantino e allo stesso tempo con una visionarietà fredda e distaccata quasi alla (chiedo scusa al maestro) Kaurismäki. Che è poi l’unico motivo che me l’ha reso sopportabile fino ai titoli di coda. Perché con l’età sono evidentemente diventato sempre più allergico ai film truculenti e Drive a un certo punto deraglia e e sprofonda in un poco convincente splatter. Cosa che non fa più per me (Kill Bill per esempio continuo a reputarlo una cazzata).La locandina del film Drive

Vabbè, è un film così, che lascia il tempo che trova. Difficile da tenere a mente. Anzi. Semmai faccio fatica a capire come un prodotto hollywoodiano standard del genere possa aver vinto un premio a Cannes. E addirittura per la miglior regia, poi. Anche se faccio finta di stupirmi, in realtà credo di saperlo benissimo.

A differenza di quell’anima in pena di Marco Bellocchio che ancora continua a non farsene una ragione di come funzioni la politica anche nelle cose di cinema, posso immaginare come sia stato possibile commettere quello che mi sembra un errore direi anche notevole di valutazione. E cioè semplicemente perché i festival cinematografici (come d’altronde succede anche per i premi letterari) servono solo a promuovere i film, belli o brutti che siano. E non certo a stabilire il valore di un’opera o di un autore.

Almeno a Hollywood, sotto questo aspetto, sono più seri. Gli Oscar premiano dichiaratamente i film più riusciti esclusivamente ( o quasi) dal punto di vista commerciale. Da noi in Europa invece, vedendo certi capolavori del genere, penso che continuiamo allegramente a prenderci (quasi sempre) per il culo.

Voto: 5