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La domanda non più rinviabile dell’immobile Civati

Il titubante Giuseppe Civati

Civati se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Soprattutto quando nell’ennesimo post contro il suo partito — Il conflitto d’interessi e l’accordo Renzi-Berlusconi — si pone, ancora una volta, l’inelubile interrogativo:

Ma la domanda non più rinviabile è: il Pd vuole salvare se stesso, la dignità della politica e il paese, oppure ha altre priorità?

Conoscendo ormai i tempi decisamente dilatati del perplesso Civati: quanti anni abbiamo a disposizione per rispondere?

In fondo, l’immobilità di Civati assomiglia molto a quella di Grillo: stesso estremismo anche se di segno opposto. Mentre il Movimento 5 Stelle è fermo sulle sue posizioni intransigenti e apocalitticamente inconciliabili con tutti e tutto, Civati lo è altrettanto, ma al contrario, con la sua utopia di voler avviare un confronto politico anche con chi invece lo rifiuta a priori.

Ma, inconsapevolmente, tutti e due così facendo legittimano lo stato delle cose e, anzi, forniscono a Renzi ora come a Letta prima l’alibi che mancava: che cioè le regole democratiche siano comunque rispettate. Quando e se lo capiranno secondo me sarà sempre troppo tardi.

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Tra Renzi e Grillo a uscirne peggio sono i giornalisti

Proprio non lo so, non ho la più pallida idea chi nel confronto-scontro tra Renzi e Grillo ne sia uscito meglio, anche perché trovo sia un esercizio abbastanza futile.

Tra l’altro, ogni eventuale valutazione non può non dipendere sempre dal punto di vista parziale della politica come tifo su quale immagine pubblica si intende assumere come positiva e quali invece siano i comportamenti da ritenere negativi.

Quello che invece ho capito leggendo in rete commenti e considerazioni (a volte veramente imbarazzanti) è che dal confronto-scontro tra Renzi e Grillo a uscirne peggio sono stati sicuramente i giornalisti. E lo sono stati, come sempre d’altronde, per distacco.

Strilla più forte che non ti sento

Beppe Grillo a Roma per criticare la nuova legge elettorale

È chiaro e ovvio che l’Italicum di Renzi e Berlusconi danneggerà il Movimento 5 Stelle, come giustamente denuncia Beppe Grillo. Però davvero mi piacerebbe sapere da Grillo perché mai Renzi e Berlusconi avrebbero dovuto fare gli interessi del Movimento 5 Stelle.

Prima di contestare a Renzi (il presidente Napolitano) e Berlusconi di farsi i fatti loro (e perché mai dovrebbero fare quelli dell’opposizione?) Grillo dovrebbe provare insomma a spiegare a tutti noi e non solo ai milioni di italiani che hanno votato Movimento 5 Stelle perché quel 25% di voti praticamente ancora non sta contando, chissà perché,  assolutamente niente. O è sempre colpa di Renzi (il presidente Napolitano) e Berlusconi se il Movimento 5 Stelle finora non ha fatto altro che strillare e lamentarsi 24 ore su 24?

Con più o meno gli stessi voti presi da Grillo il nuovo segretario de Pd Renzi e il pur scissionato Berlusconi riescono a fare i loro affari più di prima e meglio di prima di quando il Movimento 5 Stelle nemmeno c’era in Parlamento. Lo dicono i fatti: questa è l’amara verità. E cioè che, strilli a parte, non sia cambiato assolutamente niente.

Napolitano, Grillo e Galliani: benvenuti nell’Italia pietrificata

I numeri del carcere

Viviamo in un Paese bloccato, dove tutto rimane fermo e immobile. Viene in mente questo pensando a Giorgio Napolitano che scopre il problema delle carceri. Il presidente della Repubblica segnala cioè quella che è un’emergenza più o meno risalente a poco dopo le guerre puniche o giù di lì e — maliziosamente — suggerisce amnistia e indulto omettendo però di specificare che dovrebbe riguardare solo i reati meno gravi e quindi Berlusconi non ci rientrerebbe affatto. Dovrebbe essere quasi scontato, ma Napolitano nel suo intervento accenna solo alle violenze contro le donne e di frodi fiscali non ne parla.

Insomma, detta così sembrerebbe quasi una provocazione (e forse, sotto sotto, lo è) quasi fosse l’ennesimo tentativo di assist a Berlusconi. E, puntualmente, il Movimento 5 Stelle ha abboccato all’amo. Così, gridando ancora una volta al solito complotto, è puntualmente caduto nella trappola mediatica con presumibile grande soddisfazione di molti massimi dirigenti del Pd. Praticamente, Napolitano è riuscito a far passare Grillo e il suo movimento per cinici forcaioli che vogliono tenere in carcere e in condizioni a volte disumane anche quei poveri disgraziati nei guai per piccoli reati e magari in attesa di giudizio da chissà quando. Non solo. Napolitano non si è fatta sfuggire l’occasione di infierire, secondo me anche con una certa cattiveria, rispondendogli subito a tono:

 “Coloro i quali pongono la questione in questi termini vuol dire che sanno pensare ad una sola cosa, hanno un pensiero fisso e se ne fregano degli altri problemi della gente e del Paese. Vuol dire che quelli che dicono così non sanno quale tragedia è quella delle carceri. Va bene? Non ho altro da dire”.

Et voilà, Grillo e i suoi cittadini sono (di nuovo) sistemati. Avanti il prossimo. A (ulteriore) dimostrazione che il modo di fare politica del Movimento 5 Stelle è, a dire poco, ingenuo prima ancora che sterile.

Ma per capire che tutto in Italia rimane com’è basta passare dalla politica all’altro sport nazionale, al calcio. Dovrei citarmi e linkare per esempio le previsioni su Prandelli che non avrebbe mai applicato veramente il codice etico nel momento in cui sarebbe stato costretto a fare a meno di titolari importanti o sul fatto che le sanzioni punitive contro il razzismo degli stadi, dopo l’apparente fermezza iniziale, sarebbero state applicate a discrezione. E cioè: non tutti i cori o gli striscioni razzisti sono razzisti. Dipende, insomma. Perché ci sono tifosi e tifosi. E soprattutto società i cui stadi — siamo seri — mica si possono chiudere veramente. D’altronde, sarebbe decisamente impensabile che per esempio Galliani decidesse in pratica di autopunirsi dato che rappresenta autorevolmente tutte le possibili parti e controparti (alla faccia dei conflitti d’interessi) del sistema calcio. Prandelli e Galliani (italiani veri) sono solo due esempi tra tanti altri. E non è una novità. Le cose in Italia non cambiano mai. Esattamente come nel film, già citato dal premier Letta (l’unica cosa buona che ha detto finora) Il giorno della marmotta:

Sergio Romano e i veri problemi dell’Italia

Massimo Boldi e Christian De Sica

Due noti editorialisti del Corriere della sera

Quello che conta veramente per l’Italia non è difendere un principio fondamentale della democrazia e cioè che la legge è uguale per tutti, ma garantire in ogni caso e comunque la stabilità politica. È quanto sostiene oggi Sergio Romano sul Corriere della sera. Nella sua paludata e seriosa analisi sui massimi sistemi l’autorevole editorialista invita allora Pdl e Pd a non litigare più (veramente il Pd ancora non dice niente) su una questione così irrisoria rispetto ai veri problemi (sic) del Paese. E cioè che se si tornasse a votare, sostiene con involontaria ma irresistibile comicità Sergio Romano, poi può vincere pure Grillo:

Credono davvero i partigiani del riscatto di Berlusconi che l’Italia moderata, ragionevole e con la testa sulle spalle sia disposta a seguirli in questa nuova avventura elettorale? Credono gli altri che il Pd sia già pronto a un nuovo appuntamento con le urne? Entrambi, dopo il voto, potrebbero scoprire di avere ingrossato le file degli astensionisti e di avere lavorato per il re di Prussia, vale a dire, in questo caso, per il movimento di Beppe Grillo.

La vera sconfitta di Grillo sarebbe negare l’evidenza

Grillo sconfitto alle amministrative

Nessuno mette in dubbio l’incidenza dell’astensionismo e il fatto che alle politiche prenderà sempre molti più voti che alle amministrative, soprattutto quando il candidato è debole e quello del Pd invece forte.

Ma insomma, con tutte le attenuanti del caso da qui a negare come invece fa il Movimento 5 Stelle una batosta non da poco ce ne passa. E nel negare l’evidenza delle cose (in questo caso dei numeri) commette lo stesso errore che solitamente fa in caso di sconfitta elettorale quella stessa classe politica così tanto (spesso a ragione) bistrattata.

Da chi vuole mandare a casa l’attuale classe politica, insomma, mi sarei aspettato — e spero in un ripensamento a mente più fredda — una maggiore onestà intellettuale e un po’ (solo un po’) di coraggio in più ad ammettere che forse il dimezzamento dei consensi alle amministrative possa anche (non solo) dipendere dall’aver commesso non pochi errori e da certe debolezze emerse fin qui subito dopo l’indiscutibile quanto imprevisto successo del voto politico.

Ammetterlo sarebbe innanzitutto una dimostrazione di credibilità e allo stesso tempo anche un’ennesima apertura di credito da parte di chiunque sia ancora disposto a credere in un possibile rinnovamento.

  • UPDATE
    Il commento di Beppe Grillo sulle amministrative: Vi capisco

    Il M5S ha commesso errori, chissà quanti, ma è stato l’unico a restituire, nella Storia della Repubblica, 42 milioni di euro allo Stato, a tagliare lo stipendio dei parlamentari e a destinare i tre quarti di quello dei consiglieri regionali siciliani alla microimpresa.

Se gli intellettuali di sinistra scoprono solo adesso che il Pd – ma pensa un po’ tu – non è di sinistra

De Mauro ha scoperto che il Pd non è di sinistra

Mi fa piacere che autorevolissimi giornalisti, stimati politologi e apprezzati editorialisti scrivano e dicano — ora — quello che il qui presente blog sostiene da anni. Via Malvino, ne cito, a caso, uno dei più bravi e attendibili come Giovanni De Mauro:

Il Partito democratico non è più un partito di centrosinistra. Gli ultracorpi democristiani hanno avuto la meglio. Il Pd è ormai un partito moderato, saldamente ancorato al centro, blandamente attento ad alcuni temi sociali. Pronto ad allearsi con la destra di Silvio Berlusconi in nome della “situazione d’emergenza”.

Sono proprio contento che anche il direttore di un settimanale prestigioso come Internazionale, come d’altronde tanti altri suoi famosi colleghi, la pensi come me. Son soddisfazioni, mica no. Sono proprio contento che mi diano finalmente — era ora — ragione. Ma non ci credo. No. Non credo proprio al fatto che se ne siano accorti solo ora. Non ci credo perché innanzitutto farei un torto alla loro intelligenza prima ancora di prendere in considerazione una certa onestà intellettuale che dovrei dare per scontata.

Non ci credo perché appena pochi mesi fa quegli stessi intellettuali di sinistra erano tutti in fila per votare alle primarie del Pd. E c’erano proprio tutti, ma tutti tutti (qui un elenco anche se molto parziale abbastanza indicativo) compresi anche, che so, Nanni Moretti e Michele Serra, due simboli cioè indiscussi della sinistra, come dire, che più intellettuale e più di sinistra non si può.

Solo pochi mesi fa i migliori rappresentanti dell’Italia di sinistra hanno sostenuto e votato il Pd, lo stesso Pd che adesso dicono di non riconoscere più. Eppure, a parte il povero Bersani diventato improvvisamente il capro espiatorio di tutto e tutti, quelli del Pd sono sempre gli stessi. Dove sta allora la differenza? O, scusate, forse sarebbe meglio dire dove sta la convenienza?

La dichiarazione di voto per il Pd di Nanni Moretti

Ebbene sì: il Pd non ha mai voluto fare il governo con Grillo

Quello che era solo un sospetto (anche se c’era più di un indizio) ora è una certezza: il Pd ha sempre puntato, fin dall’inizio, a mettersi d’accordo con Berlusconi e fare il governo di larghe intese che poi si è fatto. Via Andrea Scanzi, da cui copioincollo il video, Marina Sereni rivela a Porta a porta che il Pd non ha mai voluto fare il governo con il Movimento 5 Stelle. Ma di aver solo chiesto loro i voti per ottenere la fiducia. Esattamente cioè quanto ha sempre sostenuto Beppe Grillo.

Grillo ha torto: il Pd non è uguale al Pdl, è peggio

Letta e Alfano se la ridono in Parlamento: il più è fatto

“Sembra incredibile — scrive Rudi Ghedini in un post sul Pd — che qualcuno pensi di costruire qualcosa su quelle macerie”. Ma — copioincollo qui il commento fatto sul suo blog — nessuno pensa di costruire alcunché, ciò che li accomuna è avere a disposizione un partito dietro la cui copertura poter fare quanti più affari possibili.

Sfrutteranno a oltranza cioè la credulità di un elettorato di sinistra o di centrosinistra che è convinto di votare un partito di centrosinistra.

Finché dura ce la metteranno tutta a prendere tutto quello che si può. Perché come dice sempre uno che se ne intende molto più di tutti loro messi insieme, soldi e fica vanno fatti girare. Sempre, sia chiaro, per il bene del Paese.

E Grillo ha torto quando dice che Pd e Pdl sono uguali: non è vero. Il Pd è peggio del Pdl. Ma di parecchio. Perché pur essendo due associazioni per delinquere, almeno Berlusconi non pretende di apparire per quello che non è.

Erano già d’accordo con Berlusconi

Dal blog di Giuseppe Civati copioincollo l’intervista di oggi sul Manifesto che aiuta a fare ulteriore chiarezza. A me per esempio sembra di capire che nel Pd si puntasse fin dall’inizio all’accordo con Berlusconi. I tentativi d’intesa con il Movimento 5 Stelle — e questo l’aggiungo io — erano insomma finti e finalizzati più che altro a prendere tempo e a far credere all’opinione pubblica che fosse tutta colpa di Grillo. Tanto che dopo l’ammutinamento su Marini da parte della minoranza (di sinistra) del partito la maggioranza (di centro, quasi… centrodestra) si è vista improvvisamente costretta a uscire allo scoperto e a silurare senza pietà Prodi, la cui elezione avrebbe fatto saltare gli accordi evidentemente già presi con Berlusconi:

L'intervista di Civati al Manifesto

+ clicca sull’intervista per ingrandire il testo

Il delitto perfetto (12)

D'Alema e Berlusconi in una foto d'epoca

Ce ne hanno messo di tempo, quasi vent’anni, ma alla fine ce l’hanno fatta. Vent’anni dopo, centrosinistra e Berlusconi nello stesso governo e finalmente non più di nascosto. Un unico grande governo di un unico grande partito. Ma solo, si intende, per il bene dell’Italia. E ora tutti a Villa Wanda a intervistare nonno Licio.

Il delitto perfetto (8)

Una foto d'epoca di D'Alema con Berlusconi

Et voilà: il delitto perfetto è lì lì per consumarsi. Il delitto perfetto con un alibi perfetto. Chissà quanto tempo impiegherà Beppe Grillo a rendersi conto che quelli del Pd non aspettavano altro.

Ovvio che in un Paese con la testa sulle spalle – in cui si pensa davvero all’interesse generale sopra quello particolare – le cose andrebbero diversamente: Bersani avrebbe già rinunciato a proporre se stesso, Grillo e suoi avrebbero proposto un nome eccellente della società civile con buone chance di sparigliare le carte e ottenere l’appoggio del Pd: cosi magari avremmo un buon governo – pazzesco, ma è possibile – e una buona maggioranza, che metta mano a questo Paese ingiusto e lasci Berlusconi a trascorrere i suoi pomeriggi con Ghedini per non finire al gabbio.

Invece cosí non è, o così non pare. Bersani e Grillo continuano a fare ciascuno il suo gioco, ciascuno nell’interesse della sua ‘ditta’ o di se stesso, con gli iscritti di entrambi i partiti spettatori muti di fronte alle scelte sciagurate dei loro capi.

A proposito, se poi tra sei mesi torna al governo il Caimano, evitatemi la scena dei militanti Pd e M5S un’altra volta insieme in un nuovo No B. Day.

Alessandro Gilioli

Berlusconi, Scilipoti e il paradosso di Grillo

Al di là dell’ipotesi che mi riesce perfino difficile scrivere per quanto mi appare tragica, quella cioè di vedere addirittura Berlusconi presidente della Repubblica (eventualità che mi rifiuto anche solo di pensare) il paradosso più grande cui sta andando incontro Grillo nel voler portare agli estremi il suo integralismo politico è che rispetto alla passata legislatura stavolta il Caimano per salvarsi — a differenza che con Scilipoti, Razzi e De Gregorio — non dovrà spendere un solo euro  per comprare i voti del Movimento 5 Stelle. Grillo li offre gratis.

Il delitto perfetto (7)

No, Grillo non riesco più a seguirlo, anche se devo dire ce la sto mettendo tutta per cercare di immedesimarmi nelle sue motivazioni. Nonostante i miei sforzi non riesco a capire la pretesa intransigenza di chi ha la grande occasione di provare a cambiare la politica italiana ma sembra piuttosto aver paura di sporcarsi le mani.

Non riesco a capire il senso di un arroccamento sulle proprie posizioni che di fatto rimette in gioco chi invece andava messo con le spalle alle muro e inchiodato alle sue responsabilità.

Invece, ho sempre più la sensazione che Grillo stia facendo esattamente quello che D’Alema e Berlusconi sognavano che facesse e cioè che grazie al suo integralismo che più ingenuo e autolesionistico non si può si arrivi giocoforza al tanto agognato accordo Pd-Pdl. Che si arrivi cioè al delitto perfetto con l’alibi perfetto: la colpa dell’inciucio (perfetto) sarà inevitabilmente addossata tutta a Grillo.

Miracolo! Bersani ha scoperto il conflitto d’interessi

Incredibile ma vero, Beppe Grillo ha fatto un altro miracolo: Pier Luigi Bersani ha messo on line, sul sito del Pd, la proposta di legge sul — udite, udite — conflitto d’interessi. Per vent’anni è stata la chiave di volta del berlusconismo e per vent’anni il centrosinistra ha sistematicamente omesso di affrontare una delle più gravi anomalie della democrazia in Italia. E adesso improvvisamente gli stessi dirigenti che per vent’anni hanno sempre fatto finta di niente si sono accorti che in Italia esiste il conflitto d’interessi. Una cosa che non ci si crede. Che lascia davvero senza parole. Bersani che dice cose di sinistra, il Pd che propone cose di sinistra. È la fine del mondo.

La proposta di legge del Pd sul conflitto di interessi

Se Grillo perdona i “disobbedienti”

Grillo torna a parlare dell’elezione di Grasso e se credo di aver interpretato bene le sue parole lo fa con toni meno drastici e decisamente più distensivi. Sembrerebbe insomma aver perdonato per questa volta i “disobbedienti” e in tal caso si tratterebbe secondo me veramente di una buona notizia.

Tra l’altro le sue considerazioni non fanno una piega, anche se le analisi fatte a posteriori sono sempre molto più semplici e più chiare delle decisioni che devono essere prese sul momento:

I capricci di Monti che voleva diventare presidente del Senato, ma è stato costretto a prolungare il suo incarico di presidente del Consiglio e per ripicca aveva minacciato di votare Schifani era una pistola scarica. I giochi erano già fatti per mettere in difficoltà il MoVimento 5 Stelle. Qualcuno, anche in buona fede, ci è cascato. Lo schema si ripeterà in futuro. Berlusconi proporrà persone irricevibili, il pdmenoelle delle foglie di fico. Il M5S non deve cadere in queste trappole.

Magari adesso sembra evidente che Monti non avrebbe potuto votare Schifani, ma non lo era al momento del ballottaggio. Per il resto, non c’è niente da eccepire quando richiama il gruppo parlamentare al necessario e indispensabile rispetto delle regole:

Comunque, il problema non è Grasso. Se, per ipotesi, il gruppo dei senatori del M5S avesse deciso di votare a maggioranza Grasso e tutti si fossero attenuti alla scelta, non vi sarebbe stato alcun caso.
In gioco non c’è Grasso, ma il rispetto delle regole del M5S.

Mi sembra sia un chiarimento dovuto e necessario. Avanti così. C’è assoluto bisogno di un Movimento 5 Stelle unito per stanare il Pd dal suo autolesionistico (e sempre perdente) arroccamento centrista e moderato e per permettere così a Bersani di rilanciare a sinistra. Sempre di più e, si spera, sempre meglio. Perché se è vero che Grillo non gli voterà mai la fiducia è altrettanto indiscutibile che l’anima democristiana del Pd sia ormai irrimediabilmente in fuorigioco. E, qualora dovesse fallire l’opera di delegittimazione del M5S, quello che sta succedendo a D’Alema secondo me potrebbe succedere in un prossimo futuro anche al rottamatore (sic) Matteo Renzi.

Credo che non sfugga a nessuno che senza i 160 eletti del M5S adesso alle presidenze delle Camere avremmo Finocchiaro e Franceschini.

Quindi, per onestà intellettuale bisogna ammetterlo: sembrano aver cambiato più il Pd  i grillini  in tre settimane che noi eretici di sinistra in sei anni.

Alessandro Gilioli

Grillo per favore non fare l’integralista

Capisco la necessaria integrità e soprattutto coerenza nel voler a tutti i costi tenere fede sempre e comunque al patto sottoscritto tra rappresentanti e rappresentati. Altrimenti il Movimento 5 Stelle così come è nato e si è improvvisamente affermato potrebbe altrettanto velocemente scomparire.

Non capisco però la pretesa di un’assoluta e indiscutibile fedeltà a questioni di principio che non tengono per niente conto della realtà dei fatti. Sbaglia Grillo a bacchettare i suoi senatori che hanno scelto di votare Grasso per paura che venisse eletto uno come Schifani.

Quella dozzina di “disobbedienti” aveva tutto il diritto di farlo — si trattava del ballottaggio e a quel punto bisognava comunque scegliere da che parte stare — perché in democrazia funziona così. Mi auguro che Grillo lo capisca presto, capisca cioè come funziona la politica.

Se il Pd ora guarda a sinistra

Senza Grillo il Pd non avrebbe mai offerto la presidenza di Camera e Senato a due grandi italiani come Laura Boldrini e Pietro Grasso. E, per quanto potrà durare, è già una piccola grande rivoluzione che fino allo scorso 24 febbraio era soltanto un’utopia. Da Fini a Boldrini, da Schifani a Grasso: quasi non ci si crede. La differenza umana, etica, culturale e professionale è abissale. Così come è incredibile la trasformazione del Pd che improvvisamente guarda a sinistra e rinnega completamente la linea centrista e moderata imposta da D’Alema che, per inciso, ancora una volta è risultata immancabilmente perdente. Ed è impagabile ascoltare un democristiano di merda come Enrico Letta che davanti alle telecamere si dice addirittura soddisfatto delle scelte fatte dal suo partito. Che se ci fossero dei giornalisti veri si sarebbero fatti una gran risata non prima di aver spento microfono e telecamere e averlo lasciato lì sul posto a parlare a vuoto. Semmai uno avesse avuto ancora dei dubbi sulla sua onestà intellettuale ora avrà finalmente capito che pesce è il nipote del maggiordomo di Berlusconi.

ll delitto perfetto (6)

D'Alema e Berlusconi in una foto d'epoca

Sempre a proposito del berlusconismo creato, favorito e sostenuto dalla finta opposizione del centrosinistra, si potrebbe quasi dire, come scrive per esempio Alessandro Gilioli, che il Movimento 5 Stelle l’abbia creato Massimo D’Alema:

Un collega più anziano di me – d’età, ma soprattutto di permanenza qui all’Espresso – oggi in riunione faceva notare come la questione dell’ineleggibilità di Berlusconi in quanto concessionario di frequenze radiotelevisive sia stata una battaglia di questo giornale, nel ‘94-’95: inchieste, editoriali, commenti, copertine, appelli.

Era una battaglia sacrosanta, ma all’epoca fu abbondantemente snobbata dal Pds di D’Alema, il quale come ognuno sa era convinto che proprio per i suoi conflitti d’interessi Berlusconi sarebbe stato un avversario più debole da battere – e mai calcolo politico fu più cannato.

Continua qui.

Il delitto perfetto (4)

D'Alema e Berlusconi in una foto d'epoca

Copioincollo l’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto quotidiano di oggi, perfettamente in tema con il possibile delitto perfetto evocato su questo blog:

Grillo e il papello

Nessuno riesce a entrare nella testa di Grillo. Forse nemmeno Grillo. Difficile capire se prevalga la soddisfazione o la preoccupazione. Soddisfazione nel vedere i politici che l’hanno sempre schifato strisciare ai suoi piedi e implorarlo di salvarli con la fiducia. Preoccupazione per una politica allo sbando che rischia di far pagare ai cittadini l’ennesimo scotto della propria incapacità.

Eppure, dai messaggi che l’ex comico invia tramite il blog e le interviste alla stampa estera, una cosa si può dire: l’Antipolitico fa politica più o meglio dei professionisti della politica. Il gioco di questi ultimi è chiarissimo: non avendo capito nulla di quanto sta accadendo, s’illudono di padroneggiare ancora la situazione ingabbiando gl’ingenui “grillini” in un governo minoritario che prometta di fare tutto ciò che chiedono, ottenendone la fiducia e poi torni alle pratiche consociative di sempre, ricattandoli con la minaccia del voto anticipato che ricadrebbe sulle loro spalle, con annesse accuse di sfascismo e irresponsabilità lanciate da stampa e tv di regime. Una trappola che somiglia al vecchio trucco del cerino: l’ultimo si brucia le dita. Solo un campione di ingenuità suicida può pensare che un movimento rivoluzionario possa votare la fiducia a un governo altrui. E, con buona pace della stampa di regime, non esiste alcuna “rivolta del web” contro i No di Grillo.

Il web è una zona franca dove scrivono tutti, anche i troll dei partiti camuffati da “base di 5 Stelle”. I partiti dell’ammucchiata Monti non vedono l’ora di rimettersi insieme per evitare le urne, cioè un altro balzo di Grillo. Ma hanno un problema: i loro elettori. Il Pd finge di dialogare con M5S, per poi allargare le braccia: “Purtroppo Grillo non vuole e ci costringe alla grande coalizione per eleggere il Presidente, tranquillizzare i mercati, lo spread e l’Europa”. D’Alema ha già avviato contatti conLetta, prigioniero di quella Bicamerale mentale che lo porta a una continua coazione a ripetere. Grillo sa che lì si andrà a parare e deve evitare di restare col cerino in mano: cioè di essere additato domani come il colpevole dell’inciucione o di nuove elezioni. Perciò ricorda ossessivamente il programma di M5S e sfida i partiti a farlo proprio. Ora, per smascherare il bluff, deve fare un passo in più: presentare un papello semplice, fattibile e al contempo rivoluzionario, in cambio dell’uscita dall’aula dei senatori “grillini” che consentirebbe la nascita “condizionata” del governo. Abolire i rimborsi elettorali.Dimezzare i parlamentari e i loro compensi. Legge elettorale maggioritaria con doppio turno franceseAnti-corruzione e anti-evasione con pene doppie e prescrizione bloccata al rinvio a giudizio, nuovi reati come autoriciclaggiofalso in bilanciocollusione mafiosa.Ineleggibilità per condannati, portatori di conflitti d’interessi e concessionari pubblici. Antitrustsu tv e pubblicità. Cancellazione di Tav Torino-Lione, Terzo Valico, Ponte sullo Stretto e altre opere inutili, nonché dell’acquisto degli F-35. Ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Divieto per ex eletti o iscritti a partiti di entrare nei Cda di banche e fondazioni. Via gli aiuti di Stato a banche, imprese e scuole private. Via le esenzioni fiscali a edifici ecclesiastici e bancari. Ilva e Mps nazionalizzati.PatrimonialeReddito di cittadinanza o sussidio di disoccupazione. Tetto alle pensioni d’oro. Abolizione immediata delle province e potatura di consulenze e poltrone delle società miste. Sgravi fiscali alle imprese che assumono giovani. Detraibilità delle spese di sussistenza. Wi-fi libero e gratis. Più fondi a scuola pubblica, università e ricerca.

A questo punto possiamo anche svegliarci dal sogno, perché un programma del genere i partiti non se lo possono permettere: si condannerebbero al suicidio. Ma almeno sarebbero costretti ad ammetterlo e tutto sarebbe finalmente chiaro.

Il delitto perfetto (3)

D'Alema con Berlusconi in una foto d'epoca

Ci siamo. Dopo l’apertura a Grillo, apparentemente conciliante e distensiva, è venuta immancabilmente fuori la vera anima del Pd. E Massimo D’Alema, di cui è davvero difficile spiegare a che titolo parli — visto che non è né il candidato premier e nemmeno il segretario e tra l’altro non è più nemmeno un parlamentare —  sta dando ancora una volta il meglio di sè. L’obiettivo è chiaramente quello di trattare (o fare finta di trattare) a oltranza con tutti e con nessuno. Ancora una volta la consueta tattica, insomma, per rinviare sempre e comunque qualsiasi decisione che possa minimamente intaccare lo status quo dei privilegi, delle rendite, degli affari. È iniziata, per chi non lo sapesse, la lunga, laboriosa opera  di delegittimazione del Movimento 5 Stelle. Perché se non ci fosse stato Grillo ora già sarebbero tutti lì a spartirsi incarichi e poltrone.

Purtroppo, prima di riuscire a fare esattamente le stesse cose che fanno da vent’anni a questa parte c’è questo piccolo problemino da risolvere. Quelli del Pd, in particolare, prima di aprire (ma veramente, in questo caso) a Berlusconi devono far passare l’idea agli occhi degli elettori che siano costretti a farlo per colpa dell’intransigenza di Grillo cui, ovviamente, non gli va bene mai niente e che, tra l’altro, pretenderebbe pure di approvare alcune leggi chiaramente di sinistra. Devono allora poter andare prima nel salotto di Bruno Vespa a dire che sono costretti, insomma, a dover governare con Berlusconi per colpa di Grillo e per il bene dell’Italia.

Altro che giaguaro da smacchiare. È tornato il solito, tipico, ineguagliabile gattopardo italiano.

E fu così che D’Alema disse cose di sinistra

Bersani e Moretti simboli di venti anni di fallimenti della sinistra italiana

Bersani e Moretti simboli, più dello stesso D’Alema, di venti anni di fallimenti della sinistra

Incredibile ma vero, Massimo D’Alema ha improvvisamente scoperto l’esistenza del conflitto d’interessi, della corruzione, degli sprechi. Una cosa veramente commovente, se ci si pensa. Soprattutto per tutti quei milioni d’italiani di sinistra umiliati e offesi — diciamo pure presi per il culo — in questi ultimi vent’anni. Per colpa (o grazie, a seconda dei punti di vista) del Movimento 5 Stelle è avvenuto un vero miracolo nel suo genere: D’Alema cioè è costretto a dire, per una volta, cose di sinistra. Son soddisfazioni, almeno per chi come me, aveva creduto — che illuso, veramente — all’esistenza di una sinistra italiana.

Beh, fossi al posto di Beppe Grillo io proporrei proprio lui, sì proprio D’Alema, come presidente del Consiglio. Sarebbe per buona parte degli italiani — io non so cosa darei perché succedesse veramente — la rivincita politica e morale di un’intera vita il poter ricordare Massimo D’Alema che viene costretto a fare cose di sinistra. Tipo una vera legge sul conflitto d’interessi, una legge finalmente di sinistra, finalmente approvata e proprio da D’Alema, proprio cioè da uno dei maggiori responsabili del degrado civile e sociale di questi ultimi disgraziati vent’anni, quello che più di tutti ha contribuito a creare e alimentare il mostro del berlusconismo.

Perché senza D’Alema e Napolitano, senza i cosiddetti miglioristi (la corrente filocraxiana che nello storico passaggio dal Pci al Pds si appropriò vita natural durante del partito) avremmo avuto forse un’Italia diversa, difficilmente più confusa e disperata di quella che è diventata. Un’Italia costretta ad affidarsi nelle mani di un semplice ma onesto giullare, indignato quanto e più di noi dal tradimento di una sinistra finta e corrotta (vero Nanni Moretti?) per riuscire a rivedere un po’ di luce.

Il delitto perfetto (2)

Foto d'epoca di D'Alema con Berlusconi

Ma se Giorgio Napolitano si dimettesse subito (permettendo così l’immediata elezione del nuovo presidente della Repubblica) e se allo stesso tempo Bersani proponesse a Grillo di votare subito una nuova legge elettorale e quella sul conflitto d’interessi per poi far sciogliere le Camere al nuovo capo dello Stato e tornare così al voto con regole finalmente democratiche, perché mai Grillo dovrebbe dire di no? Già, perché?

La situazione sarà pure complicata e difficile, eppure basterebbe a quanto pare un piccolo sforzo da parte di Napolitano e Bersani per sbloccare una situazione apparentemente irrisolvibile. Ma se Napolitano non si dimette e se Bersani non propone a Grillo di fare i passi necessari per rivotare allora come non può venire in mente che a pensare male si fa peccato ma spesso si indovina?

Non vorrei insomma che quella di ieri non sia una reale apertura del Pd a Grillo. Non fosse altro perché quasi tutte le leggi (non tutte, ma buona parte) proposte dal Movimento 5 Stelle nel suo programma sono decisamente troppo… di sinistra per il Pd. Non vorrei insomma che possa accadere quello che  — in assoluta malafede, è vero — ho sospettato fin dall’inizio e cioè che il vero obiettivo del Pd potrebbe essere quello di cercare un possibile accordo con Berlusconi. Ma prima che questo accada Bersani dovrebbe fare in modo di addossare la responsabilità di una simile scelta alla presunta intransigenza del Movimento 5 Stelle. Far passare cioè agli occhi del suo elettorato che il Pd sia quasi obbligato ad allearsi con Berlusconi. Sempre per il bene del Paese, si intende.

Piero Fassino e l’invito a Grillo di farsi un partito tutto suo

Per capire davvero l’anima di un partito e dei suoi massimi dirigenti a volte più di tanti commenti e analisi bastano poche parole. A Beppe Grillo, che nel 2009 chiese provocatoriamente di poter partecipare alle primarie del Pd, Piero Fassino rispose che era meglio se si faceva un partito per conto suo:

Non c’è niente da fare, ci sono dirigenti politici che come Fassino — o Bersani, D’Alema, Veltroni — sono dei vincenti nati.

La sinistra che rimuove la realtà

La Concordia simbolo dell'Italia attuale

La Concordia simbolo dell’Italia attuale

A proposito di elezioni e di programmi elettorali mi sento di condividere in pieno l’analisi politico-economica, secondo me assai convincente per sintesi e lucidità, di Rudi Ghedini:

È possibile che si possano rinegoziare gli impegni presi con l’Europa, ottenendo qualche margine per scelte espansive, a partite dal calo delle tasse sul lavoro e sulla produzione, e da qualche appalto pubblico in grado di rilanciare un po’ di domanda interna.
Ma è inutile fingere che ci siano un’Agenda Bersani o un’Agenda Ingroia o un’Agenda Grillo alternative all’Agenda Monti: qualcuno sa che farà l’opposizione, altri sono convinti di vincere, tutti giocano con le parole. In particolare, il Pd e Sel sanno che l’Agenda Monti non ha alternative, ma non possono dirlo alla loro gente, cercano voti e spargono illusioni.
Avete sentito Bersani dire dove intende tagliare la spesa pubblica? Come intende riformare il lavoro? Come si propone di sburocratizzare lo Stato? Con quali risorse agirà sulle più evidenti distorsioni della riforma delle pensioni?

Giusto parlare di “equità” da garantire nella crescita, e di lavoro qualificato e stabile, e di sviluppo ambientalmente sostenibile. Diventano parole vuote, se non si indicano con precisione i tagli alla spesa, unica via per liberare risorse e offrire allo Stato qualche occasione di investimento.

Michele Serra, Beppe Grillo e “lei non sa che populista è”

Nell’Amaca sulla Repubblica di oggi Michele Serra tira un bel colpo basso a Beppe Grillo:

Siamo davvero sicuri che lo scopo della democrazia sia, come dice Grillo, portare in Parlamento “gente le cui faccette le vedi dappertutto”, l’uomo della strada, il cittadino qualunque? Io non voglio votare per chi è come me, voglio votare per chi è migliore di me. Nessun sistema politico, tantomeno la democrazia, può funzionare se non riesce a selezionare una classe dirigente. Il vero problema delle Cinque stelle è che non si pone questo problema. Non ponendoselo, merita in pieno l’accusa di populismo.

VauroSiamo davvero sicuri però che non sia un autogol? Siamo davvero sicuri cioè che sia meglio votare uno come Bersani? O per esempio uno a caso del Pd?

Tipo, si fa per dire, Stefano Fassina che sempre sulla Repubblica di oggi si dice certo che gli italiani non si faranno più attrarre dal populismo di Berlusconi? E come no. Anche solo per far contento Fassina gli italiani da oggi in poi smetteranno improvvisamente di fare gli italiani e, week end permettendo, a partire da lunedì prossimo la corruzione sarà solo un ricordo e già me li vedo, questi italiani, tutti in fila a pagare fino all’ultimo euro le tasse che hanno finora evaso. D’altronde, come dice Michele Serra, se non lo sa Fassina che è meglio di noi…