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Le divise sociali saranno invece prese a noleggio

Il Milan, scrive Stefano Scacchi della Repubblica, è talmente in crisi che Barbara Berlusconi è stata costretta a fare scelte estreme:

È stato appena venduto per 150.000 euro il pullman utilizzato per gli spostamenti della squadra (servizio ora dato in gestione).

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Quel “fallito” di Balotelli a sei milioni l’anno

Mario Balotelli ride

Favola senza lieto fine, commenta melodrammaticamente Repubblica a proposito di Balotelli che lascia Mediaset. Sono tutti lì, giornalisti e opinionisti, a gareggiare per il miglior de profundis per un addio tra l’altro ampiamente annunciato. Come se invece che di andare a Liverpool Mario fosse stato regalato al Sassuolo. E già perché sembrerà strano, viste le premesse sulla sua più che totale inaffidabilità, ma nel cambio Balotelli mica ci perde, anzi. Nonostante lo diano praticamente già finito a 24 anni, giocherà in una delle più forti squadre d’Europa, nel campionato attualmente più bello e più importante.

No, perché troppo spesso si rimuove il fatto che Balotelli sarà pure un fallito come vogliono farci credere, ma è da quando aveva 20 anni che lo ricoprono di soldi. Uno che comunque dovessero andare le cose in futuro, potrebbe vivere di rendita per il resto della sua vita. E, piccolo dettaglio non certo trascurabile, se a Mediaset di milioni l’anno ne prendeva quattro ora che sarebbe stato mandato via in malo modo di milioni ne prenderà ben sei. Alla facciaccia di chi crede ancora che il calcio sia legato ai risultati e alle classifiche. Chiamalo fallimento…

Vedete un po’ se ve li danno pure a voi tutti quei soldi per fare il fenomeno da baraccone che tanto riesce così bene a Balotelli e che tanto piace ai media. Provateci voi, se ci riuscite, a farvi pagare così tanto per fare quello che cazzo vi pare e divertirsi facendo lo scemo dalla mattina alla sera, alle spalle di chi pretenderebbe un comportamento diverso o, addirittura, più serio. Il calcio dei diritti tv è questo, uno spettacolo in cui contano solo i soldi e Balotelli (forse anche grazie a quel maestro di vita che è Mino Raiola) sembra aver capito perfettamente come funzionano le cose. E ci sguazza benissimo. Di trofei, coppette e Palloni d’Oro Mario non sa che farsene. Per chi non l’avesse ancora capito a lui — cresciuto in una famiglia assai pratica e concreta — interessa solo una cosa: i milioni. Perché come dice una massima popolare i pidocchi fanno pidocchi, i soldi fanno soldi.

I contratti milionari di Balotelli

Se la Fiat promuove Buffon (doppio) allenatore-ombra

Buffon sbaglia l'uscita e Chiellini si perde Ruiz che completamente smarcato colpisce di testa a botta sicura da pochi metri

Buffon sbaglia l’uscita e Chiellini si perde Ruiz che lasciato solo colpisce di testa a botta sicura da pochi metri

Ormai non c’è più ritegno per i media nel sovrapporre la squadra della Fiat alla Nazionale. Le ultime tragicomiche ore susseguenti alle improvvise quanto intempestive dimissioni di Conte (ulteriore smacco per Agnelli dopo quelle troppo frettolose di Prandelli) non fanno che confermarlo. In entrambi i casi, infatti,  secondo i giornalisti più informati gli allenatori candidati a subentrare sulle rispettive panchine sarebbero sempre gli stessi.

E cioè: come per la Nazionale sono ancora una volta Allegri, Mancini e (un po’ distaccato come percentuale di probabilità) Spalletti. O di qua o di là, non si scappa: quelli sarebbero i prescelti. Interscambiabili, insomma. Certo, su due di queste candidature, in particolare quelle più forti, ci sarebbero alcune controindicazioni. Appare per esempio difficile che Allegri possa avere il gradimento di Pirlo o che Mancini sia accolto a braccia aperte da Tevez.

Chissà però che non sia un segnale ben preciso della proprietà nel voler ribadire (come i giornalisti di Sky, per ovvie ragioni con notizie di prima mano, stanno ripetendo a oltranza) chi comanda. Una dichiarazione di subalternità dell’allenatore che diventa in pratica una promozione sul campo per il gongolante Buffon, pronto ad assumersi in diretta tv “un maggior carico di responsabilità da parte dei giocatori”. Capito l’antifona?

I fenomeni sudamericani e i modesti (ma concreti) tedeschi

La grinta di Schweinsteiger

Quattro anni d’attesa e un mese di partite per poi vedere una fetecchia del genere come la brutta e noiosa finale che è stata Argentina-Germania. Ulteriore conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, della modestia tecnica a volte quasi imbarazzante dei Mondiali. Se poi però vogliamo far finta di no, che sia la massima manifestazione del calcio (potrei lasciarvelo dire solo dopo almeno due bottiglie di buon rosso) bene allora è davvero ora di sottolineare che, numeri alla mano, la Germania con le sue otto finali è la nazionale più forte. Sì, proprio la Germania. E soprattutto bisognerebbe farla finita una volta per tutte con il mito del sopravvalutato calcio sudamericano.

Nel senso che non è più possibile che possa essere ancora sufficiente la nazionalità argentina o brasiliana per essere automaticamente ritenuti fenomeni. E in questo senso la sconfitta dell’Argentina è quasi una liberazione. E lo è in particolare per noi interisti che abbiamo visto la nostra squadra presa in ostaggio negli ultimi quattro anni da un clan che non aveva più niente da dare e solo tutto da arraffare. Milioni, milioni e milioni dispensati come se fosse stato tutto dovuto. E come dimenticare veri e propri insulti come Silvestre, Zarate o Schelotto? Sarebbe bello se in futuro tutto diventasse un po’, almeno un po’, più serio.

Tipo: siamo veramente sicuri che nell’attuale organico (compresi tutti i giovani sparsi in giro per l’Italia) non ci sia uno all’altezza di quel medianaccio infame della nazionale cilena che pare l’Inter sia ridicolmente intenzionata a prendere (chissà poi per quanti milioni)? Potrei capire se arrivasse uno come James Rodriguez, ma che senso ha investire le poche risorse a disposizione per uno scarpone spaccaossa che per la sua ferocia pare sia soprannominato Pitbull? Che ce ne facciamo di uno così? A che serve e perché deve per forza essere un sudamericano?

E poi: se proprio si vuole dare sfogo a questa evidente irrefrenabile esterofilia, perché prendere ancora sudamericani quando è la Germania ad aver vinto il Mondiale? Se dobbiamo per forza pescare all’estero prendiamo semmai i tedeschi. Torniamo allora alle vecchie abitudini dimenticate, quando all’Inter arrivavano solo tedeschi e per giunta fortissimi. Tra l’altro, a ripensarci, se qualcuno mi chiedesse quale sia stato il migliore straniero che ho visto ora come ora non direi né Ronaldo e nemmeno Ibrahimovic. No. Il più bravo di tutti per me è un altro ed è tedesco: si chiama Lothar Matthäus. E se proprio ne dovessi scegliere un altro chissà perché mi viene in mente ancora un altro tedesco e cioè Andreas Brehme. Ma pensa un po’ tu.

Lothar Matthäus, Jürgen Klinsmann e Andreas Brehme

Lothar Matthäus, Jurgen Klinsmann e Andreas Brehme

Medagliere dei Mondiali di calcio

Interisti allo sbaraglio

Fredy Guarin durante Brasile-ColombiaDopo Brasile-Colombia una cosa è sicura: ora Guarin va via solo se l’Inter lo regala. E che dire dell’imbarazzante Hernanes e della sua sfolgorante freschezza atletica? Non so se viene più da ridere o da piangere ricordare che uno così sia stato valutato da quella sagoma di Lotito qualcosa come 20 milioni di euro. No, dico: 20 milioni di euro. Vedere in campo certi fenomeni mi fa sognare un’Inter composta soltanto da italiani (anche scarsi, va bene lo stesso).

Si legge Nazionale ma si chiama Fiat

Il marchio Fiat sulle maglie d'allenamento della Nazionale

Non c’è niente da fare, la Nazionale rimane proprietà Fiat. L’allenatore dovrà essere per forza di area Fiat o gradito alla Fiat. Meglio ancora se sono due e cioè  — è la candidatura del momento — Marco Tardelli e Antonio Cabrini. Tecnicamente sarebbe una scelta che non si regge in piedi, come del resto lo sarebbe l’altrettanto improponibile Fabio Cannavaro.

Ma tant’è: se qualcuno non l’avesse ancora capito è dai tempi di Calciopoli che la Nazionale è stata presa praticamente in ostaggio dalla Fiat, quasi come una specie di risarcimento per l’orribile sgarro subìto. Chiunque sia il nuovo ct, l’importante è che rimanga sempre leggibile il marchio Fiat, come lo era in Brasile perfino sulle maglie azzurre d’allenamento.

Tanto poi cambierà poco perché a selezionare i giocatori e a consigliare la formazione giusta sarà ancora una volta quel simbolo così immacolato di sportività che è l’eroico capitano Gigi Buffon. Inutile dire, infatti, che la base della nuova Nazionale sarà composta dallo stesso blocco Fiat che ha preso gol ridicoli da Costa Rica e Uruguay. Per colpa, ovvio, di Balotelli.

Di che parliamo quando parliamo di calcio?

Il palo colpito da Dzemaili

Il palo colpito da Dzemaili

Il palo di Dzemaili e quello di Pinilla all’ultimo secondo danno perfettamente il senso di un calcio gonfiato a dismisura con campioni presunti che scompaiono alle prime difficoltà in partite in cui alla fine è quasi sempre solo una questione di culo. Nient’altro che culo.

Come il culo avuto dall’Argentina oggi contro una modesta Svizzera (sì, Messi e compagni hanno sofferto fino all’ultimo secondo contro la Svizzera di Behrami) e prima ancora il Brasile di Neymar. Per non parlare poi di come si siano qualificate Germania e Olanda.

Mondiale equilibrato? Non certo le retribuzioni dei giocatori. A vedere certe scamorze in campo viene da ridere solo a pensare ai loro stipendi stramilionari e alle loro quotazioni talmente esagerate da essere addirittura improponobili per il calcio italiano.

Ed è forse giusto anche così che paesi meno fortunati si riprendano con gli interessi ciò che gli è stato tolto vendendoci per oro colato giocatori spacciati per fuoriclasse, ma di cui in Italia se ne potrebbero trovare a decine. Se solo potessero giocare.

No? Non è così? Prendete uno come Di Maria. Avrà pure segnato il gol della qualificazione, ma fino a quel momento aveva sbagliato così tanti palloni da meritare di essere cacciato via a pedate. E poi siamo seri: per chi ha visto giocare Moriero uno come Di Maria fa solo ridere.

I morsi no, spezzare le gambe invece sì

Matuidi rompe tibia e perone a Onazi e non viene espulso

E alla fine arrivò il cortocircuito che inevitabilmente farà saltare ogni finzione dei media. Giusto e soprattutto esemplare il pesante provvedimento disciplinare nei confronti di Suarez per il morso a Chiellini. La Fifa, insomma, punisce il gioco violento. Ma vale per tutti?

Come la mettiamo adesso con Matuidi? Che farà la Fifa? Se un morso vale 9 partite e 4 mesi di squalifica, quanto vale la frattura di tibia e perone? Matuidi si difende: non volevo spezzargli la gamba. E ci mancherebbe pure. No, voleva soltanto azzopparlo.

Fatto sta che il giocatore francese è entrato sull’uomo e non sul pallone e il fatto che non volesse far così male a Onazi non giustifica minimamente l’evidenza di un’entrata intenzionalmente cattiva, fatta per far male. Non è stato espulso, sarà almeno squalificato?

UPDATE

  • Le condizioni di Onazi – scongiurata la doppia frattura – sembrano essere meno gravi di quello che sembrava in un primo momento (che bravi questi giornalisti…). Ma la gravità di quanto è successo in campo non cambia minimamente.

Mannaggia però che arbitro sfortunato

Adesso però non fate come quei piagnoni degli interisti sempre a lamentarsi degli arbitri. Del resto, come dice sempre Marotta, gli errori arbitrali si compensano. O no? Quando non conviene non è più così?

Dedico ai tifosi della Fiat (con particolare affetto agli interisti che tifano per Buffon e manco si vergognano) una canzone che cantano ogni volta alle vittime di turno degli arbitri sfortunati:

Januzai, i fratelli Boateng e le nazionali a piacere

Il presidente della FIFA Joseph Blatter al momento della designazione del Brasile come sede dei Mondiali 2014

Ricapitolando: il Mondiale è un evento decisamente anacronistico nonché, sotto l’aspetto sportivo, un torneo tecnicamente modesto. Parlare ancora di nazioni ai tempi della globalizzazione e delle sue vaghe e precarie identità geografiche è diventato decisamente ridicolo. Un paio di esempi per tutti: Januzai conteso da sei o sette nazionali (alla fine ha scelto il Belgio) e i fratelli Boateng che si sfideranno indossando uno la maglia del Ghana e l’altro quella della Germania.

Volendo anche sorvolare sulle carte d’identità discrezionali vogliamo parlare poi del livello calcistico espresso da selezioni così provvisorie e rimediate? Formazioni spesso e volentieri frutto di compromessi e soluzioni d’emergenza. Che dire per esempio di uno dei fenomeni indiscussi nonché fresco trionfatore in Champions come Cristiano Ronaldo che dovendo giocare non più nel Real Madrid ma nel ben più modesto Portogallo improvvisamente diventa una controfigura? E di uno del livello di Ibrahimovic che manco c’è?

Ma più di tutto ciò che rende per niente credibile una manifestazione del genere è la necessità che non ci siano sorprese. Che cioè vadano sempre avanti le nazionali più potenti e televisivamente più redditizie, a prescindere ovviamente dal loro effettivo valore in campo. Così ogni volta che le cose non vanno come devono andare il Mondiale sembra perfino peggio della Serie A. Come in Serie A gli arbitri diventano improvvisamente assai sfortunati, tanto sfortunati da commettere errori sempre nella stessa direzione. Che jella, no?

Forlan zombie uruguagio

La panchina uruguagia sotto choc

O grandi imprese o umilianti figure di merda: il calcio uruguagio è sempre stato così. E Tabarez, mettendo in campo una formazione a dir poco imbarazzante, ce l’ha messa davvero tutta per realizzare la seconda opzione. Certo che vedere in campo ex giocatori come Forlan (no, dico: Forlan) e Lugano oltre a fare una certa impressione dice molto sull’approssimazione e la cialtroneria che dominano il mondo del calcio a qualsiasi livello.

E che dire di Muslera sempre esattamente nel posto sbagliato che fa ogni volta solo la cosa peggiore possibile? Mentre il Cavani turista (e pure abbastanza scocciato di essere lì in mezzo al campo) ci mancava proprio. E pensare che la partita si era messa come meglio non si poteva, con l’Uruguay immeritatamente in vantaggio grazie a un mezzo rigore e a quel punto tatticamente a suo agio e in pieno controllo.

Ma la batosta, contro un Costa Rica che definire modesto è il minimo, ci sta eccome. L’Uruguay è così: prendere o lasciare. Nel bene come nel male comunque eccessivo. E quindi capace di pessime cadute e allo steso tempo anche di impossibili recuperi. A questo punto però, anche ammesso che Tabarez abbia l’umiltà di ammettere gli errori fatti con Forlan e Lugano, come gli si potrà mai perdonare la mancata convocazione di Alvaro Recoba?

Pronti via e partita subito falsata

Fred si lascia cadere in area e l'arbitro Yuichi Nishimura fischia il rigore

Se questo è un rigore: l’inverosimile simulazione di Fred in area

A vedere il rigore regalato al Brasile viene subito voglia di non seguire più il Mondiale già prima di cominciare. La partita è stata chiaramente falsata. Punto. Questo è il calcio, tanto che nessuno si scandalizza: viene considerato normale — è una regola non scritta accettata da tutti — che i padroni di casa giochino sempre in 12 perché devono comunque arrivare alla fine. A me sembra invece una cosa abbastanza schifosa prima che ridicola.

La Croazia può giustamente recriminare per il furto subito, anche se deve fare mea culpa per l’eccessiva paura, pur potendo usufruire del vantaggio quasi a freddo, con cui ha affrontato il Brasile. Ha mostrato un tale impaccio quasi da sembrare allenata da Mazzarri, tanto da far apparire Kovacic spaesato come nei momenti peggiori all’Inter. Mai in partita, giusta la sostituzione.

Certo, il mondo del calcio è fatto soprattutto da gente tremendamente ottusa e assai sensibile a ogni moda. Così, per esempio, se una volta era obbligatorio schierare sempre tre punte ora invece qualsiasi allenatore che si reputi intelligente gioca solo con i centrocampisti e caso mai dovesse proprio dover mettere un attaccante quello però poi non deve mai farsi trovare in area. Altrimenti è troppo facile, troppo prevedibile.

Dichiarazione di tifo

Buffon e Cannavaro simboli del calcio italiano taroccatoSeguirò i Mondiali nonostante tutto. Seguirò i Mondiali nonostante sia un evento anacronistico ai tempi della globalizzazione e delle sue vaghe e precarie identità geografiche. Seguirò i Mondiali nonostante sotto l’aspetto sportivo sia un torneo tecnicamente modesto. Seguirò i Mondiali perché non posso non fare il tifo, come sempre dopo Calciopoli, per l’Uruguay e il suo calcio storicamente brutto, sporco e cattivo. Ma mai ipocrita.

Ma non farò solo il tifo a favore. Allo stesso tempo tiferò soprattutto contro due nazionali e cioè: quella della Fiat e, per la prima volta, anche contro quella argentina. Perché? Per dare finalmente sfogo a tutte le frustrazioni accumulate negli ultimi quattro anni per colpa del clan argentino che dopo aver portato l’Inter in cima al mondo l’ha affossata senza pietà sfruttando indecorosamente l’insano spirito di riconoscenza di Moratti.

Seguirò i Mondiali anche per ricordarmi bene in che paese vivo e come sono fatti i suoi abitanti. Gli stessi pronti a scandalizzarsi per un rigore dubbio per poi dimenticarsi interi campionati truccati e andare in delirio per la Nazionale di Buffon, proprio uno dei simboli di quel calcio taroccato. Chissà se, per esempio, qualcuno ricorda ancora quel milione e 585mila euro “donati” a una ricevitoria di Parma. Già, che fine avrà fatto quell’inchiesta?

Tutta suo papà

Adriano Galliani e Barbara Berlusconi

Non c’è che dire: tutta suo papà. E cioè: quando si vince è tutto merito suo, quando si perde invece è sempre colpa degli altri. Dell’allenatore, della squadra e, soprattutto, di certi signori:

“Il Milan deve tornare a vincere, deve tornare competitivo, nei prossimi giorni mio padre e il signor Galliani si incontreranno per indicare la strada per tornare grandi”.

Fossi al posto di Seedorf non aspetterei un minuto di più a giocare d’anticipo. E cioè li manderei cordialmente tutti affanculo. E altro che mancanza di professionalità: se facesse un gesto del genere guadagnerebbe molti punti, questo è sicuro, di credibilità.

Poche storie, il migliore ora è proprio il Cholo

Diego Pablo Simeone

Mai visto — al Camp Nou contro il grande Barcellona dei fuoriclasse e simbolo del calcio che più tecnico non si può, pur priva dopo pochi minuti del suo uomo migliore per infortunio e pur sotto di un gol (frutto di una magia di Sanchez) — una squadra più rabbiosa dell’Atletico Madrid di Diego Pablo Simeone. Una rabbia agonistica a immagine e somiglianza del grande Cholo che lascia incantati e quasi storditi. La grande dimostrazione di forza a inizio di ripresa con cui l’Atletico Madrid ha ottenuto il pari rinchiudendo a oltranza il ben più tecnico Barcellona nella sua metacampo è stata, per movimenti di squadra, pressing, chiusure e raddoppi, di una bellezza — dal punto di vista tattico — davvero unica.

Lo strano caso della squadra della Fiat senza più avversari

Montella

Avversari ma non troppo: come se l’importante sia solo fare bene la parte

Montella è bravo e sa come far rendere al massimo i giocatori a disposizione. Questo mi sembra fuori discussione. Ma la Fiorentina è troppo scarsa (la difesa per esempio è qualcosa di inguardabile) per poter minimamente impensierire la squadra della Fiat che tra l’altro a livello europeo fa solo ridere. Come del resto da un po’ di tempo fanno ridere tutte le altre squadre italiane. Talmente dimesse che sembra si siano quasi messe d’accordo da qualche anno a questa parte per evitare anche solo di fare ombra alla Fiat. Così determinate come sembrano nel voler recitare la parte di comprimarie, come se per un tot di anni i giochi siano stati già fatti e magari decisi pure a tavolino.

Una restaurazione discreta e indolore che sembra mettere tutti d’accordo

La sensazione insomma è che dopo Calciopoli la Fiat abbia ricompattato le fila e ripreso in mano la situazione come e più di prima. Del resto, chi potrebbe obiettare qualcosa? Berlusconi sembra avere altro cui pensare, Thohir il problema nemmeno se lo pone (se non tra due trattino tre anni) e De Laurentiis, bè De Laurentiis chissà di quanto tempo ha ancora bisogno prima di riuscire a capirci qualcosa, sempre ammesso poi che ci riesca. Mentre Della Valle, bè Della Valle continua come sempre a fare il pesce in barile. Parla parla però quando si tratta di fare sul serio rimane sempre un passo indietro. Sia politicamente e, peggio ancora, nelle cose di calcio: Il pranzo Agnelli-Della Valle, “Ci siamo chiariti”.

Del resto, finché i tifosi continuano a crederci (e a spendere)…

Evidentemente mister Tod’s non si è più ripreso dallo choc da quella volta che lo misero in mezzo, costretto come fu, lui che si era coraggiosamente fatto avanti per riformare il mondo del calcio, a scendere a patti con i delinquenti pur di salvare la Viola massacrata dai cecchini in giacchetta nera di Moggi. Forse quell’esperienza potrebbe averlo segnato a tal punto che il massimo che si ci può aspettare da lui è il solito traccheggiamento di chi parla parla ma poi, stringi stringi, alla fine non succede mai niente. Intanto gli anni passano e la Viola è sempre lì a fare l’eterna incompiuta. Un destino cinico e infame, insomma, comune d’altro canto a quello di tutte le altre squadre, a loro volta ridotte (perfino le più importanti) a fare le comparse. Certo, contenti i tifosi, contenti tutti. Però che tristezza questo calcio italiano sempre più brutto e noioso.

Droghe e drogati

Teledipendenza da calcioVabbè, prima o poi doveva succedere. Per una volta sono totalmente d’accordo con quanto scrive Fabrizio Bocca:

Dalla Tv, da Sky e Mediaset, in particolare passa un racconto del calcio artificialmente arricchito, molti dicono drogato. Non è solo un calcio urlato e pesantemente sceneggiato, è spesso anche un calcio che non esiste, iperottimista, fatto di imprese che non lo sono, di grandi show che spesso sono noiosi ma su cui il telecronista mette un sacco di panna per fartelo mangiare lo stesso. La realtà del calcio in tv è quello di un Truman Show dove tutti ridono, sono felici, ma la realtà è ben diversa, spesso fasulla. Questo crea un’informazione indirizzata, in assoluto poco critica, quasi sempre esaltata, spesso smentita dall’evidenza dei risultati.

La tv e i suoi telecronisti discretamente gigioni, spendidi raccontatori di fantascienza, hanno generato un calcio fasullo, dove la noia è cucinata come possesso palla, e un tiraccio maldestro per cui il portiere non si è nemmeno sporcato i guanti, occasione da gol. Magari fantastica. Il telecronista di fantascienza sorvola spesso sull’evidenza, sul fatto che dopo l’ultima partita di Champions League la Juventus è finita ultima in classifica e il Milan in fin dei conti è in corsa e ha ben resistito al Barcellona pur non avendo quasi mai passato la metà campo.

E’ la tv, bellezza; e tu non ci puoi far niente, niente.

Cavani e il calcio psichedelico di Platini

Il santino di CavaniCon il mondo (globalizzato) sull’orlo della bancarotta si può dire senza passare per moralisti che il cartellino di Edinson Cavani valutato non meno di 60 milioni (120 miliardi di vecchie lire) è veramente inaccettabile? Che cioè da qualunque punto di vista la si voglia vedere è una cosa che non sta né in cielo né in terra? Quanta strada ancora potrà fare questo calcio che sta portando agli estremi il doping finanziario oltre quello sportivo con sempre più frequenti casi di corruzione e partite truccate? Quanto potrà durare questa fase diciamo così psichedelica?

L’asta tra Real e Chelsea per Cavani è esemplare sotto questo aspetto. Al di là del valore del giocatore (effettivamente indiscutibile e notevole anche perché l’attaccante uruguaiano ha soli 26 anni) economicamente parlando alle cifre attuali tutto sembra tranne che un affare. Domanda semplice semplice: per recuperare almeno le spese sostenute (ingaggio compreso) quante coppe dei campioni dovrebbe vincere chi lo prende? E siamo poi sicuri che un solo fuoriclasse possa essere veramente determinante? L’ultima volta che è stata tentata un’operazione del genere (noi interisti ce la ricordiamo perfettamente perché lo scambio Ibra-Eto’o fu la nostra fortuna) non è andata precisamente come si sperava. Anzi. La Champions l’ha vinta proprio la squadra che aveva ceduto a peso d’oro il suo giocatore migliore.L'indimenticabile siparietto a bordo campo tra Ibra, Guardola e Mourinho durante la semifinale di Champions

E che dire poi di quella meravigliosa e indimenticabile (sicuramente per noi interisti) invenzione del fair play finanziario di monsieur Michel Platini, che stronzo era da giocatore e stronzo rimane anche da presidente indiscusso di Uefa e associazione mondiale dei cialtroni? Sbaglio o alla fine della giostra praticamente solo Moratti (più o meno strumentalmente) ha veramente preso sul serio Platini? Che fine ha fatto, insomma, il famoso (o famigerato a seconda dei punti di vista) fair play finanziario? Come mai nessuno ne parla più? Quali erano gli obiettivi che Platini si proponeva di raggiungere? Ah, sì, ecco:

  • Dare al sistema finanziario delle società un ordine e una razionalità.
  • Stimolare l’auto-sostenibilità delle società, soprattutto a lungo termine.
  • Stimolare la crescita delle infrastrutture.
  • Stimolare la crescita dei settori giovanili.
  • Incoraggiare la società a competere soltanto entro i propri introiti.
  • Accertarsi che le società onorino gli impegni finanziari nei tempi prestabiliti.
  • Diminuire le pressioni sulle richieste salariali e sui trasferimenti.
  • Limitare gli effetti dell’inflazione nel mondo calcistico.

Infatti.

Mario Sconcerti e l’impresa della Fiat con il Nordsjelland

Il pareggio in Champions della Fiat con il modesto Nordsjelland è un passo falso per tutti tranne che per Mario Sconcerti:

Delude la Juve in Europa, ma non perde.

Diciamo pure un’impresa eroica.

Amo i milanesi quando disprezzano la Nazionale

Italia-Danimarca, stadio semivuoto
Scopro solo adesso, io che non seguo più la Nazionale dai tempi di Calciopoli e non la seguirò fin quando un solo giocatore della Fiat ne farà parte, che San Siro era semivuoto. A dimostrazione forse del fatto che non sono il solo a  disprezzare l’ItalFiat. Sono questi i momenti in cui vorrei tanto essere milanese pure io

Emanuele Gamba e la spinta dei cerottini della Fiat

Emanuele Gamba, tromboneEsempi pratici di come si diventa giornalisti. Esempio numero 1: Emanuele Gamba. Emanuele Gamba fa il giornalista, ma non si vergogna di scrivere oggi sulla Repubblica cose del genere:

Con lo scudetto fieramente cucito in mezzo al petto, e le stelle nascoste da un cerottino bianconero, i campioni d’Italia partono per il ritiro valdostano di Chatillon (da oggi al 23) con una spinta completamente diversa rispetto al passato più recente.

Si ringrazia Emanuele Gamba per la dimostrazione pratica di grande giornalismo.

La Fiat e la questione di stato delle stelle

Il rigore di Juliano su Ronaldo non fischiato da Ceccarini

Vabbè che sono di parte ma — oggettivamente — questa storia della nuova maglia della Fiat con la toppa comunque la si voglia rigirare è veramente patetica. E lo è ancor di più l’atteggiamento dei media che quando si tratta di affrontare il delicatissimo argomento di Calciopoli e degli scudetti rubati assumono una, diciamo così, prudenza, che non ci si crede. Solitamente sempre pronti a sparare nel mucchio, a insinuare sospetti e ad avvelenare gli animi, quando giornali e tv devono affrontare il delicatissimo argomento delle stelle sulla maglia della Fiat diventano improvvisamente “anglosassoni”, rivendicano quella “giusta distanza” che impone di raccontare i fatti e non prendere posizione. Anche se i fatti, di per sè, fanno ridere. Oggettivamente ridere, sia chiaro. Ma sulla Fiat, come sulla religione, in Italia non si scherza mai.

Quelli del Post, poi, di solito brillanti e poco paludati, ne scrivono in maniera talmente seriosa come se fosse non un’imbarazzante ripicca degli Agnelli (ennesima conferma dell’innato senso sportivo che da sempre li contraddistingue) ma quasi una questione di stato:

La maglia da gara non avrà nessuna stella (le due stelle sono coperte da una toppa) e porterà, sotto lo stemma ufficiale della squadra, la scritta “30 sul campo”. Andrea Agnelli, presidente della società, ha spiegato che la decisione si deve a un «ragionamento prettamente ideologico: rispettiamo la Giustizia Sportiva, ma la FIGC ha deciso di non decidere dopo i fatti nuovi che sono emersi. I ricorsi procedono, ma siamo a una simmetria: noi diciamo 30, la Federazione dice 28 e non siamo d’accordo». Le maglie messe in vendita per i tifosi, invece, avranno le stelle e ne avranno due: negli Juventus Store i tifosi potranno chiedere l’applicazione della terza stella.

Non fa ridere? Parecchio. Non ai giornalisti, però. Non quando c’è di mezzo la simpatica ma suscettibile famigliola torinese. Una famiglia a cui tutto è dovuto e che giustamente non potrà mai accettare che le siano stati revocati due scudetti soltanto perché alcune intercettazioni provano ciò che tutti quanti sapevamo benissimo. Embè? mi sembra quasi di sentirli: il calcio italiano non ha forse sempre funzionato così? D’altronde, agli italiani (alla maggioranza degli italiani) il calcio piace troppo così com’è. Con i campionati e gli scudetti finti come le nuove maglie della Fiat.

Gramellini e il risveglio morale degli italiani come Buffon

Massimo GramelliniParagonare il risveglio del calcio italiano a un risveglio addirittura etico dell’intero Paese come fa oggi (incautamente secondo me) Massimo Gramellini sulla Stampa è, sempre secondo me, decisamente un po’ azzardato (a dire poco).  Anche perché, in preda all’euforia, il brillante opinionista della famiglia Agnelli fa pure l’esempio sbagliato. Citando cioè, a proposito del risveglio etico del popolo italiano, anche uno come Gigi Buffon che, scrive Gramellini

 invece di festeggiare, lascia il campo imbufalito con i compagni perché nel finale qualche loro sciatteria aveva rischiato di compromettere la vittoria.

Ora, con tutta la buona volontà di questo mondo, pur volendo sorvolare su certi precedenti del portiere che non depongono a suo favore, il problema è un altro. E cioè: come fa Gramellini, giornalisticamente parlando, a essere talmente sicuro che i fatti siano andati proprio così? Solo perché questa è la versione data dal diretto interessato? E se invece — a questo punto una supposizione vale l’altra — Gigi Buffon magari era incazzato perché aveva scommesso un bel po’ di soldi sull’under? Sul fatto cioè che il risultato finale non fosse superiore ai due gol?

Balotelli, la Nazionale e la poca memoria degli italiani

Mario Balotelli abbraccia la mamma al termine di Italia-Germania
Gli interisti sono gli unici ad essersene accorti: Mario Balotelli è diventato improvvisamente un eroe nazionale, Mario Balotelli è diventato improvvisamente un bravo ragazzo che ha sofferto tanto, Mario Balotelli è diventato improvvisamente un esempio da seguire, uno che subito dopo il fischio finale corre in tribuna ad abbracciare la mamma con tanto di foto che immortala questo gesto d’amore che più italiano proprio non si può.

Solo noi interisti lo sappiamo fin troppo bene: incredibile, no? Improvvisamente Mario Balotelli non è più quello che per carità non è perché sia un negro che lo si tratta così male, ma solo in quanto (al di là del colore della pelle sia chiaro eh) è un emerito stronzetto. Un provocatore sistematico, un presuntuoso, un pericolo pubblico: nello spogliatoio, in campo e fuori dal campo. In una parola: Mario Balotelli. Così è sempre stato raccontato dai giornali e dalle tv, da quattro anni a questa parte.  E ogni volta, proprio perché doveva imparare a stare al mondo, ogni volta che toccava palla erano tutti lì a fargli “buuu” fino a perdere la voce e più in generale gli si gridava cori orrendi e, se capitava a tiro, gli si lanciava pure le banane. Tanto per capire la differenza che passa tra un negro e un italiano.

Improvvisamente però gli italiani, gli stessi italiani che hanno detto negli stadi — e sui media — cose bruttissime  di Mario Balotelli, hanno perso la memoria. Sono bastati due gol che hanno portato l’Italia in finale e Mario Balotelli, lo stesso identico Mario Balotelli di sempre, improvvisamente non è più Mario Balotelli di sempre. E forse non è più nemmeno così tanto negro come prima. Almeno fino a domenica sera.