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Gente di sinistra che non si fa le seghe: non 18 ma 30

Maria Rita Lorenzetti, una che non si fa le seghe mentali

Maria Rita Lorenzetti, una che non si fa le seghe mentali

“Noi siamo concrete e pratiche senza tante seghe”. — Maria Rita Lorenzetti, ex presidente Pd della Regione Umbria e allora presidente di Italferr in una telefonata alla professoressa Gaia Grossi, ordinaria di Chimica generale all’università di Perugia e suo ex assessore alle Politiche sociali alla Regione Umbria

Se il conflitto di interessi esiste sempre e solo per Berlusconi

Elsa Fornero, Mario Deaglio e, nel tondino, Silvia Deaglio

Siamo sempre tutti così bravi a contestare i mille conflitti di interessi di Silvio Berlusconi, come se ce li avesse solo lui e non tutta l’impresentabile classe dirigente che l’Italia ha.

In Italia sembra che i conflitti di interessi ce li abbia solo Silvio Berlusconi, ma Silvio Berlusconi anche se Silvio Berlusconi eccelle in negativo e si nota indubbiamente di più per volgarità e cafonaggine, sicuramente non è molto diverso dal resto della classe dirigente italiana. Una classe dirigente magari  meno appariscente ma altrettanto imbarazzante, quanto e più di Silvio Berlusconi.

Quante volte abbiamo puntato il dito contro il vergognoso conflitto di interessi dei giornali di proprietà o al servizio di Silvio Berlusconi? Tante e comunque mai abbastanza. Solo che a volte sembra quasi che il conflitto di interessi riguardi solo e sempre Silvio Berlusconi. Invece non è proprio così. Proprio per niente. E il conflitto di interessi, altrettanto vergognoso nella sua palese spudorata evidenza, è anche quello per esempio di Mario Deaglio che sul quotidiano indipendente (e terzista come va di moda dire)  La Stampa scrive un indignato editoriale contro Berlusconi e in difesa del governo Monti e delle scelte fatte dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero che – incidentalmente – è sua moglie.

La cosa, secondo me, che denota arroganza e presunzione è proprio il voler mettere il nome e cognome (con tanto di indirizzo mail dell’università di Torino dove insegna) su un commento che per pudore, discrezione o solo per una questione di eleganza sarebbe stato meglio almeno non firmare. Invece no. Anzi. La firma è la legittimazione pubblica del potere di una famiglia (nelle università come nei media non ci sono professori o giornalisti ma famiglie di professori o giornalisti, clan di professori o giornalisti e bande organizzate di professori o giornalisti militanti o terzisti che siano) e della sua celebrazione pubblica.

Così per esempio, all’università di Torino insegnano contemporaneamente Elsa Fornero (professore di Economia politica) il marito Mario Deaglio (professore di Politica economica) e la loro brillante figlia Silvia Deaglio (professore di Genetica). Perché se è vero che nel libero mercato meritocratico e competitivo non c’è più spazio per il posto fisso e per giunta sotto casa è pur vero che quando uno è bravo è bravo. E allora le regole non valgono più: il libero mercato alla fine viene sconfitto dai buoni sentimenti e la famiglia trionfa. Perché – esattamente come direbbe Silvio Berlusconi – alla fine della storia vuoi o non vuoi c’è sempre qualcuno più uguale di un altro. O una famiglia più uguale di un’altra. E la famiglia Fornero-Deaglio, come tutte la grandi famiglie della nostra classe dirigente così sobria che più non sobria non si può (altro che quel puttaniere di Silvio Berlusconi) non ha nessuna vergogna – ma proprio per niente – di ricordarcelo ogni momento. Per la serie il conflitto di interessi esiste sempre e solo per Silvio Berlusconi.

Il commento di Mario Deaglio sulla moglie ministro

Se aspettiamo la politica stiamo freschi

In Italia ci sono più di 16 mila docenti scelti arbitrariamente dalle Curie e che insegnano solo dottrina cattolica, ma che vengono pagati da tutti i contribuenti. Non sarebbe tempo, scrive Michele Sasso sull’Espresso post-sciopero, che la politica se ne occupasse? La politica? Se aspettiamo la politica, quella attuale dico, stiamo freschi. No, meglio continuare a rompere le palle. Almeno  fin quando ci faranno usare liberamente internet.

Luigi Frati, un rettore una famiglia

Sull’Espresso il ritratto di un italiano che tiene famiglia, il rettore dell’università La Sapienza di Roma Luigi Frati:

VADO A NOZZE Dopo Lorenzo il Magnifico, il Magnifico Rettore. Sulle cui gesta c’è di tutto: inchieste e commissioni d’inchiesta, un verdetto del Tar, paginate di giornali, da “l’Espresso” al “Corriere della Sera”, trasmissioni tv vedi “Report”, nomi e cognomi. Per riassumere: il nostro Magnifico, sostenuto da destra e da sinistra, da industrie farmaceutiche e da chi più ne ha più ne metta, oltre a gestire concorsi, cattedre e bilanci da milioni di euro, è il monumento al nepotismo italico. Nota di colore: quale location sceglie per la festa di nozze della figlia Paola? Che domande: in un tripudio di porchetta e bignè, l’aula grande di medicina.

COLPO AL CUORE In cattedra, non solo la moglie Luciana Angeletti, ex prof di Lettere di scuola superiore, ora ordinario di Storia della medicina. Anche la figlia Paola, laurea in Legge, ordinario di Medicina legale: tutte e due nella facoltà-famiglia di cui Frati è stato preside per un breve periodo, solo diciotto anni. E dove il figlio Giacomo a 28 anni diventa ricercatore, e una decade dopo è ordinario e cardiochirurgo. Ora è primario di malattie cardio-vascolari al Policlinico, ma prima, nella succursale a Latina, era il capo di cardiologia e là, rivelano “Report” e il “Corriere” il 28 febbraio, la mortalità su operazioni al cuore di bypass aorto-coronarico arrivava al 6 per cento, più che doppia rispetto agli altri ospedali. Ma in fondo i figli non sono forse piezz’ e core?

Qui l’articolo completo di Denise Pardo in cui tra l’altro il rettore viene accomunato a un altro italiano molto devoto alla famiglia come il leader dei tassinari Loreno Bittarelli.

Scuole cattoliche milionarie

Silvia Cerami sull’Espresso fa un po’ di conti in tasca alle scuole cattoliche che hanno ottenuto, grazie alla buona parola messa all’ultimo momento dal premier Monti, l’esenzione dell’Imu. E il quadro che viene fuori è — puntualmente — indecente, come quasi tutte le cose che riguardano il Vaticano: le scuole cattoliche costano a noi contribuenti un sacco di soldi, ma tanti veramente:

Scuole che, benefici sull’Imu a parte, ricevono cospicui finanziamenti: 496 milioni di euro solo nel 2011. Se la scuola pubblica ha infatti subito, con la legge 133/2008, tagli per 8 miliardi di euro, tanto da comportare la chiusura di 295 statali tra il 2009 e il 2010 e una riduzione dell’organico negli ultimi due anni di migliaia tra insegnanti e amministrativi, per le scuole paritarie la decurtazione tra il 2010 e il 2011 è stata di circa 43 milioni. A dire il vero Giulio Tremonti all’inizio tentò di apportare tagli proporzionali e propose una riduzione del fondo di oltre 250 milioni, ma dovette rinunciare a causa dell’opposizione di 200 parlamentari del Pdl preoccupati di danneggiare le scuole cattoliche.

E così se nulla hanno potuto le manifestazioni e i sit-in di migliaia di studenti, ricercatori e docenti della scuola pubblica, la semplice minaccia di mobilitazione da parte delle scuole cattoliche ha fatto cambiare idea al governo nel giro di qualche ora.

Qui l’articolo completo.

Quanto guadagnano i dirigenti analfabeti del ministero dell’Istruzione

Dopo l’indimenticabile comunicato sui neutrini nel tunnel tra Ginevra e il Gran Sasso si è dimesso Massimo Zennaro, il portavoce analfabeta del ministro Mariastella Gelmini. Purtroppo per lui, ora tornerà a fare il dirigente del ministero dell’Istruzione a soli 156.161,75 euro lordi l’anno. O forse qualcuno pensava che sarebbe andato a raccogliere pomodori?
Domanda: come ha fatto un analfabeta del genere a diventare direttore generale della comunicazione? E in base  a quale curriculum, a quali competenze maturate? Risposta: il portavoce analfabeta del ministro dell’Istruzione è stato assunto nel 2008 da Mariastella Gelmini. Punto.

L’elogio dell’ignoranza di Ilvo Diamanti

Accorato (e disilluso) appello di Ilvo Diamanti nella sua rubrica “Bussole” su Repubblica: cari ragazzi, non studiate. Studiare fa male, emargina e predispone al fallimento:

Non avete nulla da imparare e neppure da ottenere. Per il titolo di studio, basta poco. Un istituto privato che vi faccia ottenere in poco tempo e con poco sforzo, un diploma, perfino una laurea. Restandovene tranquillamente a casa vostra. Tanto non vi servirà a molto. Per fare il precario, la velina o il tronista non sono richiesti titoli di studio. Per avere una retribuzione alta e magari una pensione sicura a 25 anni: basta andare in Parlamento o in Regione. Basta essere figli o parenti di un parlamentare o di un uomo politico. Uno di quelli che sparano sulla scuola, sulla cultura e sullo Stato. Sul Pubblico. Sui privilegi della Casta. (Cioè: degli altri). L’Istruzione, la Cultura, a questo fine, non servono.

Tutto è cominciato a precipitare nel momento in cui qualcuno ha stabilito che l’emotività è l’unico campo in cui si realizza il giovane. Sappiamo bene l’importanza delle ragione del cuore di Pascal, del pensiero emotivo, della forza creativa che vive nei sentimenti e certo non vogliamo che i nostri ragazzi a scuola divengano dei robot: però ho l’impressione che sia stata una debolezza micidiale la rinuncia alla logica, alla razionalità, all’analisi e alla sintesi, all’intelligenza che sa muovere i pezzi sulla scacchiera e le parole nel discorso e i numeri nei quaderni a quadretti.

La cultura è il tentativo di dare una forma e un ordine al caos. Per questo studiamo le tabelline e la sintassi, Aristotele e il sonetto, Dante e Kant e la storia e la chimica e la biologia. Chiunque ama l’arte sa che il disordine del dolore può essere la materia bruta dell’opera: ma perché ci sia un valore e un senso l’artista deve tirare fili invisibili, cucire, legare e slegare, mettere in prospettiva, unire ciò che pare crudelmente diviso. E la scuola questo deve riprendere a fare, contro la cultura del desiderio che vive di smanie istantanee, puntiformi e distruttive, contro chi agita nei ragazzi solo l’emotività, come se la vita fosse solo sballo, divertimento, notti da inghiottire e giorni da dormire e corri dove ti porta il cuore.

Tutta la pubblicità si muove nella direzione dei sentimenti più fasulli e ridicoli: la scuola deve andare nella direzione opposta, verso la ratio e il logos e l’arte dei nessi e delle consonanze. Il pensiero piccolo divide, il pensiero grande unisce, dice Lao-Tze. Intendiamoci: dare corso ai desideri fu un pensiero “rivoluzionario”, 40 anni fa. Ma oggi, quando tutto si è ridotto a slogan suggestivo e vuoto, la vera rivoluzione è riappropriarsi della sostanza.  – Marco Lodoli