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Ma quale rete: la politica vera si fa solo nel salotto di Vespa

Di Battista con Vespa durante la registrazione dell'intervista a "Porta a porta"

Di Battista con Vespa durante la registrazione dell’intervista a “Porta a porta”

“Ha fatto più domande a me in 30 minuti che a Berlusconi in 20 anni”, scrive ironicamente Alessandro Di Battista a proposito di Bruno Vespa. E ha ragione. La Rai funziona così: il giornalismo continua a essere militante o, per usare un termine meno politico, fazioso, di parte. A maggior ragione, allora, chi come il Movimento 5 Stelle si pone in maniera alternativa a questo sistema di cose non dovrebbe nella maniera più assoluta partecipare ai talk show o, più in generale, andare in tv. O no? Secondo me sì.

Perché? Semplice: perché come il bravo e preparato Di Battista sa bene (è uno dei pochi che stimo dato che nonostante la presenza ingombrante di Grillo dice spesso cose di sinistra) nel momento stesso in cui accetta di farsi intervistare in un programma dichiaratamente di regime (o, per meglio dire, di governo) come Porta a porta di fatto legittima il modo di fare giornalismo non solo di Vespa, ma di tutto l’apparato che eppure vorrebbe – a parole – abbattere. Troppo facile (e decisamente puerile) giustificarsi spiegando: “Ce lo chiedono i nostri elettori”.

Intanto perché Di Battista converrà sicuramente con me che per un movimento sorto e cresciuto sul web come quello di cui fa parte non è comunque bello dichiarare in pratica la subalternità alla tv, proprio all’odiata tv su cui la politica italiana (con i suoi partiti tanto odiati) fonda il suo consenso. E poi perché – andiamo – il solo pensiero che Grillo sia costretto a mandare i suoi ragazzi migliori a spiegare davanti alle telecamere quello che sta già tutto su internet, ma che qualcuno non capisce se non c’è Vespa a imboccarlo, fa davvero sorridere.

Il Movimento 5 Stelle che sconfessa la sua diversità e si genuflette davanti alle telecamere, riconoscendo così il potere assoluto della tv (e di Bruno Vespa) un po’ di credibilità non può non giocarsela. Devo allora essermi perso qualcosa: non era forse la rete la forza travolgente con cui spazzare la quotidiana disinformazione televisiva? A che serve internet se poi per spiegare le cose bisogna per forza passare nel salotto di Vespa e fare appello alla sua magnanimità? E cioè, vale a dire: dalla democrazia diretta alla democrazia in diretta.

Riecco, insomma, l’analfabetismo di massa

Le statistiche sull'utilizzo di internet in Euorpa

Che poi di quell’italiano su tre che usa internet (qui l’impietosa constatazione di Massimo Mantellini che trovo davvero sconvolgente rispetto alle mie aspettative riposte soprattutto verso i compatrioti se non altro più giovani) bisognerebbe anche capire per fare cosa. Quanti di questi cioè vanno poi sul web non solo per facebook, you porn o pokerstars.

Non per voler a tutti i costi infierire, ma stando così le cose – in quanto ad analfabetismo digitale i dati più recenti dicono che in Europa stanno peggio di noi solo Grecia (33%), Bulgaria (37%) e Romania (39%) – il sospetto che la percentuale di chi veramente naviga per informarsi possa ulteriormente abbassarsi a me sembra parecchio verosimile.

Tra l’altro, andando poi a verificare sui dati Istat i valori per fasce anagrafiche (qui: http://www.istat.it/it/files/2014/12/Cittadini_e_nuove_tecnologie_anno-2014.pdf?title=Cittadini+e+nuove+tecnologie+-+18%2Fdic%2F2014+-+Testo+integrale.pdf) il dato più sconvolgente, secondo me, è che per esempio tra i 35 e i 44 anni (adulti insomma e non pensionati) l’uso di internet riguardi soltanto la metà di essi. E la metà, insomma, è davvero parecchia. Troppa per non parlare di nuovo analfabetismo di massa.

Se i giornali, di carta o online, odiano soprattutto i lettori

Un'edicola piena di riviste inutili e dolciumi sintetici

Lo so, sarò ripetitivo. Ma puntualmente, a ondate periodiche, sono costretto a ripetermi nel dover ribadire quanto sia bravo Massimo Mantellini, soprattutto quando parla di giornalismo e del suo precario futuro e incerto destino. Mi riferisco all’ultimo post in questione (La prevalenza del lettore) che a me è sembrato davvero memorabile per lucidità d’analisi e onestà intellettuale, a cominciare da come attacca:

Le discussioni sul futuro del giornalismo, anche quelle più interessanti, hanno spesso un aspetto curioso: non prevedono l’esistenza del lettore. Il lettore, in quanto ricevitore del contenuto informativo è spesso trattato come un soggetto immobile ed immutabile.

Già, il lettore. O forse sarebbe meglio dire consumatore per convenzione passivo e malleabile. Anche perché tradizione vuole che i giornali (che siano di carta o online) non siano fatti mai per i lettori. Un incredibile paradosso, certo, che però — come spiega benissimo Mantellini — caratterizza da sempre la stampa italiana:

[…] la grande maggioranza dei contenuti giornalistici sono scritti oggi per conto di qualcuno (che non è il lettore), sono dei pubbliredazionali, però nascosti meglio. Un numero rilevante dei quotidiani che stanno morendo, al di là della formidabile retorica che li avvolge, sono serbatoi di pubblicità più o meno indiretta per i propri proprietari padrini e finanziatori. Ci sono i giornali di Berlusconi, quello di Confindustria, quelli dei palazzinari, quelli della Fiat, quelli delle banche, quelli dei partiti, quelli dei poteri forti, quelli dei poteri occulti. Il giornalismo in Italia è da decenni prima di tutto una scusa, l’ufficio stampa di qualcuno che preferisce non comparire e i lettori in tutto questo sono l’aceto balsamico di Modena su foglie di lattuga dall’aspetto dubbio. Così oggi il rischio è che l’algoritmo dell’informazione prona al potere sia sostituito da quella della scrittura ottimizzata per i motori o per gli interessi bassi di una generazione di nuovi imprenditori dai modelli di business altrettanto misteriosi. Tutto questo per i lettori, specie per i più deboli, è una discussione abbastanza irrilevante di padelle e braci.

Ma a parte queste considerazioni su cui solitamente la corporazione dei giornalisti (quelli cioè contrattualizzati e in quanto tali ben allineati e coperti) è, diciamo così, poco propensa a mettersi in discussione (la colpa si sa è, e come ti sbagli, del sistema cinico e baro) il post va assolutamente letto tutto quanto per intero. Perché sempre in tema di giornali e internet Mantellini dice tante altre cose, per quello che può valere il mio giudizio, decisamente interessanti. Come per esempio la sua convinzione che nonostante tutto — e proprio grazie a internet e alla sua rivoluzione che tanto spaventa i (moribondi) media tradizionali — quando si fa informazione in maniera seria si troverà pur sempre qualcuno disposto a leggere quello che scrivi. Il famoso lettore, insomma, di cui la stampa italiana ha cercato sempre (o quasi, con sparute e provvisorie eccezioni) di negare l’esistenza.

Senti chi parla

Antonio PolitoL’ipocrisia giornalistica dell’editoriale sul Corriere della sera di Antonio Polito sull’ipocrisia del Pd riguardo alla corruzione a me sembra più che altro un’ipocrisia al quadrato. Copioncollo:

Il numero di persone che ha detto in questi giorni «qualcosa a Venezia si sapeva» è sorprendente. Nessuno però ha spifferato quello che «si sapeva» finché non è finito in manette; perché nel mondo anglosassone il wistle-blower, colui che dall’interno di un sistema canta, diventa un eroe; mentre qui la corruzione, in fin dei conti, non ha la stessa sanzione reputazionale. Altrimenti Greganti non avrebbe avuto accesso al Senato, e Frigerio non avrebbe presieduto una fondazione intitolata a San Tommaso Moro.

Ebbene sì: nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha parlato. Né i politici, né gli imprenditori e, tantomeno, le grandi firme del giornalismo che giustamente in quanto tali hanno ben altro a cui pensare. Più che stare sulla notizia, il loro motto potrebbe essere piuttosto quello di dare tempo al tempo. Infatti, per fare la predica — che alla fine della giostra ci fa sentire comunque tutti più buoni e, soprattutto, non fa male a nessuno — c’è sempre tempo.

Il comma ammazza-blog è un omicidio volontario

Segnalo un post assolutamente da leggere di Valigia Blu (qui) su tutto quello che c’è da sapere sull’ormai famigerato comma 29 (e sulle conseguenze a cui i blogger potrebbero andare incontro) meglio noto come “comma ammazza-blog”, ma non sono per niente d’accordo con l’autore, Bruno Saetta, quando sostiene che

[…] siccome per Gasparri e dintorni Internet è uno strumento micidiale, è evidente che i nostri politici e la nostra classe dirigente 1) non sanno niente della rete e pure legiferano su di essa 2) non hanno idea del mondo che c’è qui dentro 3) hanno bisogno di un corso full immersion del comma ammazza-blog che stanno per legiferare.
Secondo me invece è esattamente il contrario: è proprio perché Gasparri e dintorni conoscono benissimo la forza di Internet che vogliono a tutti i costi far approvare il comma 29. Altro che.