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Lupi da salotto

Maurizio Lupi con Roberto Formigoni

Sarà che io al telefono parlo esattamente come in qualsiasi altro contesto, mi esprimo cioè sempre nello stesso modo, ma sono e rimango un estremista delle intercettazioni. Nel senso che continuo a non capire le rivendicazioni sulla privacy. Anzi. Dipendesse da me renderei pubblico tutto, anche conversazioni di nessun interesse giudiziario. Perché mi piace conoscere le persone, sapere come ragionano. E, soprattutto, come parlano. Le parole usate.

Non vedo allora che male ci sia a rendere di dominio pubblico queste conversazioni seppur private. Perché mai uno dovrebbe vergognarsi di quello che dice al telefono seppur in privato? Tanto più che sta esprimendo se stesso, il suo modo di vivere. Perché mai un uomo per giunta pubblico dovrebbe avere una seconda identità nascosta? E perché dovrebbe avere garantita la doppia vita, quella finta che nasconde quella vera?

Perché mai, insomma, io dovrei credere e continuare a credere che Maurizio Lupi sia quello che pontifica di massimi sistemi a Porta a porta e non piuttosto quello che è – e che dice – nella vita reale? Perché dovrei essere obbligato a sorbirmi il santino di Lupi e non poter conoscere invece anche le sue pratiche quotidiane da politico navigato che ragiona di soldi e potere ed è decisamente diverso – ma assai – da come appare in tv?

Sempre più in basso

La domanda, banalmente retorica nella sua ingenuità, è: c’è mai fine al fondo? Ci sarà mai un limite oltre cui non si potrà andare?

Torneremo prima o poi tutti in piazza – civilmente, pacificamente, responsabilmente – per manifestare contro la corruzione che ci tiene tutti prigionieri?

E poi: esistono ancora i giovani? E se sì dove sono? O forse c’è ancora qualcuno che ha dei dubbi – cosa dovrebbe succedere ancora? – sul fatto che l’Italia sia il Paese più corrotto d’Europa?

Renzi aiuta i grandi evasori e riabilita Berlusconi

La ricetta di Gratteri nella cucina di Renzi

Il magistrato Nicola Gratteri

Il magistrato Nicola Gratteri

Mi perdonerà, il magistrato sotto scorta Nicola Gratteri, ma la sua ricetta per la lotta alla criminalità organizzata a me non piace proprio. Non mi piace quando sostiene la necessità di modificare i codici per “non rendere conveniente delinquere”. Intanto perché la corruzione si fonda proprio sull’aggiramento di ogni legge e poi perché non credo sia una questione di misure speciali, ma di volontà a perseguire la criminalità. E non mi piace nemmeno quando dice che per combattere le mafie bisogna “investire in istruzione” (qui il video). Per carità, l’istruzione serve, ci mancherebbe altro. E magari anche un po’ di coscienza civile. Ma a me risulta difficile pensare che la mafia, la corruzione, il malaffare, la delinquenza si possano efficacemente combattere a scuola. Lo vedo tecnicamente – operativamente parlando – difficile. Piuttosto, nella nazione più corrotta d’Europa quale potrebbe essere la cosa più semplice da fare se non quella di intensificare – con adeguate misure di contrasto – la lotta alla criminalità? Qual è la prima cosa che viene subito in mente se non la necessità che i delinquenti siano semplicemente scoperti e poi – cosa non meno necessaria – messi in condizione di non fare ancora del male? O forse esiste una misura più efficace che non sia quella di mettere in galera i mafiosi, sequestrare i loro beni e restituirli alla collettività? È un problema allora più di codici o piuttosto della carenza di procuratori come lei, Gratteri o, per esempio, come Giuseppe Pignatone (qui la voce su Wikipedia)?

Mi perdonerà di nuovo, il magistrato sotto scorta Gratteri, se non sono per niente d’accordo con lui anche quando dice che la mafia si combatte soprattutto in famiglia (qui il video). Nel senso che la famiglia, checché se ne dica, è tutto e i suoi valori – così bistrattati nei decenni passati da quei senza Dio dei comunisti – sono fondamentali. La famiglia chiamata a educare i figli a essere bravi e buoni, la famiglia che deve indirizzare la società verso il bene, la famiglia come unica e vera istituzione deputata a combattere la mafia. Ovverosia, tanto per rinfrescarci la memoria: Dio, Patria e Famiglia. Ovviamente con la maiuscola. Concetti che farebbero forse ridere – ma nemmeno poi tanto – se non fosse che ad esprimerli è una figura di primo piano nella lotta alla criminalità organizzata. Uno insomma come il magistrato sotto scorta Nicola Gratteri che rischia la vita ogni giorno per tutti noi e dice che il problema dipende dalla poca istruzione e dalle famiglie che non fanno abbastanza per educare bene i figli. Come se non sapesse – o quasi non volesse sapere – che a pretendere la sua testa sono parecchi dei suoi colleghi. Magistrati corrotti, giudici corrotti, poliziotti corrotti. Come se non sapesse che a mettere in pericolo la sua vita più che la mancanza di istruzione degli italiani è la corruzione di banche, finanza e imprese, la corruzione di politici e giornalisti, più in generale la corruzione della classe dirigente. Istruita, laureata, colta. E, ma guarda un po’ tu, di buona famiglia.

Ed è chiaramente una situazione angosciante sollevare pur timide obiezioni – da che pulpito poi, il mio – nei confronti di chi come Gratteri si sacrifica per te ogni minuto della sua vita, ma poi va in tv e dice cose che sembrano evocare incubi già ampiamente sperimentati. Fa male dirlo, ma mentre questo eroico magistrato (eroico senza la minima accezione ironica) faceva quelle considerazioni mi è tornato in mente, anche se non c’entra niente con Gratteri, cosa diceva Leonardo Sciascia su certi passaggi a vuoto nella lotta alla mafia. E il suo sofferto coraggio, quando osò parlare di “professionismo dell’antimafia”. Al di là dell’errore – gravissimo – fatto da Sciascia nell’individuare un esempio decisamente sbagliato (per evitare di fare altrettanto è bene ribadire che non è certo il caso di Nicola Gratteri, magistrato di indiscutibile valore) quell’analisi fatta sul Corriere della sera del 10 gennaio 1987 rimane purtroppo ancora attuale. Esemplare, a questo proposito, l’autocitazione di Sciascia tratta dal romanzo Il giorno della civetta sulle misure che potrebbero veramente mettere in difficoltà la criminalità organizzata:

“Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (…), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso”.

Rubato pc in Campidoglio: siamo già alla (solita) farsa

La notizia del pc rubato negli uffici del comune di Roma secondo me dice tutto. Sull’inchiesta Mafia Capitale e più in generale sull’Italia. Spiega la superficialità (a voler essere proprio buoni) degli investigatori e forse anticipa già il finale. E che cioè, da malfidati e pessimisti quali siamo – gufi e rosiconi direbbe Renzi – dopo il solito polverone iniziale piano piano tutto potrebbe essere inesorabilmente destinato a sfumare fino a diventare ogni cosa indecifrabile.

Come sempre, del resto, quando invece dei soliti delinquenti da strada ci sono di mezzo persone un pochino più influenti. E, se vogliamo, anche decisamente compromettenti. Perché sì, se si andasse – per una volta – veramente a fondo, chissà quante cose incredibili i cosiddetti organi inquirenti potrebbero scoprire. Chissà i collegamenti che potrebbero venir fuori, tali da farci subito esclamare: però, quanto è piccolo il mondo… Ma non succederà nemmeno stavolta.

Già questa storia del computer sorprendentemente trafugato nella notte a me sembra un indizio più che evidente su quanto possa essere davvero molto facile che la si butti come al solito in farsa. Del resto, si sa. Viviamo in un Paese in cui i buoni non vincono mai. Ma proprio mai. Soprattutto se ogni volta riescono sempre a fare la figura degli sprovveduti (per non dire altro). Tipo, infatti, il furto del pc che qualcuno – forse – si è dimenticato di sequestrare.

Rubato pc negli uffici del comune di Roma

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Siate pure ingiusti, però fate almeno la carità

Il Rapporto Oxfam chiede maggiore sensibilità nei confronti dei più poveri

Dalle grandi utopie si è passati ai progetti per invitare i più ricchi a fare ogni tanto un po’ di elemosina ai più poveri

Sfruttamento sì, ma senza esagerare perché sennò si limitano i consumi. Disuguaglianza sì, ma non troppa però perché sennò aumentano i conflitti sociali e si danneggia la crescita. Ingiustizia sì, ma non esagerata perché sennò nessuno più crederà al sogno di poter diventare improvvisamente ricco. È la ricetta proposta nel rapporto dell’agenzia internazionale Oxfam: Partire a pari merito (pdf). Un dossier autorevole che fa il punto sulle disuguaglianze nel mondo:

Tra il 1980 e il 2002 la disuguaglianza tra Paesi è rapidamente salita a un livello vertiginoso e in seguito è diminuita leggermente per effetto della crescita nei Paesi emergenti, in particolare in Cina. Ma ciò che conta di più per i cittadini è la disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi, laddove i più poveri lottano per la sopravvivenza mentre i loro vicini prosperano, e nella maggior parte dei casi questa situazione è in rapida espansione. Sette persone su dieci vivono in Paesi dove il divario tra ricchi e poveri è maggiore di quanto non fosse 30 anni fa e nei Paesi di tutto il mondo le minoranze più ricche si appropriano di una quota sempre crescente del reddito nazionale.
A livello mondiale, il divario tra patrimoni individuali è ancora più estremo. Oxfam ha calcolato che nel 2014 le 85 persone più ricche del pianeta possedevano tanto quanto la metà più povera dell’umanità.Tra il marzo 2013 e il marzo 2014 questi 85 individui si sono arricchiti di 668 milioni di dollari al giorno. Se Bill Gates liquidasse in denaro contante tutti i suoi averi e spendesse 1 milione di dollari al giorno gli servirebbero 218 anni per esaurirli. In realtà non resterebbe comunque mai senza denaro, poiché anche un modesto guadagno di appena il 2% gli frutterebbe 4,2 milioni di dollari al giorno solo di interessi.

Colpisce però come con la fine delle ideologie e della politica intesa come rappresentazione di conflitti sociali le ambizioni di un tempo ormai lontanissimo siano ripiegate su più prosaici e realistici minimi sindacali. E cioè che il rapporto Oxfam – senza per questo voler mettere in discussione l’importanza dell’iniziativa e il livello davvero notevole del lavoro svolto – tutto sommato si riproponga non certo l’eliminazione delle disuguaglianze nel mondo, ma solo una riduzione di quelle più estreme:

Gli eccessi di disuguaglianza a cui oggi assistiamo danneggiano tutti. Ma alle fasce più povere di tutte le società, dall’Africa sub-sahariana ai Paesi più ricchi del mondo, l’estrema disuguaglianza nega ogni possibilità di sollevarsi dalla miseria e vivere una vita dignitosa.
Oxfam fa appello ad un’azione concertata per costruire un sistema economico e politico più equo che valorizzi ogni singolo cittadino. Governi, istituzioni e grandi imprese devono assumersi la responsabilità della disuguaglianza estrema, rimuovere i fattori che hanno condotto all’attuale eccesso di disuguaglianza […]

Che poi, ammesso e concesso che la globalizzazione possa improvvisamente trovare al suo interno, come dire, una sensibilità (sic) tale da diventare più… umana (sic) almeno con le fasce sociali più derelitte, tutto sta poi spiegarlo per esempio ai cinesi che non hanno fatto altro che copiare il libero mercato per poi applicarlo fino alle estreme conseguenze e cioè trasformando lo sfruttamento in vera e propria schiavitù. Chi glielo dice, proprio ora che stanno per comprarsi il mondo intero, che quello stesso libero mercato tanto decantato adesso non va più bene?

Violante scrive al Corriere: Parlamento ingrato. E stronzo

Con una lettera astiosa al Corriere Luciano Violante rinuncia alla Consulta dopo aver riproposta la candidatura ad oltranza

Violante scrive al Corriere per la rinuncia alla Consulta dopo aver riproposto invano la candidatura a oltranza

Una lettera – Violante rinuncia alla Consulta: «Deriva che offende le istituzioni» – con uno stile, come dire, talmente agghiacciante nella sua freddezza burocratica e con dei toni così astiosi che sembra quasi evocare fantasmi da socialismo reale. Quella scritta da Luciano Violante sul Corriere sella sera in cui cerca – a mio personalissimo (quanto opinabile) avviso con un’incredibile faccia tosta – di ribaltare un po’ la realtà. Sì, perché, ora si scopre che non era certo lui, Violante, a voler imporre la sua candidatura alla Corte costituzionale (candidatura imposta, contro ogni logica e convenienza, al Parlamento a oltranza, per sfinimento o quasi). No. È colpa semmai di tutti quei colleghi, ingrati e oserei dire anche un po’ stronzi, che ribellandosi alla sua nomina e forzando così la vita parlamentare hanno bloccato la democrazia (sic) con una

deriva che offende l’autorevolezza delle istituzioni e la dignità delle persone.

Secondo Violante, infatti,

le leggi sono inefficaci senza i buoni costumi, che impongono comportamenti misurati e lungimiranti soprattutto quando sono in questione le nomine di organi di garanzia.

Ed è proprio per queste ragioni che Violante si sente anche in dover di lanciare un appello ai colleghi parlamentari ricordando loro che

il nostro Paese ha dimostrato in tante vicende lontane e vicine di possedere la forza per ripartire. Queste energie sono presenti in misura vasta anche nelle Camere. Se non esistessero saremmo miseramente crollati da tempo. Permettetemi di sperare, al di là della questione che mi ha personalmente coinvolto, che le classi dirigenti, di cui voi siete parte rilevante, consapevoli che l’essere tali costituisce non un privilegio ma una responsabilità, diano anima a queste energie, rendendosi interpreti dell’interesse generale e restituendo così alla politica l’autorevolezza che le spetta in una democrazia funzionante.

Quel senso di responsabilità e quell’interesse generale venuti meno, ribadisce insomma Violante, nel momento in cui il Parlamento si è opposto, in maniera inaudita verrebbe da leggere tra le righe, alla volontà espressa da Violante di entrare a far parte della Consulta. Ma stiamo scherzando? Come cazzo si sono permessi? Come hanno osato “ribellarsi”? Vergogna.

Gli italiani a cui mi piacerebbe assomigliare

Enrico Tranfa

Enrico Tranfa

A volte, ogni tanto, qualche italiano dà esempi di inaspettata serietà. Come per esempio il giudice (o per meglio dire ex giudice) Enrico Tranfa che si è dimesso per rivendicare la sua onestà. Certo, mi si potrebbe subito obiettare che si tratta pur sempre di un’eccezione che conferma la regola. A me però le eccezioni, in mancanza di meglio, piacciono:

Ha firmato. E poi si è dimesso. Per protesta. Con un gesto senza precedenti nella storia giudiziaria italiana, Enrico Tranfa, il presidente del collegio della Corte d’Appello di Milano nel processo Ruby, ieri si è dimesso di colpo dalla magistratura con una scelta che svela così il suo radicale dissenso dalla decisione, maturata nella terna del suo collegio, di assolvere l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dalle imputazioni di concussione e prostituzione minorile che in primo grado ne avevano invece determinato la condanna a 7 anni di reclusione.

Continua qui.

Il patto regge

Intervistato dalla Repubblica, il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta dice a proposito di Luciano Violante:

“Un grandissimo uomo delle istituzioni, un grande giurista, un garantista. Mi considero ben rappresentato nella Consulta da lui, oltre che da Bruno, ovvio”.

Brunetta elogia Violante

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Prima o poi ci spiegheranno cosa è stato veramente il Pci

Luciano Violante

Della Dc e del Psi sappiamo tutto o quasi. Del Pci, Partito Comunista Italiano, invece, bisognerà prima o poi riscrivere la vera storia, quella che non è stata e non ci è stata mai raccontata. Prima o poi capiremo finalmente la storia italiana degli ultimi 40 anni. Allora sì che capiremo perché mai personaggi per esempio come Luciano Violante siano riusciti per così tanto tempo a rimanere a galla. Sempre e comunque.

Berlusconi e la tragedia di un Paese ridicolo

L'avvocato Coppi ha fatto assolvere in appello Berlusconi

L’avvocato Coppi ha fatto assolvere in appello Berlusconi

L’assoluzione di Berlusconi non mi ha sorpreso nemmeno un po’. Innanzitutto perché leggi e processi sono fatti in modo tale da poter legittimare sentenze contraddittorie e contrapposte. E poi perché — anche se per ragioni del tutto opposte a quelle sostenute in questi ultimi vent’anni da Berlusconi — la magistratura oltre a incutermi paura a me (non tutta ma gran parte) non è mai piaciuta. E cioè la giustizia non funziona come dovrebbe non perché qualche toga cosiddetta rossa si accanisca su Berlusconi. No, la magistratura non funziona come dovrebbe proprio perché in un Paese preso in ostaggio dal malaffare la stragrande maggioranza di essa non si accanisce come invece dovrebbe né sui tanti (troppi) Berlusconi di turno, come su chiunque altro come lui.

Mi sono sempre chiesto come mai a nessuno (soprattutto a sinistra) sia mai sembrato quantomeno singolare che altri grandi uomini di potere altrettanto immersi come Berlusconi mani e piedi nella vita politica-affaristica non siano mai neppure sfiorati da indagini o casi giudiziari. Come mai in un Paese fondato sul conflitto d’interessi pare che esista sempre e solo quello di Berlusconi e mai di qualcun altro, nemmeno per sbaglio? Come mai pur muovendosi nella stessa palude politica-affaristica Berlusconi è un sorvegliato speciale e, per esempio, uno come De Benedetti mai? Per carità, nessuno vuole mettere in discussione l’onestà di chicchessia, ma insomma una qualche disparità di trattamento a me sembra innegabile e ciò non può non apparire abbastanza strano.

Strano quasi come i sette anni di condanna in primo grado e l’assoluzione in appello. Che cosa è cambiato mai nel frattempo per far modificare così radicalmente opinione ai giudici? Com’è possibile che sugli stessi fatti contestati si possa decidere discrezionalmente in un modo o esattamente al contrario? Ora, fermo restando che per me non è certo in un’aula giudiziaria che si può cercare la verità e che ciò che conta è il giudizio politico — e Berlusconi in quanto uomo pubblico va giudicato esclusivamente sotto questo aspetto — la domanda è: che giustizia è mai questa che può mutare a seconda dell’avvocato che hai preso e del giudice che può capitarti di fronte? A me tutto ciò continua ad apparire tragicamente ridicolo. Una giustizia ridicola per un Paese ridicolo.

Il Pd sospende Greganti: per ora si scordi la tessera

Primo Greganti sospeso dal Pd dopo l'arresto per tangenti

Embè sì, sono notizie di quelle che ti riconciliano con il mondo intero. Mica no:
Expo, Primo Greganti sospeso dal Pd. Scrive l’Huffington Post:

Alla fine, la decisione è arrivata: Primo Greganti è stato ufficialmente sospeso dal Partito Democratico. Una “sospensione cautelare”, come tengono a precisare dal partito, in attesa di chiarire la sua posizione giudiziaria, cui potrebbe seguire una espulsione definitiva.

Fin quasi commovente, per coraggio e senso di appartanenza a un partito senza macchia e senza paura come il Pd, la dichiarazione di tal Fabrizio Morri in qualità di segretario provinciale di Torino:

“Dopo la notizia dell’arresto è scattato immediatamente il provvedimento di sospensione cautelativa. Ovviamente se in queste settimane dovesse chiederci di iscriversi anche per l’anno corrente non glielo consentiremo”.

Perché nel Pd le regole sono regole e il Pd non fa sconti a nessuno. Perché nel Pd, come sappiamo tutti, non si sgarra e non si guarda in faccia a nessuno. Così il compagno G impara e la prossima volta ci starà più attento a farsi scoprire di nuovo.

La classe dirigente seria, mica (per dire) Berlusconi

Paola Severino

Perché un conto è il capitalismo di rapina di cui parlava nei giorni scorsi Alberto Statera (La morte di Emilio Riva, re dell’acciaio dal boom dell’Ilva al disastro ambientale) e un altro invece la cosiddetta buona borghesia italiana, la classe dirigente colta e soprattutto liberale che mai e poi mai, a differenza (per dire) di Berlusconi, si farebbe risucchiare per una volgare questione di soldi in un pur minimo conflitto d’interessi. Infatti: Severino legale dell’Ilva al tavolo con il governo, Bonelli: “Una vergogna”. Scrive Mario Diliberto da Taranto:

A una settimana dalla morte del patron Emilio Riva, è scattato nel primo pomeriggio il vertice a Palazzo Chigi dedicato al colosso dell’acciaio. L’incontro è stato coordinato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, e hanno partecipato il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti. Al gran completo, l’attuale gestione dello stabilimento con il commissario Enrico Bondi e il suo vice Edo Ronchi. La famiglia Riva è stata rappresentata dall’ex ministro della Giustizia Paola Severino. Una presenza che non è passata inosservata, “un fatto gravissimo”, secondo il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, che ha aggiunto: “Questa è la prova provata che gli interessi dei Riva sono stati ampiamente rappresentati nel governo Monti e che continuano ad avere sponda anche in questo”. 

Perché non possiamo non dirci mafiosi

Nel 2008 Cuffaro festeggia provocatoriamente offrendo cannoli dopo la sentenza di primo grado

Nel 2008 Cuffaro festeggia provocatoriamente offrendo cannoli dopo la sentenza di primo grado

Singolare scoperta, decisamente a scoppio ritardato dato che si tratta di una notizia vecchia ahimé di tre anni, in Sicilia. Scrive oggi Antonio Fraschilla sulla Repubblica: Seimila euro al mese di pensione per il detenuto Cuffaro. Pensa tu le cose che si possono scoprire se solo si andassero a cercarle. Cose così, cose nostre, cose da italiani insomma:

Dall’aprile di tre anni fa l’amministrazione di Palazzo dei Normanni versa il vitalizio a Cuffaro, un assegno da circa 6 mila euro lordi al mese, perché non esiste alcune norma, nazionale o regionale, che preveda lo stop al vitalizio per ex deputati agli arresti. E la “pensione” di Cuffaro non sarà intaccata nemmeno dal regolamento appena approvato da Sala d’Ercole, che accoglie nell’Isola del tesoro le norme imposte dal decreto Monti sui costi della politica. Norme che prevedono la “sospensione del vitalizio per chi è condannato per reati contro la pubblica amministrazione con pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici”.

Guardie e ladri

Roberto Formigoni

Volevo scrivere su di una domanda che mi era venuta in mente a proposito di Formigoni, ma poi ho visto che l’aveva già fatto Giuseppe Civati e allora faccio prima a copiare il suo post:

Sequestrati beni per 49 milioni di euro a Roberto Formigoni. La domanda sorge spontanea e precede qualsiasi vicenda giudiziaria: come fa una persona che nella sua vita ha fatto solo politica ad avere beni per 49 milioni di euro? Così, per sapere.

Tra l’altro, a me poi piacerebbe pure sapere, anche solo molto approssimativamente (e cioè sicuramente per difetto) quanti potrebbero essere in totale i milioni che sono passati tra le mani, in questi ultimi 35 anni, di quel potentissimo e intoccabile movimento cattolico di cui fa parte Formigoni e che risponde al nome di Comunione e liberazione. O forse no, forse è meglio non saperlo. Perché verrebbero fuori cifre talmente imbarazzanti da far gridare allo scandalo perfino le peggiori dittature del mondo.

Del resto, come può essere definita una per così dire democrazia in cui un politico (e nemmeno di primissimo piano, se vogliamo) possa appropriarsi di ben 49 milioni (quelli almeno accertati) in pochi anni e all’insaputa di tutti? Dov’erano, per dire, quelli che dovevano controllare? E perché in Italia si continua a scaricare ogni responsabilità, civile prima ancora che penale, addosso alla magistratura? Come se fosse, insomma, sempre e solo una questione di guardie e ladri. E la politica? Che fine ha fatto la politica?

Il 10 aprile si finisce il mondo

Berlusconi

Un miracolo. Se Silvio Berlusconi dovesse veramente rispettare la legge sarebbe davvero un vero miracolo. Che cioè dovesse veramente scontare la pena per cui è stato condannato dopo un processo lungo 13 anni e dopo venti e più di anni in cui riesce a eludere tutti gli altri numerosi procedimenti giudiziari avviati nei suoi confronti.

Ora, essendo in Italia e non in Germania, aspetterei — prudentemente — il 10 aprile (data stabilita per l’esecuzione della sentenza che risale all’estate scorsa) prima di dare per scontato un miracolo del genere. Non per mettere le mani, ma solo perché conosco certe magiche risorse dell’Italia e degli italiani, io continuo ancora a non crederci.

Fatto sta, se dovesse veramente succedere, si tratterebbe di un evento di portata sicuramente storica. Berlusconi obbligato a rispettare le leggi italiane? Una cosa che solo a dirla fa ridere, tanto sembra inverosimile. Nel qual caso accadesse, davvero si finisce il mondo. Il mondo per come l’abbiamo conosciuto (e sopportato) in questi venti anni.

L’insostenibile, rivoluzionaria, normalità di Pietro Grasso

Pietro Grasso insieme con Silvio Berlusconi

I blog (o meglio ancora i social network per chi ritiene i blog defunti) più dei giornali e delle tv non fanno altro che pescare nel torbido quando c’è di mezzo la politica con i suoi intrighi di basso impero spesso maleodoranti. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti visti i tempi che ci tocca vivere, ormai così infami da rendere semplicemente ridicolo e di per se stesso impraticabile il pur minimo rilievo morale.

Però, proprio perché la situazione è quasi disperata, se non proprio irrecuperabile, non può non far notizia, deve far notizia, una di quelle pur rare volte che le istituzioni ritrovano improvvisamente un’inattesa e sorprendente dignità, prima ancora che il senso dello Stato. È il caso, almeno così a me sembra, del presidente del Senato Pietro Grasso che, sconfessando il parere della relativa commissione, ha deciso di far costituire parte civile il Senato nel processo a Berlusconi per la compravendita dei parlamentari.

Magari Marco Travaglio non sarà d’accordo (come di solito non lo è quando si tratta di Pietro Grasso) e magari sulla prima di oggi del Fatto Quotidiano (che ancora non ho letto) è subito pronto a spiegarci anche il perché, però a me continua ad apparire un gesto addirittura rivoluzionario nella sua ordinaria normalità. Ma anzi, ancora di più rivoluzionario proprio perché è e doveva essere un atto quasi dovuto. Copioincollo allora da una nota ufficiale che

Il presidente ha ritenuto che l’identificazione, prima da parte del Pubblico Ministero poi del Giudice, del Senato della Repubblica italiana quale “persona offesa” di fatti asseritamente avvenuti all’interno del Senato, e comunque relativi alla dignità dell’Istituzione, ponga un ineludibile dovere morale di partecipazione all’accertamento della verità, in base alle regole processuali e seguendo il naturale andamento del dibattimento.

e rimango quasi incredulo nel leggere parole così nude e crude e talmente rivoluzionarie nella loro inequivocabile semplicità che quasi mi commuovo. A questo ci ha ridotto la vita pubblica italiana: a meravigliarci della normalità (quelle poche volte che viene rispettata).

Il vero segreto di Berlusconi l’invincibile

Silvio Berlusconi

Penso di aver capito quale sia il segreto di Silvio Berlusconi. Lui è diventato quello che è diventato semplicemente per sfinimento altrui. Fin dai tempi del sequestro delle sue tv a oggi, la sua vera grande forza è quella di ottenere tutto ciò che vuole, lecita o no che sia, per estenuazione. Fisica e mentale.

Ed è quello che sta puntualmente facendo anche adesso chiedendo la revisione del processo Mediaset. Andrà avanti così a oltranza, come sempre ha fatto. Continuerà così fino a quando tutti, giudici compresi, non si faranno sopraffare e lo dichiareranno innocente a prescindere. Ma a una condizione: basta che la smetta.

Perché con Berlusconi — e gli ultimi vent’anni parlano da soli — c’è solo una cosa da fare e secondo me è importante prenderne prima o poi finalmente coscienza. L’unica cosa che si può fare è, semplicemente, arrendersi.

Non per niente l’Italia è un paese unico al mondo

Nardodipace

Si potrebbe anche farne una questione, per così dire, di coerenza:

Romano Loielo si riconferma sindaco di Nardodipace, comune della provincia di Vibo Valentia sciolto nel 2011 per infiltrazioni mafiose proprio quando lui sedeva sulla poltrona di primo cittadino. Nonostante la richiesta di incandidabilità avanzata dal ministero dell’Interno e dalla prefettura, e accolta il 21 ottobre scorso dal tribunale di Vibo Valentia, il sindaco ha potuto ricandidarsi perché il verdetto sulla sua incandidabilità non è ancora definitivo.

Quindi, caso mai il sindaco dovesse risultare definitivamente incandidabile che si fa? Si scioglie un’altra volta l’amministrazione comunale?  Poi uno dice che la giustizia italiana fa quasi ridere. Continua qui.

Parafrasando Mina: bugiarda e incosciente più che mai

Il ministro Cancellieri e il marito Sebastiano Peluso coinvolti entrambi nel caso Ligresti

Il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri insieme con il marito Sebastiano Peluso

I tabulati smentiscono il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri: ha mentito ai pm e al Parlamento. Il caso Ligresti diventa sempre più, a dire poco, imbarazzante. Copioincollo dalla Repubblica:

Tra il 17 luglio e il 21 agosto per tre volte il ministro della Giustizia alza la cornetta e chiama i familiari degli amici sotto inchiesta. E tra il 17 luglio e la prima settimana di agosto, nella fase decisiva per decidere sulla permanenza in carcere di Giulia Ligresti, Sebastiano Peluso, il marito del ministro Cancellieri, chiama per ben sei volte lo zio di Giulia, Antonino. Solo nei prossimi giorni, dall’analisi dei dati, si capirà se e in quante occasioni alle telefonate tra Sebastiano Peluso e Antonino Ligresti è seguita immediatamente una chiamata tra il marito del ministro e gli uffici della moglie. Quel che è chiaro è che la tesi della telefonata di solidarietà umana verso una famiglia di vecchi amici caduta in disgrazia, non regge più. La solidarietà si dà una volta, non nove in un mese, due alla settimana. E per continuare a sorreggerla è stato necessario ricorrere a mezze verità (che sono inevitabilmente anche mezze falsità) ora destinate ad essere smentite dai fatti.

Di fronte a un riscontro del genere non posso fare a meno di chiedermi: adesso, finalmente, il ministro Cancellieri si dimetterà? E non posso fare altrettanto a meno di rispondermi: figurati.

Quei fuorilegge del Pd

Silvio Berlusconi insieme con Giorgio Napolitano

Le dichiarazioni di Fabrizio Cicchitto sono inequivocabili:

“Si sono guadagnati due mesi ma di questo non è stato dato atto per niente. Chi ha seguito i lavori parlamentari al Senato sa che la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore doveva essere dichiarata addirittura a ottobre, se non a settembre, e che se è arrivata così in là, è il frutto di un’azione fatta, senza proclami, dall’ala governativa e specialmente dal presidente Schifani”.

Tutte le giustificazioni fornite dai media sui dubbi giuridici che ostacolerebbero la decadenza di Berlusconi sono finte e strumentali. Più semplicemente, il Pd non ha voluto far applicare la norma (norma e non sanzione — né penale, né amministrativa) sull’incandidabilità di Berlusconi. La verità è che il Pd non ha voluto far rispettare la legge.E non sono io a dirlo, lo afferma Cicchitto.

Come dare torto, allora, ai Simpson?

Abruzzo spumeggiante (di cultura)

Assessore De Fanis in manette

Con il governatore Gianni Chiodi l’Abruzzo è tutta una cultura, nel senso che c’è veramente da farsi una cultura. D’altronde, si sa, in Abruzzo c’è sempre una particolare attenzione per la cultura. Soprattutto da quando c’è Luigi De Fanis, assessore regionale alle Politiche culturali con le seguenti deleghe, decisamente a tutto campo:

  1. Beni culturali.
  2. Politiche culturali.
  3. Politiche editoriali e dello spettacolo.
  4. Sanità veterinaria e sicurezza alimentare.
  5. Prevenzione collettiva.

Una cultura cioè che spazia, diciamo pure, a 360 gradi. Una cultura, insomma, articolata e complessa e soprattutto, come è bene sempre ricordare in questi casi, ben radicata sul territorio. E cioè dalle colline (ovviamente ridenti) alle aree pedemnontane, dai centri abitati all’aperta e ardita campagna, dove c’è per forza di cose una maggiore concentrazione di attività zootecniche. Una cultura mai come in questi anni così, oserei dire, spumeggiante:

PESCARA – Erano utilizzati come un bancomat i fondi destinati alla cultura in Abruzzo. Un bancomat personale ad uso esclusivo dell’assessore regionale Luigi De Fanis (Pdl), che questa mattina è stato posto agli arresti domiciliari. Soldi per gli alberghi, soldi per lo champagne (“Lo metto sul conto della Regione…”, dice al telefono dalla Fiera del Libro di Torino), e anche per le amiche della segretaria Lucia Zigarello, pure lei finita ai domiciliari come complice. Per due dipendenti della Regione il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Pescara Mariacarla Sacco ha disposto l’obbligo di dimora.  I reati contestati sono concussione, truffa aggravata e peculato.

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Lente decadenze e passeggere indignazioni

Gad Lerner indignato per il rinvio della decadenza di Berlusconi

Il vero scandalo, titola sul suo blog Gad Lerner, è che slitti a dicembre il voto su Berlusconi. E scrive:

Per chiunque abbia a cuore la certezza del diritto e quindi anche dell’esecuzione della pena, è semplicemente uno schifo la continua politica del rinvio, per calcoli di opportunità non meglio precisabili in pubblico, del voto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi.

Eh no, caro Gad, non ti ci mettere pure tu a far finta di non capire, anche perché non è da te. Secondo me invece il vero scandalo non è Berlusconi, coerente come sempre con se stesso, con la sua storia e perfino con i suoi elettori. No, il vero scandalo è piuttosto il Pd. Il vero scandalo è continuare a prendere sul serio un partito come il Pd. Perché, come fai benissimo a scrivere, “è semplicemente uno schifo la continua politica del rinvio”. Ma non lo è forse anche e soprattutto perché nonostante tutto il Pd, questo Pd, continua ad avere il consenso anche da parte di chi non dovrebbe concederglielo più — abbiamo già rimosso quei 101? — già da parecchio tempo?

Lente decadenze e veloci slitte

Quando le parole non servono più e bastano solo i titoli:

La decadenza di Berlusconi slitta ancora

A tal proposito diceva bene, in un post scritto ieri, Giuseppe Civati e cioé:

Berlusconi è decaduto all’inizio di agosto e il dibattito che dura da tre mesi non ha alcun senso politico.

Infatti. Il Pd però fa slittare ancora l’applicazione della norma sull’incandidabilità, continua a farla slittare.

Ecco, con tutta la stima che ho nei confronti di Civati (lo sosterrei e voterei sicuramente se solo non facesse più parte del Pd) sono sempre più convinto di una cosa. E cioè che Civati non sarà mai eletto segretario del Pd, ma ha certamente buone probabilità di diventare il nuovo Ingrao. Non so però se sia un complimento o una condanna.