Archivi categoria: Giornalismo

Se gli editori sono i principali nemici dei lettori

Media Library On LineGli editori che piangono per la perdita sempre più inarrestabile di lettori – chissà poi perché – e non fanno altro che chiedere e pretendere aiuti pubblici sono gli stessi che poi hanno brillanti iniziative come questa segnalata dal servizio digitale delle biblioteche di Milano aderenti a Media Library On line:

AVVISO!

Vi informiamo che il Gruppo editoriale “Il Sole 24 Ore” ha deciso unilateralmente di sospendere la distribuzione dei propri contenuti online alle biblioteche italiane, finora effettuata attraverso la banca dati “Pressdisplay”. Il quotidiano “Il Sole 24 Ore” non sarà quindi più disponibile su MLOL.
Inoltre, il Gruppo Repubblica-Espresso ha deciso unilateralmente di modificare la tipologia degli abbonamenti stipulati per l’accesso alla versione digitale dei periodici da esso pubblicati, inserendo vincoli non compatibili con le esigenze e gli standard che dovrebbero caratterizzare i servizi di una biblioteca pubblica.
Abbiamo perciò deciso di sospendere l’abbonamento alla versione digitale di “Repubblica” per protestare contro la nuova politica di accesso ai contenuti on-line del gruppo. Stiamo cercando di aprire un tavolo di trattativa con gli editori nel tentativo di riattivare questi importanti servizi.

Se qualcuno non lo sapesse è bene specificare che Il Sole 24 Ore è di proprietà della Confindustria, mentre Repubblica-Espresso della famiglia De Benedetti. Stiamo insomma parlando non di due piccoli editori in difficoltà, ma della classe dirigente del nostro paese.

Militanti dichiarati e quelli a loro insaputa

Alquanto piccato per le critiche di un autorevole collega, dice Corrado Formigli a proposito del giornalismo per così dire da salotto, tutta chiacchiera e mai una notizia:

“Le critiche di Gad Lerner? Una lezione di etica del giornalismo preferisco non riceverla da chi fa giornalismo con la tessera del partito in tasca”.

In questo caso Formigli ha ragione. Però è anche vero che se non altro almeno Gad Lerner lo ammette. Come Giuliano Ferrara, ammette chiaramente di essere di parte. Ed è a suo modo una forma se non d’onestà di rispetto. A differenza cioè di tanti altri che pur non dichiarandosi lo sono altrettanto e per giunta spacciandosi per obiettivi o, come credo si dica adesso, terzisti.

Che poi, la domanda da fare sarebbe veramente un’altra ancora. E cioè: si può ottenere la conduzione di un talk show senza avere tessere o più in generale determinati appoggi? Esiste – o è mai esistito – il giornalista indipendente? E se sì, vista la qualità complessiva dell’informazione, a cosa diavolo potrebbe servire mai?

Diciamo liberal

Il post di Gad Lerner sul ritorno al Pd del figliol prodigo Pietro Ichino e degli altri transfughi è a tratti davvero esilarante:

Le loro trasmigrazioni non fanno certo bene alla reputazione della politica e del Parlamento italiani, ma onestamente bisogna riconoscere che le personalità in questione esprimono una delle culture riformiste -diciamo liberal- che hanno avuto un loro ruolo alla base della fondazione del Partito Democratico. E contribuiscono a farne un grande contenitore tutto sommato funzionale e contendibile. Da questo punto di vista, troverei assolutamente logico, e augurabile, che rientrasse nel Pd anche Francesco Rutelli, che ne è stato uno dei fondatori (sia pure con ritardi e titubanze).

Rimaniamo quindi in attesa, senza negare un filo di commozione, dell’atteso abbraccio anche con l’indimenticato fondatore del partito Rutelli (sia pure con ritardi e titubanze).

Ma quale rete: la politica vera si fa solo nel salotto di Vespa

Di Battista con Vespa durante la registrazione dell'intervista a "Porta a porta"

Di Battista con Vespa durante la registrazione dell’intervista a “Porta a porta”

“Ha fatto più domande a me in 30 minuti che a Berlusconi in 20 anni”, scrive ironicamente Alessandro Di Battista a proposito di Bruno Vespa. E ha ragione. La Rai funziona così: il giornalismo continua a essere militante o, per usare un termine meno politico, fazioso, di parte. A maggior ragione, allora, chi come il Movimento 5 Stelle si pone in maniera alternativa a questo sistema di cose non dovrebbe nella maniera più assoluta partecipare ai talk show o, più in generale, andare in tv. O no? Secondo me sì.

Perché? Semplice: perché come il bravo e preparato Di Battista sa bene (è uno dei pochi che stimo dato che nonostante la presenza ingombrante di Grillo dice spesso cose di sinistra) nel momento stesso in cui accetta di farsi intervistare in un programma dichiaratamente di regime (o, per meglio dire, di governo) come Porta a porta di fatto legittima il modo di fare giornalismo non solo di Vespa, ma di tutto l’apparato che eppure vorrebbe – a parole – abbattere. Troppo facile (e decisamente puerile) giustificarsi spiegando: “Ce lo chiedono i nostri elettori”.

Intanto perché Di Battista converrà sicuramente con me che per un movimento sorto e cresciuto sul web come quello di cui fa parte non è comunque bello dichiarare in pratica la subalternità alla tv, proprio all’odiata tv su cui la politica italiana (con i suoi partiti tanto odiati) fonda il suo consenso. E poi perché – andiamo – il solo pensiero che Grillo sia costretto a mandare i suoi ragazzi migliori a spiegare davanti alle telecamere quello che sta già tutto su internet, ma che qualcuno non capisce se non c’è Vespa a imboccarlo, fa davvero sorridere.

Il Movimento 5 Stelle che sconfessa la sua diversità e si genuflette davanti alle telecamere, riconoscendo così il potere assoluto della tv (e di Bruno Vespa) un po’ di credibilità non può non giocarsela. Devo allora essermi perso qualcosa: non era forse la rete la forza travolgente con cui spazzare la quotidiana disinformazione televisiva? A che serve internet se poi per spiegare le cose bisogna per forza passare nel salotto di Vespa e fare appello alla sua magnanimità? E cioè, vale a dire: dalla democrazia diretta alla democrazia in diretta.

La pornografia del dolore, ma in modica quantità

Un maestro indiscusso della pornografia del dolore: Bruno Vespa

Ieri non ho visto, né ho avuto nemmeno per un solo secondo la tentazione di aprire il video sull’esecuzione del poliziotto durante la strage di Parigi. Né credo lo vedrò mai, come per altri video del genere, altre foto, altri spezzoni tv. Perché è da un po’ di tempo che lo faccio. Evito cioè cose che non c’entrano nulla con il diritto di cronaca e non aggiungono niente di più di ciò che potrei sapere sull’argomento in questione. È la mia personale rivendicazione contro la pornografia del dolore. Che a quanto pare, come spiega benissimo Massimo Mantellini – Una cosa lunga sui rapporti fra giornalismo e rete – sembra essere un fenomeno particolarmente accentuato soprattutto tra i media italiani:

Perché curiosamente in Italia molto più che altrove l’informazione editoriale di maggior prestigio naviga dentro una sostanziale ambiguità: impagina un prodotto di carta piuttosto simile a quello della concorrenza negli altri paesi, contemporaneamente strizza l’occhio sulla propria versione web alle scelte più discutibili tipiche dell’ambiente informativo digitale (sesso, notizie urlate, tragedie orribili riccamente descritte per immagini, bufale, pettegolezzi ecc). I siti web di corriere.it (molto), di Repubblica (un po’ meno) e de La Stampa (molto meno) per limitarmi ai tre principali giornali italiani, scimmiottano nella propria offerta di notizie web il mix che garantisce molti click e poco decoro, un prezzo che si sceglie di pagare in nome della sostenibilità del proprio modello economico.

E pensare poi che proprio per evitare questi eccessi – mica da mo’, ma quasi vent’anni fa – è stato approvato uno specifico codice deontologico in cui per quanto riguarda la tutela della dignità della persona l’articolo 8 dice espressamente:

Salva l’essenzialità dell’informazione, il giornalista non fornisce notizie o pubblica immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca lesive della dignità della persona, né si sofferma su dettagli di violenza, a meno che ravvisi la rilevanza sociale della notizia o dell’immagine.

Certo, tutto sta poi capire quale sia in Italia questa benedetta essenzialità dell’informazione. Come stabilire cioè il limite da non superare. E, come nel caso del consumo per esempio di sostanze stupefacenti, individuare quale possa essere, insomma, la cosiddetta modica quantità. Anche se credo di avere il vago sospetto di sapere in cosa consista, non sarebbe male far svolgere però tale confronto nelle sedi più opportune. O forse c’è qualcosa di meglio di un bel talk show moderatamente urlato e rissoso al punto giusto? Aspetto, fiducioso, in trepidante attesa.

Dal giornalismo militante a quello a tassametro

Il giornale online a pagamento è un controsenso. Lo è perché il potenziale lettore che un tempo comprava in edicola il suo giornale (o, se ne aveva i mezzi o la voglia, una mazzetta dei giornali ritenuti migliori) ora ne legge molti di più e non saprebbe più nemmeno come sceglierli. Anche perché l’offerta nel frattempo è cambiata e ci sono pure i blog e i social network. Quello stesso lettore che tendenzialmente privilegiava la Repubblica o il Corriere della sera ora legge tutti i giornali e nessuno. Legge, contemporaneamente, tutto quello che trova gratuitamente in rete: notizie su un sito di un quotidiano, sui suoi blog di riferimento, sui social network. E legge – se conosce le lingue – anche tutti i giornali più importanti del mondo.

Ragion per cui, coerentemente a quanto faceva in passato ora dovrebbe abbonarsi non a uno ma, se non a tutti, a parecchi siti a pagamento. Ed è questa la pretesa – anacronistica secondo me – degli editori nel momento in cui scelgono di mettere a pagamento l’informazione come se invece di internet ci fossero ancora le edicole. Scelta ancora più sbagliata nel momento in cui l’edizione cartacea disponibile per abbonamento propone per forza di cose notizie vecchie di un giorno. Semmai, allora, l’abbonamento bisognerebbe chiederlo per l’aggiornamento delle notizie. Per quelle fresche, insomma, e non certo per notizie già pubblicate e già ampiamente discusse e approfondite dalla rete.

Certo, se è facile capire ciò che non funziona, meno lo è trovare soluzioni. Nel senso che sembra poco serio scommettere sulla voglia degli italiani, da sempre poco propensi alla lettura, di leggere i giornali e per di più pretendendo pure che si abbonino quando online possono trovare quello che vogliono. Un’alternativa valida, però, pare non ci sia ancora. La pubblicità, dicono, non investe a sufficienza online. Se poi si prendono in esame giornali per esempio come Il Manifesto che già ne aveva poca anche su carta, si capisce allora quanto possano diventare complicate le cose. Magari sarà solo una sensazione sbagliata, fatto sta però che le news a tassametro non fanno una bella impressione, ancor di più su un giornale di sinistra.

Le notizie a tassametro del Manifesto online

Serra, i salici piangenti e certi rimbalzi traditori

L'amaca di Miche Serra sul regalo del governo alla lobby delle autostrade

Sarà bravo e tutto quanto, però – veramente – Michele Serra non ha imparato niente da Trapattoni. Anzi. In tutti questi anni, infatti, l’inesauribile Michelino è sempre lì a riscrivere le stesse dolenti note. Le stesse tristi e sconsolate constatazioni, cioè, su quanto sia corrotto (verbo questo che lui ovviamente non s’azzarderebbe mai a usare, tanto che già me lo vedo sobbalzare dalla poltrona) il nostro pur amato (da quelli come lui che sono di sinistra ma anche no) paesello. Sempre le stesse note dolenti o, per meglio dire, lacrimevoli. Tanto che secondo me la sua seguitissima quanto autorevole rubrica sulla Repubblica potrebbe ormai essere aggiornata con un più confacente titolo all’altezza del tenore medio dei suoi pensierini quotidiani. Una cosa tipo cioè L’amaca sotto il salice (piangente) o qualcosa del genere.

Eppure quanto sarebbe bello o quantomeno liberatorio se il nostro sensibile Michelino trovasse la forza di soffiarsi il naso. E magari, tra un singhiozzo e l’altro, riuscisse una volta tanto a sfogarsi. Gli farebbe bene. Sarebbe salutare per lui e un po’ pure per noi. Come sarebbe bello se oltre a raccontarci con la sua innata maestria il solito misfatto quotidiano, riuscisse a fare ogni tanto qualche nome. Se cioè, facendosi forza e trattenendo per un po’ la commozione, oltre a sottolineare con la solita indignazione d’ordinanza il regalo fatto per esempio alla cosiddetta lobby delle autostrade fosse – per dire – pure capace di scrivere nome e cognome di chi quel regalo l’ha fatto. Per poi, magari, trarne anche le inevitabili (seppur sgradevoli, mi rendo conto) conseguenze.

Senza cioè farla così tanto lunga, basterebbe – a mio avviso, almeno – seguire un esempio illustre come quello del Trap. Invece, insomma, di lamentarsi con invidiabile discrezione assai british forse si potrebbe – ogni tanto, eh – gridare con tutto il fiato in corpo quello che gridava l’allenatore ferito dal comportamento dei suoi giocatori e in particolare di quello il cui tradimento ce l’aveva addirittura scritto sulla carta d’identità: Strunz! E anche nel nostro caso – pure un candido come Serra ne converrà – chi meglio di Matteo Renzi (perché sì, proprio di lui si sta parlando) porta scritto in fronte – politicamente parlando, ovviamente – lo stesso aggettivo? Invece, ahimé, l’unico Strunz! della situazione è chi quello stesso epiteto pur evocandolo di fatto non ha il coraggio e la forza di pronunciarlo e se lo fa così rimbalzare addosso.

Beppe Viola, maestro d’ironia, ricordato da Gianni Mura

Beppe Viola maestro di scrittura e di vita all'insegna dell'ironia

Beppe Viola maestro di scrittura e di vita all’insegna dell’ironia

Per il compleanno di Beppe Viola – ieri avrebbe compiuto 75 anni – il solito, bellissimo, ricordo di Gianni Mura:

Beppe aveva un’aria ciondolante da fancazzista, che non gli ha impedito di sgobbare come una bestia per tutta la sua breve vita e di morire lavorando, tanto per cambiare. “Come un pirla”, avrebbe chiosato lui.

È morto in Rai, una domenica sera, 17 ottobre 1982, mentre stava curando la sintesi di Inter-Napoli 2-2. “È andato”, disse al Fatebenfratelli il suo medico curante, dottor Jannacci Enzo.

Ma prima di far circolare la notizia bisognava aspettare. Il tempo necessario per l’espianto degli organi. Generoso sempre, Beppe. Anche da morto. Gli occhi andarono a una cieca madre di sei figli (questo l’ho saputo da Franca, moglie di Beppe). Da vivo, se aveva solo un sacco (mille lire) e un amico gli chiedeva una scudo (cinquemila) chiedeva a un terzo amico altri quattro sacchi per accontentare il secondo.

Era fatto così, Beppe. “Primatista italiano del mal di testa, recordman dell’accoppiata caffè-sigaretta”, si definiva. “Mio nonno aveva la passione delle carte, mio padre dei cavalli, io modestamente tutt’e due”. Prototipo del milanesone, aveva radici a Contursi, provincia di Salerno. Un giorno il padre gli aveva detto: “Vedi quella collina? Se l’è ballata tutta tuo nonno a cocincina”. Lui, l’ho visto giocare e ci ho giocato solo a scopa d’assi. In Italia e all’estero. A Montevideo per il mundialito, sera di san Silvestro. “Sciambola totale” disse Beppe. Finimmo a mangiar male in un posto deprimente e aggravammo volutamente la situazione con una sbronza triste, non di quelle secche e anestetizzanti, ma di quelle che ti fanno tirar tardi parlando delle famiglie e dei casini sul lavoro”.

Lui ne aveva, in Rai. E lo sapeva. Gli avevano tagliato anche la mazzetta dei giornali. “Resisto per battere il record mondiale di mancata carriera”. Alla Rai (mai una promozione) era entrato nel 1962. All’esame da giornalista Enzo Biagi gli aveva chiesto: “Secondo lei Fanfani è di destra o di sinistra, nella Dc?”. “Dipende dai giorni”, aveva risposto. Promosso.

Massimo Mauro e gli arbitri che non sbagliano bene

Massimo Mauro e Ilaria D'Amico

Massimo Mauro insieme con Ilaria D’Amico: calcio e giornalismo senza un solo conflitto d’interessi

Se anche volessero, come potrebbero gli arbitri essere meno sfortunati di quello che sono? Ci sarebbe sempre pronto il Massimo Mauro della situazione a ricordare loro il senso di responsabilità nei confronti di un sistema che ha assoluto bisogno delle loro sfortune e che su tali sfortune si sorregge e sostiene: Le parole fanno più danni dei centimetri. Così, paradossalmente, non appena capita una giornata in cui gli arbitri non sono abbastanza sfortunati ecco che subito il Massimo Mauro di turno è pronto a cazziarli quando fino ad allora li aveva elogiati per il loro grande spirito di sacrificio e uno stoico senso del dovere. Improvvisamente succede che gli errori non fanno più parte del gioco e non vanno sportivamente accettati, come si pensava. Ecco cosa scrive – incredibilmente – Massimo Mauro:

Io sono convinto della buona fede di Rocchi, anche se riconosco che le sue decisioni hanno penalizzato la Roma, ma non sono così convinto della casualità di quanto visto sabato nei due anticipi di campionato. Non errori arbitrali clamorosi, ma piccoli indizi di come le tante polemiche post Juve-Roma, abbiano creato un clima che ha tolto serenità alla classe arbitrale. La sensazione è che si volesse riparare ad un torto.

Non so se Massimo Mauro se ne sia reso conto, ma praticamente ha scritto che secondo lui le due partite di sabato sono state falsate dagli arbitri. Quindi, se le parole hanno ancora un senso di fatto ammette che la Serie A sia un campionato truccato. Assodato ciò, rimane però il problema per Mauro che gli errori arbitrali non siano tutti uguali. C’è errore ed errore. E allora per garantire una certa uniformità di giudizio secondo Massimo Mauro è bene che gli arbitri tornino al più presto a essere sfortunati come sono di solito. Sembra incredibile che si possa arrivare a tanto, che siamo arrivati a tanto, ma è così.

Prendiamo per esempio l’ultima giornata: contrariamente a quanto sostiene Massimo Mauro tutto è filato liscio e le partite si sono concluse senza particolari sfortune arbitrali. Purtroppo è successo che, apriti cielo, la squadra della Fiat contro il Sassuolo è incappata in una giornata no e proprio per questo motivo le avrebbe fatto comodo un arbitro sfortunato per portare a casa i tre punti. Invece niente: nessun rigore, nessuna espulsione, nessuna sfortunata decisione sbagliata dell’arbitro. E il risultato è stato che la squadra della Fiat non è riuscita, solo con le sue forze, a vincere. Succede anche ai migliori. Ci sta. Ma non certo per Massimo Mauro. A suo dire l’arbitro avrebbe danneggiato la squadra della Fiat e lo avrebbe fatto deliberatamente per compensare gli aiuti della partita precedente contro la Roma. Evvai. Alla faccia della buonafede degli arbitri. Scrive infatti il sempre più incredibile Massimo Mauro:

Al Sassuolo è stato concesso di giocare 90′ contro la Juve, diciamo con tanta grinta, forse eccessiva. E l’ arbitro Banti di Livorno forse qualche cartellino giallo in più poteva usarlo. La gomitata di Vrsaljko in faccia a Tevez se l’avesse fatta Chielini sarabbe sulle prime pagine di tutti i giornali sportivi e non, con la scritta “vergogna”, invece vedo che è passata completamente inosservata.

Sorvoliamo sul fatto che la gomitata di Vrsaljko non era intenzionale ma si è trattato piuttosto di un normale scontro di gioco (magari irruento) niente di più di tanti altri contrasti che si vedono in una partita di calcio. Ma anche ammesso che l’intervento fosse stato veramente da rosso diretto, perché l’eventuale errore di Banti (ammesso e concesso che di errore si sia trattato) diventa inaccettabile rispetto agli errori commessi da altri arbitri? Perché per Rocchi vale la buonafede e per Banti si sospetta la malafede? Perché un arbitro può avere licenza di sbagliare e un altro no? Perché Rocchi sì (contro la Roma) e Banti no (contro la Fiat)? Forse perché Banti a differenza di Rocchi non ha esercitato una sua precisa facoltà e cioè quella di essere sfortunato? Forse perché, come dire, Banti… non ha sbagliato bene?

L’arbitraggio di Calvarese umilia e offende il calcio italiano

Adriano Galliani a Empoli

Adriano Galliani a Empoli

A Empoli l’arbitraggio di Calvarese nel secondo tempo è stato vergognoso. Una direzione di gara a senso unico, inutile naturalmente specificare a favore di chi. In particolare, la seconda ammonizione al giocatore dell’Empoli Valdifiori, totalmente inventata (su un dubbio gioco pericoloso) per favorire spudoratamente Mediaset, ha chiaramente falsato la partita.

Al di là del risultato finale – nonostante i fischi a favore di Calvarese, Mediaset non è riuscita a vincere la partita – quello di Calvarese è stato un arbitraggio indifendibile, che fa veramente male al calcio italiano.

E fa ancora più male l’omertà di Compagnoni, Cattaneo, Bergomi, De Grandis, Costacurta e tutti gli altri vari giornalisti e opinionisti di Sky nel fare finta di niente. Ma così il calcio italiano perde sempre più di credibilità e diventa sempre più ridicolo.

Aldo Grasso e lo strano fenomeno dei giornalisti disinformati

Aldo Grasso, un paraculo non da niente, si chiede a proposito dello scontro tra Marchionne e Montezemolo, i cui veri retroscena non è dato sapere, come mai

“nell’era della trasparenza ogni giorno ci lamentiamo che la privacy è violata, eppure le cose importanti avvengono soltanto e rigorosamente nell’ombra”.

Uno strano fenomeno davvero, facile a descriversi ma di assai più complicata definizione. Sul vocabolario online della Treccani però credo di aver trovato una voce che più di altre potrebbe, seppur approssimativamente, avvicinarsi a questo inspiegabile fenomeno:

La parola "servilismo" sul vocabolario Treccani

Lasciate stare Gramsci, per favore

Sulla nuova chiusura dell’Unità trovo particolarmente calzanti le poche, ma impietose, righe scritte da Malvino:

Piangono la chiusura de l’Unità, ricordano che fu fondata da Gramsci, e bla bla bla. Non si capisce, però, che senso avesse ancora. Era l’organo del Pci, che oggi non c’è più. Al suo posto c’è un Pd che affida le riforme costituzionali, e che riforme, a una signorina che qualche giorno fa rivendicava con fierezza di essere ispirata da Fanfani. Via, si chiuda l’Unità. Se non per debiti, almeno per pudore.

Conte e le dimissioni che non si possono raccontare

Giornalisti e opinionisti Sky

Semplicemente da applausi a scena aperta il post di Rudi Ghedini sul giornalismo (sportivo e non) che ha bucato le dimissioni di Conte: Le dimissioni di Conte spingono a una domanda definitiva: a cosa serve la stampa sportiva?
Copioincollo, in particolare, due passaggi. Il primo:

Mi torna in mente una frase di Alessandro Donati, l’allenatore che ha scoperchiato la pentola del “doping di Stato”, ben prima della famosa intervista di Zeman sul calcio che doveva uscire dalle farmacie. Scriveva Donati: “la quasi totalità dei media dello sport sono dei semplici e ripetitivi narratori dell’apparenza”.

E ancora:

Mi rifiuto di credere che nessuno sapesse: piuttosto, chi sapeva, ha scelto di non pestare i piedi alla Vecchia Signora, magari in cambio di qualche indiscrezione “esclusiva” sul successore di Conte.

Un’analisi secondo me inappuntabile che segue quella sempre in tema e altrettanto feroce fatta da Massimo Mantellini e da me citata qualche post fa.

Se i giornali, di carta o online, odiano soprattutto i lettori

Un'edicola piena di riviste inutili e dolciumi sintetici

Lo so, sarò ripetitivo. Ma puntualmente, a ondate periodiche, sono costretto a ripetermi nel dover ribadire quanto sia bravo Massimo Mantellini, soprattutto quando parla di giornalismo e del suo precario futuro e incerto destino. Mi riferisco all’ultimo post in questione (La prevalenza del lettore) che a me è sembrato davvero memorabile per lucidità d’analisi e onestà intellettuale, a cominciare da come attacca:

Le discussioni sul futuro del giornalismo, anche quelle più interessanti, hanno spesso un aspetto curioso: non prevedono l’esistenza del lettore. Il lettore, in quanto ricevitore del contenuto informativo è spesso trattato come un soggetto immobile ed immutabile.

Già, il lettore. O forse sarebbe meglio dire consumatore per convenzione passivo e malleabile. Anche perché tradizione vuole che i giornali (che siano di carta o online) non siano fatti mai per i lettori. Un incredibile paradosso, certo, che però — come spiega benissimo Mantellini — caratterizza da sempre la stampa italiana:

[…] la grande maggioranza dei contenuti giornalistici sono scritti oggi per conto di qualcuno (che non è il lettore), sono dei pubbliredazionali, però nascosti meglio. Un numero rilevante dei quotidiani che stanno morendo, al di là della formidabile retorica che li avvolge, sono serbatoi di pubblicità più o meno indiretta per i propri proprietari padrini e finanziatori. Ci sono i giornali di Berlusconi, quello di Confindustria, quelli dei palazzinari, quelli della Fiat, quelli delle banche, quelli dei partiti, quelli dei poteri forti, quelli dei poteri occulti. Il giornalismo in Italia è da decenni prima di tutto una scusa, l’ufficio stampa di qualcuno che preferisce non comparire e i lettori in tutto questo sono l’aceto balsamico di Modena su foglie di lattuga dall’aspetto dubbio. Così oggi il rischio è che l’algoritmo dell’informazione prona al potere sia sostituito da quella della scrittura ottimizzata per i motori o per gli interessi bassi di una generazione di nuovi imprenditori dai modelli di business altrettanto misteriosi. Tutto questo per i lettori, specie per i più deboli, è una discussione abbastanza irrilevante di padelle e braci.

Ma a parte queste considerazioni su cui solitamente la corporazione dei giornalisti (quelli cioè contrattualizzati e in quanto tali ben allineati e coperti) è, diciamo così, poco propensa a mettersi in discussione (la colpa si sa è, e come ti sbagli, del sistema cinico e baro) il post va assolutamente letto tutto quanto per intero. Perché sempre in tema di giornali e internet Mantellini dice tante altre cose, per quello che può valere il mio giudizio, decisamente interessanti. Come per esempio la sua convinzione che nonostante tutto — e proprio grazie a internet e alla sua rivoluzione che tanto spaventa i (moribondi) media tradizionali — quando si fa informazione in maniera seria si troverà pur sempre qualcuno disposto a leggere quello che scrivi. Il famoso lettore, insomma, di cui la stampa italiana ha cercato sempre (o quasi, con sparute e provvisorie eccezioni) di negare l’esistenza.

Senti chi parla

Antonio PolitoL’ipocrisia giornalistica dell’editoriale sul Corriere della sera di Antonio Polito sull’ipocrisia del Pd riguardo alla corruzione a me sembra più che altro un’ipocrisia al quadrato. Copioncollo:

Il numero di persone che ha detto in questi giorni «qualcosa a Venezia si sapeva» è sorprendente. Nessuno però ha spifferato quello che «si sapeva» finché non è finito in manette; perché nel mondo anglosassone il wistle-blower, colui che dall’interno di un sistema canta, diventa un eroe; mentre qui la corruzione, in fin dei conti, non ha la stessa sanzione reputazionale. Altrimenti Greganti non avrebbe avuto accesso al Senato, e Frigerio non avrebbe presieduto una fondazione intitolata a San Tommaso Moro.

Ebbene sì: nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha parlato. Né i politici, né gli imprenditori e, tantomeno, le grandi firme del giornalismo che giustamente in quanto tali hanno ben altro a cui pensare. Più che stare sulla notizia, il loro motto potrebbe essere piuttosto quello di dare tempo al tempo. Infatti, per fare la predica — che alla fine della giostra ci fa sentire comunque tutti più buoni e, soprattutto, non fa male a nessuno — c’è sempre tempo.

Tra Renzi e Grillo a uscirne peggio sono i giornalisti

Proprio non lo so, non ho la più pallida idea chi nel confronto-scontro tra Renzi e Grillo ne sia uscito meglio, anche perché trovo sia un esercizio abbastanza futile.

Tra l’altro, ogni eventuale valutazione non può non dipendere sempre dal punto di vista parziale della politica come tifo su quale immagine pubblica si intende assumere come positiva e quali invece siano i comportamenti da ritenere negativi.

Quello che invece ho capito leggendo in rete commenti e considerazioni (a volte veramente imbarazzanti) è che dal confronto-scontro tra Renzi e Grillo a uscirne peggio sono stati sicuramente i giornalisti. E lo sono stati, come sempre d’altronde, per distacco.

Arbitro non all’altezza? Ma no, poverino, è solo sfortunato

Quello degli arbitri è un falso problema perché a condizionare il calcio italiano sono i conflitti di interessi tra controllori e controllati. Esilarante quanto esemplare (a proposito dei rapporti tra Fiat e giornali) il giudizio dell’inviato della Repubblica Emanuele Gamba sull’arbitro Doveri che ha diretto oggettivamente in maniera a dire poco pessima la partita di Verona:

Arbitra bene ma inciampa sugli episodi: tre gol su quattro sono in fuorigioco (a sbagliare è l’assistente Stallone) e una mano di Vidal era da rigore. Ma sono errori millimetrici, dunque soprattutto sfortunati.

Capito? Secondo il parere di Gamba ben tre gol su quattro (mica uno) erano irregolari e in più Doveri non avrebbe fischiato un rigore contro la squadra della Fiat (anche se le cronache televisive dicono che i falli di mano in area erano due e non uno). È possibile allora chiedersi: cosa deve succedere di più in una partita della massima serie perché possa ritenersi condizionata (e falsata) dagli arbitri? Cosa deve succedere di più in una partita della massima serie per poter avanzare quantomeno il dubbio che come minimo (per non dire peggio) l’arbitro non sia stato all’altezza? Se nemmeno i giornali e le tv possono esprimere almeno dei dubbi che informazione abbiamo? E che calcio è se perfino un inviato di un autorevole e prestigioso quotidiano come la Repubblica non può permettersi di bocciare l’operato di un arbitro i cui errori sono stati visti e rivisti in tv da milioni di persone?

Considerata cioè la gravità degli errori commessi (e per giunta in una sola partita) chissà, magari si potrebbe al limite anche dubitare del fatto che lo sfortunato Doveri sia un arbitro da Serie A? Ma quando mai: come spiega bene l’inviato Gamba lo sfortunato Doveri è semplicemente stato sfortunato. E stop. Voto? 5,5. Quindi appena appena sotto la sufficienza. Lo sfortunato Doveri ha falsato la partita in tutto e per tutto, ma per l’inviato della Repubblica lo sfortunato Doveri è niente di più che appena appena insufficiente. Pure Gianni Mura, che sulla stessa pagina firma la solita messa cantata, evidentemente è d’accordo.

Repubblica giudica appena insufficiente l'arbitro Doveri che ha falsato Verona-Juve

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Clamoroso scoop di Sport Mediaset: Buffon è pure gay

Sport Mediaset dà una notizia abbastanza clamorosa e cioè che non solo Gigi Buffon stia tradendo Alena Seredova (alla faccia, per dire, della privacy e della deontologia professionale) ma addirittura con un uomo. Se la lingua italiana non è un’opinione, il catenaccio del titolo è chiaro e inequivocabile: il portiere bianconero ha un amante.

Sport Mediaset rivela che Buffon è gay

Nell’articolo (o per meglio così dire) si specifica ulteriormente che questo amante sia riconducibile a

un volto noto della tv.

A occhio, proviamo allora subito a indovinare: o è Massimo Mauro o Fabio Caressa. Non si scappa.

  • UPDATE
    Il pezzo è stato subito corretto e in più (sempre alla faccia della privacy e della deontologia professionale) ora hanno aggiunto pure il nome dell’amante e cioè Ilaria D’Amico. L’unico dubbio che rimane è: il giornalista che ha titolato l’articolo ha uno o più master in giornalismo? No, perché è importante per capire quanto conti al giorno d’oggi avere una laurea.

Il concetto di eleganza del critico cinematografico del quotidiano Il Messaggero Francesco Alò

Nella recensione del film Un boss in salotto scrive il critico cinematografico del quotidiano Il Messaggero Francesco Alò:

Miniero, lo sappiamo, è un bravo regista e grazie a un Luca Argentero super (è il marito passivo e perfettivo della Cortellesi) porta a casa comunque una commedia elegante, dolcemente grottesca e con una bella denuncia dentro (l’ipocrita gente del nord accoglie a braccia aperte il camorrista).

Elegante sì:

Francesco Alò, il critico cinematografico che non solo non vede i film ma nemmeno i trailer.

Il famoso Dna cazzaro di Lippi e Condò

Paolo Condò

L’inviato della Gazzetta dello sport Paolo Condò sfodera un insospettabile Dna cazzaro in un’intervista a Lippi

“Insomma, sarà mica un caso se il Milan passa sempre, no?”

dice Marcello Lippi intervistato sulla Gazzetta dal pur bravo Paolo Condò. Che subito lo incalza:

Il famoso Dna europeo?

La risposta di Lippi:

“A me fa sensazione vedere che gli unici superstiti sono quelli che sin qui in stagione hanno avuto più problemi. Ma lo ripeto, non è casuale: il rapporto del Milan con l’Europa e la capacità di concentrare in Champions le energie migliori sono proverbiali”.

Soprattutto se per passare il turno basta solo vincere con il Celtic (poi si può anche pareggiare con l’Ajax). Era un girone facile. Non esattamente, tanto per capirci, come quello in cui è capitato per esempio il Napoli. Punto. Che cazzo c’entra il Dna europeo? Proprio niente. Pur avendo fatto 12 punti, il Napoli è forse stato eliminato perché privo di Dna europeo? Ditemi allora come si fa a non ridere di due cazzari come Lippi e Condò.

Cazzullo, il Pd e quel criminale di Allende

Il Cile di Salvator Allende

Per Aldo Cazzullo il presidente del Cile Salvador Allende era un criminale (mica Pinochet che non era comunista)

Aldo Cazzullo nel solito corsivo grondante disprezzo per l’Italia di sinistra (o quel poco che ne rimane) oggi arriva a sostenere che con l’elezione a segretario del Pd di Renzi

sembra dissolversi una volta per tutte il mito del comunismo italiano, per cui un’ideologia criminale o comunque sbagliata da Cuba alla Siberia diventava per l’élite culturale della penisola giusta o comunque nobile.

Intanto, il comunismo non è un’ideologia criminale in sè, ma lo è diventata semmai nei suoi complicati tentativi di realizzazione. Semmai, criminale è stato il socialismo reale. E poi: scriverebbe la stessa cosa l’autorevole giornalista del Corriere della sera anche nei confronti di altre ideologie del Novecento? Non credo proprio. Eppure l’ideologia fascista non è forse stata abbastanza criminale? E come la mettiamo, per esempio, con le varie fasi della storia della Chiesa?

Secondo il ragionamento di Cazzullo il presidente del Cile Salvador Allende (sì d’accordo, era socialista, ma guidava il fronte di tutta la sinistra compresi i comunisti) era allora un criminale? Mentre il dittatore Pinochet, che comunista non lo era di sicuro, invece no? Cazzullo offende la memoria di quanti hanno creduto in un mondo migliore e in nome del comunismo hanno lottato perché ci fosse più giustizia. Definire criminali quei valori è di per sè un crimine.

(E poi, se proprio vogliamo parlare di sinistra, che c’entra Renzi e che c’entra il Pd con la sinistra? Assolutamente niente. Il fatto che finalmente un ex democristiano come Renzi (è inutile che dica di non aver preso mai la tessera, lo è democristiano per le parole che usa e quello che dice) sia riuscito finalmente a prendersi il Pd – i cui elettori si riconoscono a grande maggioranza in lui – non fa che sgombrare ogni ulteriore dubbio su come la sinistra non abbia rappresentanza politica. Da almeno 20 anni)

Cerca i soldi e trovi le vere questioni politiche

Napolitano con Elkann e Marchionne

Giorgio Napolitano con John Elkann e Sergio Marchionne

L’articolo sulla Repubblica di Federico Fubini a proposito della Fiat che riceve dallo Stato più di quanto versa, con il ricorso alla Cig superiore ai contributi — articolo che Rudi Ghedini opportunamente segnala — credo sia abbastanza indicativo su come funzionano realmente le cose in Italia.

Per dire, l’argomento in questione, data la sua incontestabile rilevanza, dovrebbe essere affrontato e discusso con grande attenzione. Ecco cioè di cosa dovrebbero parlare giornali e tv tutti i giorni. Credo di non poter essere smentito se dico che ciò non succede mai o al massimo raramente. Quella di Fubini è piuttosto un’eccezione, uno strappo alla regola, insomma.

Eppure appare evidente che l’entità degli aiuti statali concessi a un gruppo così importante come la Fiat e le innegabili ripercussioni di una tale politica economica siano per forza di cose di grande interesse pubblico. Com’è possibile allora che passi sotto silenzio o quasi? Il fatto è che quando ci sono questioni che possono ledere anche solo minimamente gli interessi della Fiat come anche di qualsiasi altro grande gruppo industriale (tipo, tanto per fare un altro esempio di stretta attualità, l’Ilva) i media glissano, stemperano, banalizzano.

Per carità, in Italia non esiste censura. Dalla più importante alla più stupida, ogni notizia viene sempre data. E ridata, in tutte le salse e a oltranza. Non tutte le notizie però vengono trattate allo stesso modo, proprio no. Cambia sensibilmente il modo in cui una notizia viene data, il rilievo che le viene data, l’attenzione che le viene data. E anche quando bene o male una notizia viene riportata con sufficiente spazio succede, può succedere, che su di essa invece di accendersi il confronto cali un silenzio assordante. Invece di essere ulteriormente sviluppata e approfondita viene subito dimenticata. Soprattutto quelle che, e qui ci si riallaccia alla Fiat o all’Ilva, potrebbero risultare eventualmente sgradite. Anche se dovessero trattare questioni per niente marginali. Anzi. Ed è anche questo un motivo tra i tanti altri per poter affermare senza ombra di smentita che il nostro non è un Paese serio.

Ma democristiani, per giunta “ingrifati”, proprio no

Leopolda 2013: tavoli apparecchiati per la cena

Leopolda 2013: tavoli apparecchiati per la cena

Anche se devo ripetermi — non è infatti la prima volta che lo sostengo — devo assolutamente farlo. Lo devo proprio dire perché innanzitutto ritengo il suo post su Matteo Renzi sia da incorniciare. E poi perché ripeterlo, in un panorama così deprimente dei media italiani, mi fa sentire bene.
Quindi lo ridico: tra tutti i blogger e giornalisti Massimo Mantellini è uno dei migliori in assoluto. Non fosse altro per la sua onestà intellettuale. Quella che, a seconda delle situazioni e delle… opportunità, viene a mancare di volta in volta agli altri. E copioincollo la parte finale della sua dichiarazione di non voto:

Per quanto mi riguarda, è del tutto fuori di dubbio che non andrò a votare alla primarie per qualcuno che dice contemporaneamente no alle larghe intese e sì al governo Letta per tutto il 2014. Mi spiace ma con tutta la stima e con tutto il rispetto per le operazioni politiche di ampio respiro, non sono abbastanza democristiano.

Secondo me Mantellini mette per iscritto semplicemente quella lontananza culturale prima ancora che politica che è esattamente la stessa che, sempre secondo me, prova qualsiasi altro elettore riformista di centrosinistra (e cioè non solo di sinistra) coerente con se stesso e con la realtà.

Se ogni tanto i fessi battono i furbi

Buffon ha preso quattro bellissimi gol a Firenze

Buffon ha preso quattro bellissimi gol a Firenze

Ogni volta che la squadra della Fiat perde è una vittoria dello sport. E se viene addirittura travolta è davvero festa nazionale. La festa di noi fessi su tutti i furbi del mondo.

Mentre l’omelia funebre, che Ilaria D’Amico sta celebrando con il suo solito insopportabile birignao e con un affranto e particolarmente querulo Massimo Mauro sull’orlo di una crisi di nervi, giustifica una volta tanto tutti i soldi dell’abbonamento Sky.

Scuola di vita, prima che di comunicazione politica, i post partita di Sky, su come essere italiani veri. Tanto che viene da chiedersi ad ascoltare certi giornalisti e certi opinionisti in tv: ma paraculi si nasce o si diventa?

Se per la Repubblica è impossibile non sapere chi è Mengoni

Mengoni punto di riferimento per la Repubblica

Repubblica online è sempre molto interessata a quello che pensa un certo Mengoni

Mengoni: “La mia bella vita lontana da Facebook e smartphone”, titola Repubblica on line. Dando quindi per scontato che tale Mengoni sia un personaggio pubblico conosciuto da tutti come che so Berlusconi o Clooney per cui sia di per sè sufficiente fare soltanto il nome per capire chi sia. Mengoni? E chi cazzo è Mengoni? Perché mai io dovrei già sapere chi diavolo è? Io mica lo so chi è questo Mengoni e il fatto che Repubblica ritenga sia particolarmente rilevante cosa passi per la testa a quello che per me è un illustre sconosciuto mi fa veramente ridere.

Una volta aperto il link scopro che è un cantante divenuto famoso per aver partecipato a X Factor, programma televisivo che come tanti altri programma televisivi (ad eccezione di qualche talk show di tanto in tanto) non ho visto e non vedo ormai da molto tempo. Mengoni, come qualsiasi altro personaggio inventato dalla tv negli ultimi anni, per me semplicemente non esistono. E non vedo perché dovrebbero avere qualche interesse. Ma non è questo il punto.

Al di là della mia soddisfazione di ignorare tutti i Mengoni del mondo, l’aspetto inquietante è l’evidente e sempre più palese subalternità dell’informazione (anche quella più seria e autorevole) alla sottocultura, a quella tv spazzatura, in particolare, che ha fatto proprio le fortune di quel Berlusconi i cui modelli culturali certa stampa come per esempio la Repubblica dichiara di disprezzare dall’alto di una presunta superiorità intellettuale che non si capisce in che cosa poi consista. Poi certo ci sarà sempre qualcuno pronto a dirmi che X Factor non è sottocultura, che Mengoni è un grande artista e che, in ultima analisi, la tv spazzatura non esiste. Ma bisogna rassegnarsi, la tossicodipendenza rimane un fenomeno difficile da arginare.

Se è la Rai a dipendere da Fabio Fazio e dai suoi sponsor

Fabio Fazio e Renato Brunetta durante l'ultima puntata di Che tempo che fa

Fabio Fazio e Renato Brunetta nell’ultima puntata di Che tempo che fa

 

Mi sento male: per una volta devo dare ragione a Brunetta

È giusto oppure no strapagare con compensi spropositati chi fa utili o piuttosto va considerato alla stregua di qualsiasi altro lavoratore e deve quindi essere pur sempre retribuito bene e certamente in maniera adeguata alle sue capacità, ma comunque in maniera proporzionata rispetto agli altri stipendi della stessa azienda? E in tal caso, si è ancora d’accordo a mettere un tetto ai guadagni anche se a sostenere una cosa del genere dovesse essere uno che, di solito, non la pensa come te? Ebbene sì: incredibile a dirsi ma per una volta sono d’accordo con Brunetta. Sì, proprio lui: l’orrido (politicamente parlando) Renato Brunetta.

È la Rai a dipendere da Fabio Fazio e non il contrario

Ebbene sì: per una volta molto meglio lui, il falco di Berlusconi, nel voler pretendere (certo non so fino qual punto strumentalmente) la trasparenza sui contratti della Rai piuttosto che il buonista che più buonista non si può Fabio Fazio. Che per quanto mi riguarda non può giustificarsi (qui il video della discussione) dicendo che la Rai gli dà un sacco di milioni di euro (5?) perché lui ne fa guadagnare altrettanti all’azienda. Il problema infatti non è quanto guadagna la Rai che incidentalmente è pubblica e pagata da tutti noi cittadini, ma piuttosto quanto guadagna lui. E cioè sarebbe opportuno chiedersi e capire se i suoi compensi non siano esageratamente sproporzionati rispetto a quello che fa, rispetto cioè a qualche ora di puro e semplice intrattenimento televisivo. Secondo me sì.

L’editore di Fazio non è la Rai ma gli sponsor

Fazio come pure altri bravi presentatori come Vespa o Santoro o, più in generale, tanti manager e dirigenti ricevono compensi vergognosamente esagerati. Così come Fazio non può certo giustificarsi aggiungendo a sua difesa che in ogni caso la sua trasmissione sia completamente autosufficiente in quanto sarebbe pagata interamente dalla pubblicità. Perché dicendo una cosa del genere è come se di fatto affermasse che il suo vero editore non è più la Rai, ma sono i vari sponsor che finanziano — ovviamente in maniera del tutto disinteressata e per puri scopi filantropici — il suo programma.

Bruno Vespa è un giornalista molto sensibile

Vesoa quasi in lacrime per la possibile scissione del Pdl

Vespa quasi in lacrime a “Porta a porta” per la possibile scissione del Pdl

Bruno Vespa è un giornalista talmente sopra le parti che la sola idea di una possibile scissione del Pdl lo commuove a tal punto che stenta quasi a trattenere le lacrime in diretta tv.