Archivi categoria: Economia

Il salario minimo tedesco ennesima umiliazione italiana

Matteo Renzi e Angela Merkel

Matteo Renzi e Angela Merkel

Non so, ma secondo me potrebbe essere anche una questione di disprezzo. Profondo – antropologico – disprezzo della Germania nei confronti di chi come l’Italia cerca di scaricarle addosso ogni responsabilità per la riduzione dei diritti. Soprattutto quelli sul lavoro.

Magari sarà solo una coincidenza, fatto sta che dopo anni di tira e molla i tedeschi fanno esattamente il contrario degli italiani. E cioè: invece di colpire i lavoratori o comunque le fasce più deboli hanno deciso di innalzare il salario minimo garantito a 8 euro e mezzo l’ora.

Una cosa di sinistra, insomma. Che smaschera inevitabilmente gli alibi di chi come il Pd sostiene la necessità di attuare riforme di destra perché così vorrebbe la Germania, condizione necessaria per tornare competitivi sul mercato e non essere da meno in Europa. Infatti.

Juncker, l’Europa unita e l’evasione di stato

Jean-Claude Juncker presidente della Commissione europea

Jean-Claude Juncker e la fiscalità creativa dell’Unione europea

No, perché poi uno – non a torto – non fa altro che parlare male dell’Italia e della sua pessima classe dirigente. Stiamo tutto il giorno, insomma, a massacrarci senza pietà finendo così per dimenticare che al mondo non c’è solo l’Italia (e certi italiani). Ma c’è anche l’Unione europea di cui, nel bene come nel male, facciamo a tutti gli effetti parte.

No, perché in quella stessa Unione europea esiste anche un vago paese chiamato Lussemburgo. O per meglio dire il Granducato del Lussemburgo che non ho mai capito dove cazzo si trovi, né a dire al verità mi interessa più di tanto saperlo. Fatto sta che in quanto a evasione fiscale il Lussemburgo ha molto da insegnare anche all’Italia.

No, perché uno è portato a pensare quanto possa essere ingiusto (e immorale) il sistema fiscale italiano. Cosa certamente innegabile. Fatto sta però che mentre in Italia evadere le tasse sarebbe comunque un reato lì in Lussemburgo – alla faccia dell’Europa, per così dire, unita – l’evasione è addirittura di stato.

Siate pure ingiusti, però fate almeno la carità

Il Rapporto Oxfam chiede maggiore sensibilità nei confronti dei più poveri

Dalle grandi utopie si è passati ai progetti per invitare i più ricchi a fare ogni tanto un po’ di elemosina ai più poveri

Sfruttamento sì, ma senza esagerare perché sennò si limitano i consumi. Disuguaglianza sì, ma non troppa però perché sennò aumentano i conflitti sociali e si danneggia la crescita. Ingiustizia sì, ma non esagerata perché sennò nessuno più crederà al sogno di poter diventare improvvisamente ricco. È la ricetta proposta nel rapporto dell’agenzia internazionale Oxfam: Partire a pari merito (pdf). Un dossier autorevole che fa il punto sulle disuguaglianze nel mondo:

Tra il 1980 e il 2002 la disuguaglianza tra Paesi è rapidamente salita a un livello vertiginoso e in seguito è diminuita leggermente per effetto della crescita nei Paesi emergenti, in particolare in Cina. Ma ciò che conta di più per i cittadini è la disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi, laddove i più poveri lottano per la sopravvivenza mentre i loro vicini prosperano, e nella maggior parte dei casi questa situazione è in rapida espansione. Sette persone su dieci vivono in Paesi dove il divario tra ricchi e poveri è maggiore di quanto non fosse 30 anni fa e nei Paesi di tutto il mondo le minoranze più ricche si appropriano di una quota sempre crescente del reddito nazionale.
A livello mondiale, il divario tra patrimoni individuali è ancora più estremo. Oxfam ha calcolato che nel 2014 le 85 persone più ricche del pianeta possedevano tanto quanto la metà più povera dell’umanità.Tra il marzo 2013 e il marzo 2014 questi 85 individui si sono arricchiti di 668 milioni di dollari al giorno. Se Bill Gates liquidasse in denaro contante tutti i suoi averi e spendesse 1 milione di dollari al giorno gli servirebbero 218 anni per esaurirli. In realtà non resterebbe comunque mai senza denaro, poiché anche un modesto guadagno di appena il 2% gli frutterebbe 4,2 milioni di dollari al giorno solo di interessi.

Colpisce però come con la fine delle ideologie e della politica intesa come rappresentazione di conflitti sociali le ambizioni di un tempo ormai lontanissimo siano ripiegate su più prosaici e realistici minimi sindacali. E cioè che il rapporto Oxfam – senza per questo voler mettere in discussione l’importanza dell’iniziativa e il livello davvero notevole del lavoro svolto – tutto sommato si riproponga non certo l’eliminazione delle disuguaglianze nel mondo, ma solo una riduzione di quelle più estreme:

Gli eccessi di disuguaglianza a cui oggi assistiamo danneggiano tutti. Ma alle fasce più povere di tutte le società, dall’Africa sub-sahariana ai Paesi più ricchi del mondo, l’estrema disuguaglianza nega ogni possibilità di sollevarsi dalla miseria e vivere una vita dignitosa.
Oxfam fa appello ad un’azione concertata per costruire un sistema economico e politico più equo che valorizzi ogni singolo cittadino. Governi, istituzioni e grandi imprese devono assumersi la responsabilità della disuguaglianza estrema, rimuovere i fattori che hanno condotto all’attuale eccesso di disuguaglianza […]

Che poi, ammesso e concesso che la globalizzazione possa improvvisamente trovare al suo interno, come dire, una sensibilità (sic) tale da diventare più… umana (sic) almeno con le fasce sociali più derelitte, tutto sta poi spiegarlo per esempio ai cinesi che non hanno fatto altro che copiare il libero mercato per poi applicarlo fino alle estreme conseguenze e cioè trasformando lo sfruttamento in vera e propria schiavitù. Chi glielo dice, proprio ora che stanno per comprarsi il mondo intero, che quello stesso libero mercato tanto decantato adesso non va più bene?

Aldo Grasso e lo strano fenomeno dei giornalisti disinformati

Aldo Grasso, un paraculo non da niente, si chiede a proposito dello scontro tra Marchionne e Montezemolo, i cui veri retroscena non è dato sapere, come mai

“nell’era della trasparenza ogni giorno ci lamentiamo che la privacy è violata, eppure le cose importanti avvengono soltanto e rigorosamente nell’ombra”.

Uno strano fenomeno davvero, facile a descriversi ma di assai più complicata definizione. Sul vocabolario online della Treccani però credo di aver trovato una voce che più di altre potrebbe, seppur approssimativamente, avvicinarsi a questo inspiegabile fenomeno:

La parola "servilismo" sul vocabolario Treccani

Senti chi parla

Antonio PolitoL’ipocrisia giornalistica dell’editoriale sul Corriere della sera di Antonio Polito sull’ipocrisia del Pd riguardo alla corruzione a me sembra più che altro un’ipocrisia al quadrato. Copioncollo:

Il numero di persone che ha detto in questi giorni «qualcosa a Venezia si sapeva» è sorprendente. Nessuno però ha spifferato quello che «si sapeva» finché non è finito in manette; perché nel mondo anglosassone il wistle-blower, colui che dall’interno di un sistema canta, diventa un eroe; mentre qui la corruzione, in fin dei conti, non ha la stessa sanzione reputazionale. Altrimenti Greganti non avrebbe avuto accesso al Senato, e Frigerio non avrebbe presieduto una fondazione intitolata a San Tommaso Moro.

Ebbene sì: nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha parlato. Né i politici, né gli imprenditori e, tantomeno, le grandi firme del giornalismo che giustamente in quanto tali hanno ben altro a cui pensare. Più che stare sulla notizia, il loro motto potrebbe essere piuttosto quello di dare tempo al tempo. Infatti, per fare la predica — che alla fine della giostra ci fa sentire comunque tutti più buoni e, soprattutto, non fa male a nessuno — c’è sempre tempo.

Platini, la Fiat e il fair play finanziario, questo sconosciuto

Michel Platini insieme con Andrea Agnelli nello stadio della Fiat

Il fair play finanziario, questo sconosciuto. Eh sì, perché ogni volta che veniva tirato fuori questo benedetto fair play finanziario inevitabilmente l’associazione era quasi automatica: Inter e Moratti. Da lì non si scappava. Per i media quello del fair play finanziario è sempre stato esclusivamente un problema dell’Inter e di Moratti e stop. E invece no. Sorpresa: sulla Repubblica online Walter Galbiati (uno da tenere d’occhio dato che non è la prima volta che mi trovo a segnalare una sua notizia interessante) ci fa sapere che il fair play finanziario, caso mai dovesse essere applicato sul serio, non riguarderebbe soltanto l’Inter. Eh già: Juventus, tre scudetti, oltre 160 milioni di rosso e 200 milioni di debiti. Copioincollo:

Dall’inizio della sua presidenza (aprile 2010) Agnelli ha già collezionato 159,6 milioni di perdite a cui si aggiungeranno quelle di quest’anno. I debiti sono andati di pari passo. A marzo 2014 la posizione finanziaria netta era negativa per 198,9 milioni in aumento di 38,6 milioni di euro rispetto ai 160 milioni di inizio stagione. Il peggioramento è stata causato, come al solito, dalla campagna acquisti per rafforzare la rosa. 

Vuoi mettere, allora, la soddisfazione? A noi interisti ci hanno frantumato le palle, in questi ultimi disgraziatissimi anni, con il fair play finanziario. Quasi che tutti i mali del calcio dipendessero da Massimo Moratti e del suo troppo amore per l’Inter. Tanto che a ogni occasione i media ci sono andati a nozze, facendo passare Massimo Moratti quasi per un criminale ed evocando scenari apocalittici. Sarebbe cioè finito il mondo (non solo il calcio) se solo Massimo Moratti non avesse smantellato immediatamente tutta la squadra — cosa che in effetti gli è riuscita benissimo — così faticosamente messa insieme nel corso del tempo. Domanda (retorica): tv e giornali ora saranno altrettanto pressanti anche con la Fiat?

Ho sempre ritenuto il fair play finanziario (in linea di principio condivisibile se applicato in maniera imparziale, senza eccezioni) semplicemente una cazzata, non fosse altro perché è un’idea di Platini. Ma soprattutto perché di ardua applicazione in un calcio con interessi troppo forti e tra l’altro ormai fuori controllo. O meglio: Platini ha potuto alzare la voce con Massimo Moratti e costringere l’Inter (e solo l’Inter) a ridimensionarsi, perché Massimo Moratti è, diciamo così, un buono. C’è da dubitare però che Platini possa fare altrettanto con tutte le altre grandi società d’Europa perfino ancor più indebitate. Vedremo allora — e ci sarà da ridere — se per esempio Platini sarà altrettanto inflessibile anche con la Fiat.

La classe dirigente seria, mica (per dire) Berlusconi

Paola Severino

Perché un conto è il capitalismo di rapina di cui parlava nei giorni scorsi Alberto Statera (La morte di Emilio Riva, re dell’acciaio dal boom dell’Ilva al disastro ambientale) e un altro invece la cosiddetta buona borghesia italiana, la classe dirigente colta e soprattutto liberale che mai e poi mai, a differenza (per dire) di Berlusconi, si farebbe risucchiare per una volgare questione di soldi in un pur minimo conflitto d’interessi. Infatti: Severino legale dell’Ilva al tavolo con il governo, Bonelli: “Una vergogna”. Scrive Mario Diliberto da Taranto:

A una settimana dalla morte del patron Emilio Riva, è scattato nel primo pomeriggio il vertice a Palazzo Chigi dedicato al colosso dell’acciaio. L’incontro è stato coordinato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, e hanno partecipato il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti. Al gran completo, l’attuale gestione dello stabilimento con il commissario Enrico Bondi e il suo vice Edo Ronchi. La famiglia Riva è stata rappresentata dall’ex ministro della Giustizia Paola Severino. Una presenza che non è passata inosservata, “un fatto gravissimo”, secondo il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, che ha aggiunto: “Questa è la prova provata che gli interessi dei Riva sono stati ampiamente rappresentati nel governo Monti e che continuano ad avere sponda anche in questo”. 

Sfruttati e sfruttatori

Un'immagine dei fumi tossici emessi dall'Ilva di Taranto

La morte di Emilio Riva, re dell’acciaio dal boom dell’Ilva al disastro ambientale, ritratto di capitalismo all’italiana magistralmente scritto da Alberto Statera sulla Repubblica di oggi, è forse lì a ricordarci — proprio il Primo Maggio, festa dei lavoratori e dei troppi disoccupati — che in fondo siamo sempre lì, allo stesso punto di partenza, che cioè sia ancora tutta una questione di sfruttati e sfruttatori:

VEDE signor Tanzi — sibilò Emilio Riva in una sua rara apparizione in Confindustria fissando negli occhi il patron di Parmalat — se io la prendo per i piedi e la scrollo, dalle sue tasche esce tanta, tanta carta. Se invece è lei a prendere me per i piedi, dalle mie tasche escono tanti, tanti soldi». Vero, Callisto Tanzi era gonfio di carta e il “padrone delle ferriere” era “ricco come un maiale”. Come il Mazzarò di Verga, ma non generoso e amato dai suoi operai come il personaggio del romanzo di Georges Ohnet. Solo la pietà che si deve ai morti consente di accettare oggi le parole del presidente di Federacciai, Gozzi, che celebra il defunto come un grande e illuminato capitano d’industria, il quale fu in realtà l’anima meno nobile del già tutt’altro che nobile capitalismo d’Italia.
È vero, Riva di soldi sonanti ne ha fatti tanti, fin da quando negli anni Cinquanta faceva il rottamaio insieme al fratello Adriano, vendendo ferraglia alle acciaierie del bresciano. Ma, al contrario di quanto amava dire, non li ha reinvestiti nelle sue aziende. Molti miliardi hanno preso la via dell’estero a costituire un piramidale tesoro familiare, come hanno fatto molti suoi colleghi capitalisti, anche quelli con lombi meno plebei. E quando li ha reinvestiti non solo non ha messo in sicurezza l’acciaieria di Taranto, corrompendo e mettendo a rischio la salute di un’intera città, ma tagliando gli investimenti necessari per migliorare la qualità degli acciai in un mercato mondiale sempre più sofisticato. I conti migliorarono, ma la qualità no, tanto che gli acciai dell’Ilva non furono più buoni per fare le carrozzerie delle auto.
Il colpo grosso lo aveva fatto inserendosi nel vento delle spesso sciagurate privatizzazioni delle imprese di Stato. Quasi vent’anni fa comprò l’Ilva dall’Iri presieduto da Romano Prodi per 1.460 miliardi di lire. Ripulita di 7.000 miliardi di debiti, la nuova società cominciò a produrre utili al ritmo di 100 miliardi di lire al mese. «L’età del ferro non è mai finita», diceva mentre per lui incedeva l’età dell’oro e per Taranto l’età della rovina. «Non ho mai accettato — aggiungeva — relazioni particolari con nessuno: sindacati, chiesa, partiti politici». Niente di più falso: la procura di Taranto ha trovato pagamenti di corruzione a partiti, sindacalisti, preti e giornalisti. Quando Berlusconi precettò i “patrioti” per la folle operazione di salvataggio dell’Alitalia, che doveva sottrarre la compagnia di bandiera alle grinfie dei francesi e che qualcuno dovrà prima o poi contestargli nei salottini televisivi alla panna, fu lui il più patriota di tutti, sborsando 120 milioni di euro per diventare il primo azionista italiano. Poi si capì bene il perché. Aveva bisogno della Autorizzazione integrata ambientale per l’Ilva, che il governo Berlusconi concesse senza colpo ferire. Si batté come una leonessa, su ordine del capo, l’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, che per ottenere il risultato riempì la commissione incaricata di redigere il verdetto di ignoti personaggi siciliani e mise a presiederla tale Fabio Ticali un trentenne autore di una pubblicazione sul ravaneto, che nelle cave di pietra è quel luogo in pendenza dove si accumulano i detriti. Nulla a che vedere con la diossina di Taranto.
Oggi a Taranto e negli altri stabilimenti non devono essere troppo a lutto gli operai dell’Ilva non solo per il disastro umano, ecologico e industriale cui il padrone li ha condotti, ma anche perché i casi di paternalismo peloso e arrogante autoritarismo che ti senti raccontare sono un’antologia agghiacciante. Quando nel 1975 fu arrestato per omicidio colposo a causa di un incidente sul lavoro, Riva annunciò la chiusura della sua acciaieria di Caronno Pertusella finché non lo avessero rimesso in libertà. Poi, tra i cento episodi, c’è la storia della “palazzina del disonore”, raccontata in un libro da Gianni Dragoni. Cos’è? È una spettrale costruzione all’interno dell’acciaieria di Taranto dove rinchiuse 79 lavoratori senza alcuna mansione, impiegati che non avevano accettato di passare alle mansioni di operai. Un anno e mezzo dopo arrivarono i carabinieri per liberarli. Riva fu condannato con sentenza definitiva a un anno e sei mesi per aver usato “uno strumento coartatorio per liberarsi, a mo’ di vera e propria decimazione, di un certo numero di impiegati”. Così sentenziò la Cassazione.
I Riva sono una grande famiglia e di certo non tutti sono come il capostipite. I figli sono sei, due femmine e quattro maschi. Claudio pare si sia scontrato più volte con il padre-padrone ed era andato ad occuparsi delle attività armatoriali; Fabio, il più grande, era il numero due del gruppo; Nicola, finito agli arresti col padre, si occupava della produzione e Daniele dello stabilimento di Genova. Lavoravano in azienda anche i nipoti Angelo, Cesare e Emilio. E naturalmente nel grande casato non tutti sono votati a una forma di capitalismo muscolare e vessatorio, insensibile ai danni prodotti all’ambiente e alla salute dei cittadini, miope nell’innovazione industriale. Ma un po’ del Dna del capostipite qualcuno lo deve aver preso. Emilio, il nipote omonimo, parlando al telefono col padre Fabio, il primogenito, dopo un incontro con Vendola suggerisce: «Facciamo un comunicato stampa fuorviante tanto per vendere fumo, dicendo che tutto va bene e che l’Ilva collabora con la Regione». E il padre: «Che saranno mai due casi di cancro in più? Una minchiata». Capito? Una minchiata.
Pace ai morti, ma per favore nessuno ci parli più di capitalisti illuminati e di grandi capitani d’industria, genia pressoché ignota in una terra spesso votata al capitalismo di rapina.

Charles Clyde Ebbets, "Pranzo in cima a un grattacielo", New York, 1932

Il ministro di famiglia

Renzi con Guidi

C’è oppure no conflitto di interessi per il decreto del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi sui contributi per i mezzi a basse emissioni? Lo spericolato Walter Galbiati sulla Repubblica online dice di sì: La Guidi firma gli incentivi in conflitto di interessi. L’impresa di famiglia produce veicoli elettrici. Mica vero, però. Potevano esserci dei dubbi se solo Renzi avesse scelto come ministro invece di Federica Guidi la cugina o, che so, un ragioniere della Ducati Energia. A quel punto sì che sarebbero sorti antipatici sospetti. Così invece è tutto assolutamente trasparente: nessun conflitto e solo interessi.

Il modello economico di Eataly cui si ispira Renzi

Invece di fare opinione, i giornali dovrebbero sopratutto sforzarsi di raccontare la realtà nella sua concretezza quotidiana. Carlo Tecce del Fatto, per esempio, ha avuto la bella pensata di andare a accertarsi di persona come funziona (nei fatti e non come viene raccontata nei talk show) un’azienda per così dire simbolo del nuovo Pd  di Matteo Renzi e cioè Eataly di Oscar Farinetti. L’esito di questa ricognizione sul campo, pubblicata ieri, non sembra essere entusiasmante. Anzi. Ma è una verifica — queste sono le cose su cui il Fatto Quotidiano dovrebbe insistere, cercando allo stesso tempo di lasciare un po’ da parte le troppe cronache giudiziarie — se non altro molto istruttiva.

Articolo del Fatto Quotidiano sul modello economico di Eataly cui si ispira Renzi

+ CLICCA SULL’ARTICOLO PER INGRANDIRE

Cerca i soldi e trovi le vere questioni politiche

Napolitano con Elkann e Marchionne

Giorgio Napolitano con John Elkann e Sergio Marchionne

L’articolo sulla Repubblica di Federico Fubini a proposito della Fiat che riceve dallo Stato più di quanto versa, con il ricorso alla Cig superiore ai contributi — articolo che Rudi Ghedini opportunamente segnala — credo sia abbastanza indicativo su come funzionano realmente le cose in Italia.

Per dire, l’argomento in questione, data la sua incontestabile rilevanza, dovrebbe essere affrontato e discusso con grande attenzione. Ecco cioè di cosa dovrebbero parlare giornali e tv tutti i giorni. Credo di non poter essere smentito se dico che ciò non succede mai o al massimo raramente. Quella di Fubini è piuttosto un’eccezione, uno strappo alla regola, insomma.

Eppure appare evidente che l’entità degli aiuti statali concessi a un gruppo così importante come la Fiat e le innegabili ripercussioni di una tale politica economica siano per forza di cose di grande interesse pubblico. Com’è possibile allora che passi sotto silenzio o quasi? Il fatto è che quando ci sono questioni che possono ledere anche solo minimamente gli interessi della Fiat come anche di qualsiasi altro grande gruppo industriale (tipo, tanto per fare un altro esempio di stretta attualità, l’Ilva) i media glissano, stemperano, banalizzano.

Per carità, in Italia non esiste censura. Dalla più importante alla più stupida, ogni notizia viene sempre data. E ridata, in tutte le salse e a oltranza. Non tutte le notizie però vengono trattate allo stesso modo, proprio no. Cambia sensibilmente il modo in cui una notizia viene data, il rilievo che le viene data, l’attenzione che le viene data. E anche quando bene o male una notizia viene riportata con sufficiente spazio succede, può succedere, che su di essa invece di accendersi il confronto cali un silenzio assordante. Invece di essere ulteriormente sviluppata e approfondita viene subito dimenticata. Soprattutto quelle che, e qui ci si riallaccia alla Fiat o all’Ilva, potrebbero risultare eventualmente sgradite. Anche se dovessero trattare questioni per niente marginali. Anzi. Ed è anche questo un motivo tra i tanti altri per poter affermare senza ombra di smentita che il nostro non è un Paese serio.

Per l’appunto

Come non copiaincollare integralmente un post di Alessandro Gilioli così sinteticamente perfetto?

Quindi, unendo i puntini, è ufficiale e definitivo: negli anni ‘70 e ‘80 Berlusconi ha mediato con Cosa Nostra ospitando in casa un presidio mafioso; nel 1991 ha corrotto un magistrato per portarsi a casa Mondadori; negli anni ‘90 ha ideato un gigantesco sistema per frodare il fisco e accumulare fondi neri all’estero.

E nel 2013 il Pd ha deciso di allearsi con lui.

Se telefonando scopri tutta l’Italia di Giorgio Napolitano

Ad uso e consumo di chi non l’abbia ancora capito o, peggio, faccia ancora finta di non capire. Il problema dell’Italia non è Berlusconi (o l’impresentabile centrodestra italiano) ma piuttosto la sinistra (o presunta tale) che da vent’anni si nasconde dietro Berlusconi. Altro che Berlusconi: magari fosse solo quello il problema. Come spiega Guido Ruotolo, oggi sulla Stampa, il problema, insomma, il vero problema, è l’Italia di Giorgio Napolitano:

Per non dimenticare nessuno, in questi brogliacci si citano: Matteo Renzi, Massimo D’Alema, Romano Prodi, Giuliano Amato, Enrico Letta, Nicola Latorre, Pierluigi Bersani, Piero Fassino. Nomi di una squadra politicamente nota, quella del Pd a vario titolo. Poi ci sono le sorprese del Pdl: Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Daniela Santanché, Guido Crosetto.

Il neo giudice della Corte Costituzionale, Giuliano Amato, il 14 febbraio del 2010 parla con Mussari e gli chiede «se è vera la voce circa la sua candidatura all’Abi, in modo tale da fare qualcosa per sostenerlo». Mussari conferma l’indiscrezione. C’è un’altra conversazione registrata con Amato, il primo aprile di quell’anno. «Mi vergogno a chiedertelo – esordisce il professore Amato – ma per il nostro torneo ad Orbetello. È importante perché noi siamo ormai sull’uso… Che rimanga immutata la cifra della sponsorizzazione. Ciullini ha fatto sapere che insomma il Monte vorrebbe scendere da 150 a 125». Risponde Mussari: «Va bene. Ma la compensiamo in un altro modo». Amato: «Guarda un po’ se ci riesci. Sennò io non saprei come fare. Trova un gruppo». Mussari lo tranquillizza concludendo: «Lo trovo. Contaci».

Il 24 febbraio Piero Fassino chiama Mussari per sapere quando lo potrà incontrare a Roma. Ma il presidente Mps è per una settimana in ferie. «Ricontattami quando rientri per fissare un incontro. Così facciamo un po’ il punto totale».

Il Corriere e quei poveri banchieri vittime della finanza

Questa poi dei banchieri, i principali responsabili dello sfacelo economico, che grazie alla spudorata compiacenza dei media si ergono a vittime della crisi è veramente il massimo. È come, per così dire, se Totò Riina si mettesse a spiegare di essere diventato mafioso perché non riusciva a trovare un lavoro fisso. Ed è secondo me ancora più grave che uno dei giornali più importanti (se non il più importante) come il Corriere della sera non si vergogni per esempio di far passare simili scemenze che non stanno né in cielo né in terra.

D’accordo, i giornali tutto sono tranne che indipendenti, ma ci dovrebbe essere un limite a tutto. Ci dovrebbe essere insomma una soglia minima di decenza oltre la quale non si dovrebbe mai andare, ci dovrebbe essere cioè un rispetto minimo garantito nei confronti dei lettori. Ma forse è proprio questo il problema: il Corriere della sera è un giornale a volte decisamente ridicolo perché ha dei lettori altrettanto ridicoli. Centinaia di migliaia di lettori nelle migliori delle ipotesi ottusi e ignoranti o peggio ancora delle grandissime teste di cazzo (ipotesi per cui chiaramente io propendo e non da ora). Loro ovviamente, questi pittoreschi paladini della libera stampa che in cuor loro immaginano di essere, non lo sanno o forse fanno finta di niente, ma è bene (non se ne abbia a male chi rientra a tutti gli effetti nella categoria) che qualcuno gli dica la (dura) verità.

Altrimenti non si spiegherebbe come mai giornali come appunto il Corriere della sera (ma è solo uno dei tanti) possano essere così intellettualmente disonesti e non debbano mai rispondere delle proprie nefandezze, soprattutto nei confronti poi di chi il giornale lo compra (continua a comprarlo) nonostante tutto. D’altronde, se così non fosse non si spiegherebbe, sempre in tema di media e comunicazione, il successo televisivo di cialtroni come Gerry Scotti o Paolo Bonolis o altra gente così. È proprio la loro stupidità a decretarne il trionfo da parte di milioni di italiani per cui la tv è come uno specchio in cui riconoscersi compiaciuti e soddisfatti. Piacendosi, tra l’altro, assai.

Uguaglianza e mobilità sociale: i veri problemi dell’Italia

Uguaglianza e mobilità sociale i due grandi problemi irrisolti dell'Italia

Roberta Carlini sull’Espresso

In paesi come Usa, Gran Bretagna e Italia almeno metà dei propri vantaggi economici viene dal fattore-famiglia, che invece pesa solo un quinto sui figli di norvegesi, danesi, finlandesi.

(via Piovono Rane)

Ogni programma politico di qualsiasi sinistra possibile parte dall’esigenza etica, pratica, umana di spostare l’Italia molto più in basso e molto più a sinistra – domani, subito – in questa cazzo di tabella.

Panebianco e i magistrati da “rieducare”

Il professor Angelo Panebianco

Il professor Angelo Panebianco

Sul Corriere della sera continua l’opera di rovesciamento della realtà. Dopo l’editoriale di ieri firmato da Sergio Romano c’è oggi quello di Angelo Panebianco. Stavolta la tesi, altrettanto singolare, è che la magistratura sia il vero problema della democrazia in Italia perché essendo un potere molto forte e quindi difficile da tenere sotto controllo impedisce a Berlusconi e quelli come lui di fare politica. Ragion per cui bisogna assolutamente riformare la giustizia in modo tale che i magistrati non siano più liberi di indagare come e quando vogliono qualsiasi reato. E soprattutto, sostiene l’editorialista del Corriere della sera, la magistratura va assolutamente “rieducata”. A partire direttamente dalle fonti giurisprudenziali e cioè attraverso una necessaria modifica dei corsi universitari:

Si incida sulle competenze, e sulle connesse «mentalità», di coloro che andranno a fare i magistrati (ma anche gli amministratori pubblici). Si iniettino dosi massicce di «sapere empirico» in quei corsi. Si riequilibri il formalismo giuridico con competenze economiche e statistiche, e con solide conoscenze (non solo giuridiche) delle macchine amministrative e giudiziarie degli altri Paesi occidentali. Si addestrino i futuri funzionari, magistrati e amministratori, a fare i conti con la complessità della realtà. È ormai inaccettabile, ad esempio, che un magistrato, o un amministratore, possano intervenire su delicate questioni finanziarie o industriali senza conoscenze approfondite di finanza o di economia industriale. È inaccettabile che gli interventi amministrativi o giudiziari siano fatti da persone non addestrate a valutare l’impatto sociale ed economico delle norme e delle loro applicazioni. Il diritto è uno strumento di regolazione sociale troppo importante per lasciarlo nelle mani di giuristi puri.

Insomma, secondo il professor Panebianco gli interessi economici devono necessariamente prevalere sul diritto e sui diritti. Non so se definire un’analisi del genere delirante sia passibile di diffamazione, ma resta il fatto che io non trovo altri aggettivi per commentare quello che c’è scritto sulla prima pagina del Corriere della sera.

Panebianco propone per i magistrati una rivoluzione culturale in stile Mao Tse-tung

Sul Corriere della sera oggi Panebianco propone per i magistrati una rivoluzione culturale in stile Mao Tse-tung

Il messaggio di Letta per rassicurare gli evasori

Letta rassicura i piccoli e grandi evasori fiscali: il governo non farà niente per combattere seriamente il fenomeno

Letta rassicura i piccoli e grandi evasori fiscali: il governo non farà niente per combattere seriamente il fenomeno

Apparentemente innocuo e quasi banale, il discorso fatto oggi dal presidente del Consiglio Letta sull’evasione fiscale è invece un segnale importante lanciato ai sostenitori del governo di larghe intese. Ed è un messaggio che, a saper leggere bene tra le righe, tranquillizza e rassicura tutti i piccoli e grandi evasori d’Italia. E cioè: state tranquilli, è il senso vero delle parole del premier, che non succederà niente, non cambierà niente, tutto rimarrà esattamente com’è adesso e com’è da sempre. Il governo, ha fatto capire benissimo Letta, non farà niente per combattere seriamente il fenomeno.

A dimostrazione del luogo comune che vorrebbe far passare il Pd come un partito senza idee, oggi Letta ha dimostrato che non è proprio così. Il Pd potrà essere magari confuso su questioni magari marginali, ma su altre ha invece le idee molto chiare. E non è vero che sia del tutto privo di un programma. Invece c’è eccome ed è quello che vediamo tutti i giorni e di cui oggi Letta se ne è fatto portavoce, quel programma non scritto che Napolitano per primo tiene a ribadire costantemente.

Sbaglia allora Michele Serra nel sostenere che al Pd mancherebbe solo un pizzico di coraggio in più per fare delle scelte qualunque esse siano. Perché quando c’è da prendere posizione sulle cose veramente importanti il Pd non si tira mai indietro. Perché quando Letta fa capire che nella maniera più assoluta non farà pagare le tasse anche a chi non le ha mai pagate per nessun motivo, nemmeno putacaso l’Italia corresse il rischio di finire come la Grecia, bè non solo il Pd esprime dei concetti forti, ma fa anche una ben precisa e inequivocabile scelta di campo. Quella cioè di preservare le sue clientele, difendere a oltranza l’idea che il lavoro nero sia un male necessario e rafforzare sempre di più quel familismo amorale su cui si fonda veramente (ma quale Costituzione…) la repubblica italiana. Che si vuole di più?

Enrico Bondi commissario bugiardo

Enrico Bondi smentisce. Sostiene infatti: “Non ho mai detto, né scritto che ‘il tabacco fa più male delle emissioni dell’Ilva’”. Ma la relazione presentata dal commissario dell’Ilva di Taranto alla Regione Puglia è inequivocabile e la Repubblica lo sbugiarda. Ecco un estratto del documento in cui si afferma che l’aumento dei tumori a Taranto è da addebitare alle sigarette:

Un passaggio della relazione del commissario dell'Ilva Bondi inviata alla Regione Puglia

Un passaggio della relazione del commissario dell’Ilva Bondi inviata alla Regione Puglia (clicca per ingrandire)

Obbligherei Enrico Bondi a fare il metalmeccanico

Il commissario dell'Ilva Enrico Bondi

Il commissario dell’Ilva Enrico Bondi dice che a Taranto si fuma troppo

Sono di sinistra e continuerò a sentirmi di sinistra anche se sono rimasto (e presumibilmente lo sarò forse per sempre) senza più un partito perché secondo me, dopo le bestialità sostenute in un presunto dossier a proposito di inquinamento e tumori a Taranto, uno come il commissario dell’Ilva Enrico Bondi in un Paese appena appena civile dovrebbe essere mandato immediatamente dove so io. In pensione? No. Troppo comodo. Il contrario, semmai.

D’accordo, ha 78 anni ed è quella la prima cosa che gli si vorrebbe augurare e cioè che se ne vada il più presto possibile in pensione che è meglio. Ma è pur vero che Enrico Bondi a 78 anni nemmeno prova un minimo di vergogna a sostenere certe bestialità. Bestialità che umiliano e offendono un’intera città costretta a morire per il lavoro. No.

Sono di sinistra perché credo sia giusto che in un Paese appena appena civile uno come Bondi venga immediatamente obbligato a lavorare. Sarebbe secondo me la condanna peggiore, altro che pensione (tra l’altro d’oro) per chi come Bondi ha passato tutto il tempo a comandare e stop. Così magari per la prima volta, hai visto mai, chissà che non cominci a capire pure lui — anche a 78 anni, perché no? — qualcosa della vita. Soprattutto se poi venisse mandato a lavorare proprio dove dico io e cioè all’Ilva di Taranto. Come metalmeccanico, però. Con un contratto a termine. Ovviamente, sia chiaro, senza che nessuno lo obblighi mai a fumare. Non sia mai gli venisse un cancro.

L’Imu e i miliardi che improvvisamente non ci sono più

Com’era quella cosa dell’emergenza? Ah, sì, ora ricordo: bisognava assolutamente fare un governo perché si doveva salvare l’Italia. E come no.

Aumenta l'Iva

+ clicca sull’immagine per leggere tutto l’articolo

Cialtroni. Non sono nient’altro, con in testa il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni (sì, proprio quello scelto personalmente da Napolitano) che dei cialtroni.

Gente senza onore e senza dignità, sicuramente. Gente senza un minimo senso di pudore. Ma fondamentalmente ministri, professori universitari, statisti ed esperti di ‘sto cazzo. In sintesi: braccia — vergognosamente — rubate all’agricoltura.

E che dice ora Napolitano, monarca assoluto e indiscusso di tutti i cialtroni d’Italia? Qual è, sentiamo, il monito (dio mio, non so se ce ne rendiamo conto) di oggi?

Il ministro Mauro e gli inoffensivi F35

Il ministro della Difesa Mauro annuncia l’acquisto degli F35: “Servono per la pace”. Anche perché in guerra è difficile: cascano.

A marzo un rapporto del Pentagono aveva messo in evidenza altri difetti dei nuovi caccia. Il problema più grave – è scritto nel documento del Pentagono – riguarda la visibilità posteriore dell’F-35. Nei duelli aerei, infatti, il pilota non riuscirebbe a vedere nulla di chi o cosa gli vola dietro, e il pericolo di venire abbattuto sarebbe dunque gravissimo. Il display nel casco di volo, inoltre, non fornirebbe un orizzonte artificiale analogo a quello reale. Il radar in alcuni voli di collaudo si è mostrato incapace di avvistare e inquadrare bersagli, o addirittura si è spento.

I cacciambombardieriLockheed Martin F-35

Rassegnati

Un'immagine della manifestazione della Fiom sul lavoro

Un post di Alessandro Gilioli che definirei bellissimo se non fosse per l’argomento che tratta:

«Erano incazzati?», mi ha chiesto stamattina un collega. Magari, ho risposto io. Magari fossero ancora incazzati.

Di sicuro non è del Pd

Torre di Babele

Se a dire qualcosa di sinistra è chi non ti aspetteresti mai fa certo un bell’effetto. Che, voglio dire, con tutte le debite prevenzioni del caso (tipo una certa ambiguità nei rapporti ancora non ben chiariti con la dittatura argentina) è pur sempre un bel sentire.

Sim Sala Bim: l’Imu non c’è più

Il mago Silvan

Pare che il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni (fortemente voluto da Napolitano) abbia trovato la soluzione sull’Imu. Sarà cancellata come vuole Berlusconi e al posto suo verrà opportunamente creata una nuova tassa comunale. La tassa insomma rimane, ma si chiamerà con un altro nome. Secondo me, manco Silvan.

(Sì, sto seriamente pensando di non seguire più questa oscena rappresentazione quotidiana che chiamano politica. Non ne vale veramente la pena. È solo tempo perso)

Pronti via ed ecco la prima “manovrina”

La prima manovrina di Letta

Dove eravamo rimasti? Ah sì, con il governo Letta si ricomincia da dove ci si era lasciati con il governo Monti e cioè con l’arrivo di nuove tasse, sempre e solo nei confronti di chi ovviamente già le paga. Ecco insomma che spunta improvvisamente —  nemmeno il tempo d’insediarsi — una nuova (e ti pareva) manovra finanziaria. Una manovrina, mettono subito le mani avanti, niente di che: 7/8 miliardi, scrive l’Huffington Post, per coprire tra l’altro anche le mancate entrate dell’Imu qualora Letta obbedisse all’ordine di Berlusconi di sospenderla. Ma anche questa cosa della manovrina che diventa mano a mano una manovrona è una strategia già nota: non vogliono spaventarci e ce lo diranno gradualmente quale sia la vera cifra e quali tasse prevedono di appiopparci.

  • UPDATE
    Nemmeno 12 ore dal primo lancio della notizia sulla possibile prima manovrina del governo Letta, sulla home di Libero la cifra è già salita di 1 miliardo…

    Sale il costo della manovrina del governo Letta

Barzellette cinesi

Banconote cinesi

Su Weibo, il Twitter cinese, scrive Guido Santevecchi, circola una barzelletta:

«All’inizio volevamo liberare l’umanità intera e costruire la società comunista; poi ci siamo proposti di edificare la società socialista benestante; poi ci hanno spiegato che anche arricchirsi, tutti insieme, è glorioso; ora ci dicono di accontentarci di mantenere la stabilità».