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Giornali, giornalisti e due marò

La copertina del libro di Matteo Miavaldi sui due marò in India

Com’era quella storia dei due marò? Ah, ecco, sì.

(via Alessandro Gilioli  e prima ancora via Wu Ming un libro con una versione… decisamente inedita di come potrebbero essere andati i fatti)

Francesco Piccolo e la dieta Dukan

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo racconta la sua dieta Dukan:

Anch’io ho fatto la dieta Dukan. Ho mangiato soltanto proteine per tre giorni (si chiama «fase d’attacco»), e in seguito un giorno proteine e verdura e un altro solo proteine, fino al raggiungimento del peso suggerito. Alla fine, ho perso sette chili, e sono molto soddisfatto della dieta. Soprattutto perché ho anche imparato una serie di cose. Prima di tutto, il corpo ha bisogno di rigatoni e Oro Saiwa molto di più di quanto si possa immaginare. La notte non sognavo altro. Sognavo anche Scarlett Johansson, ma ho scoperto che il corpo e la mente umana possono fare a meno di Scarlett, ma non degli Oro Saiwa. Scoperta piuttosto interessante, e in qualche modo confortante.

Poi, ho capito in modo più preciso perché le tigri e i leoni sono così aggressivi. In pratica, anche loro fanno la Dukan. In modo estremo, oltretutto, nel senso che praticano la fase di attacco (che negli esseri umani varia da tre a cinque giorni) per tutta la vita. L’ho capito perché nei giorni della dieta sono diventato una persona estremamente aggressiva. Le energie molto attive delle proteine sono bilanciate da carboidrati e zuccheri che rendono più paciosi e sonnolenti. Ma se le lasci agire da sole, sono incontrollabili. Ho mandato a quel paese, urlando, una enorme quantità di persone, e la dieta è finita in tempo utile per non perdere tutti i lavori che mi ero procurato. Per l’intera giornata in cui ingurgiti proteine, non hai altro desiderio che picchiare qualcuno. Una volta ho preso mio figlio, l’ho piantato contro il muro tenendolo per il bavero, gli ho urlato cose irripetibili a voce molto alta e a distanza ravvicinatissima, e se non mi avessero fermato gli avrei dato una testata in faccia. Tenete conto che mio figlio ha poco più di tre anni.

Continua qui.

Le pantofole di Roddy Doyle

Nick Hornby

Nick Hornby

Mi piacciono particolarmente due narratori: uno inglese, Nick Hornby di 55 anni e un altro irlandese, Roddy Doyle, di 54. Il loro modo di scrivere mi piace però in maniera molto diversa. Hornby riesce a incantarmi con la forza della sua ironia e la bellezza del suo stile e io non posso che ammirarlo. Doyle invece no. Non mi posso neanche porre il problema se ammirarlo oppure no perché la sua scrittura, al di là del fatto se mi piaccia oppure no, mi coinvolge a prescindere. Tanto che ogni volta – anche quando scrive delle cose non certo trascendentali – invece che di stare a leggere delle semplici storie a volte mi sembra di essere sul lettino di uno psicanalista.

Roddy Doyle

Roddy Doyle

È una cosa strana: anche quando dice delle banalità o meglio cose che io considero banali invece di irritarmi (come di solito mi succede con altri narratori) Doyle riesce comunque a toccarmi nel vivo, a colpire la mia sensibilità. Come se ci conoscessimo nella vita reale e da tanto tempo e mi divertisse ad ascoltare un vecchio amico anche se magari sta dicendo cazzate. Tipo, per esempio, quando leggo questa cosa (ne copioincollo una a caso) qui:

La copertina del romanzo di Roddy Doyle BullfightingIo non avevo mai posseduto un paio di pantofole in vita mia. Adesso invece mi servono. Queste qui le ho prese al Clery’s. Sono delle buone pantofole. Ottime. Ma non le avrei mai volute. Non le avrei mai volute, cazzo. Non avrei mai voluto essere un uomo in pantofole. Mi è sempre piaciuto sentire la casa sotto i piedi. Se ti infili un paio di pantofole sei fregato; la vita è finita. L’ho sempre pensata così, fin da quando ero ragazzino e mio padre ne prese un paio di nostro nonno e se le infilò; si sedette nella sua poltrona nell’angolo e non si alzò mai più. Cioè sì, qualche volta si alzava.

Andava a lavorare, entrava in cucina e saliva al gabinetto. Ma per il resto niente: era vecchio. Arrivò al punto di non salutare nemmeno, quando tornava dal lavoro. Ci ignorava tutti, compresa mia madre, finché non aveva i piedi al sicuro dentro le pantofole. A quei tempi non andavamo d’accordo. Un po’ come fra me e la mia più grande, in effetti. E qualsiasi cosa odiassi di lui, di me, di tutto, me la prendevo con le pantofole. E adesso eccomi qua: me le sono comprate anch’io.

Ovviamente, rifacendomi ancora al discorso di prima, io non ho le pantofole e non le ho mai portate. Ma è come se le avessi comprate.

Roberto Roversi

DA DESCRIZIONI IN ATTO (DECIMA DESCRIZIONE IN ATTO)

IV
Dice Kant la disciplina del genio
(ossia l’educazione) è il gusto: gli ritaglia
le ali e lo rende pulito e costumato.
Il grande Kant, savio nella sua stanzuccia
di legno, con l’onda delle idee
che si scioglie in un silenzio ordinato
e sulle vie (deserte) lo zoccolo di un cavallo.
Ma questo, che siede anch’egli, è un uomo, nella casa
con moderati calori, in un quarto piano
di paese italiano, che è, che sarà? così lontano
dai rumori. Ah, non è costumato e pulito. Non costumato,
è tutto dentro sbrecciato, pendente,
insolente, tenero e terso, muscolo
macellato in una sordida ignominia,
ingorgo meschino, è gramigna spesa secca
raccolta da una vecchiaccia che insacca.
Questo non sarà polito, eh no, costumato non è (le circostanze
non lo permettono), non è pulito – tutti sentono
sulla via lo zoccolo di una morte
passare alternando il suono con quello dello spazzino
(e la sua tromba). L’alba, all’alba, l’alba
– disegnare contro i vetri col fiato –
è, nello strizzarsi delle vene,
così distesa distante, la mano aperta, occhiaia
di questa giornata incerta nella scelta, stramazzerà
fra noi farneticando (presto, fra noi) di dolori antichi
e dei nuovi congegni. Ammonisce così riservata superba
a non perdere le occasioni (la vita è un fulmine nel tempo)
intanto – una ragazza sulla gamba perfetta
nell’ambito di una stanza indossa la vestaglia
spenna se stessa nello scirocco ferito da una calza
irride alla varietà degli umori
agitata da una innocua speranza.

Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 – 14 settembre 2012)

Se la Repubblica fa passare Volponi per analfabeta

Volponi analfabeta

La citazione, attuale e appropriata, merita attenzione. Solo che quelli delle pagine culturali della Repubblica sono riusciti a far passare per analfabeta Paolo Volponi.

D’accordo, l’apostrofo di troppo sta pure sul testo originale (prima riga di pag. 136) ed evidentemente si è trattato di un banalissimo copiaincolla. Ma sulle pagine culturali di uno dei maggiori quotidiani italiani una distrazione così fa davvero effetto.

Domanda: qualcuno legge i pezzi prima di chiudere le pagine? No, perché in certi quotidiani di paese i redattori sono talmente pochi (e quasi tutti precari e malpagati) che a volte nessuno ha il tempo di controllare quello che viene pubblicato. Nei giornali di paese, almeno, funziona così.

Il senso della vita secondo Tony Pagoda. Copioincollo da Tony Pagoda e i suoi amici di Paolo Sorrentino:

Copertina di "Tony Pagoda e i suoi amici"La vita, diciamo la verità, è proprio infame. Da bambino, ricordi tutto, ma non hai niente da ricordare. Da vecchio, non ricordi nulla, ma avresti fiumi di cose da far accomodare sul tavolino della nostalgia. Ti si spappola tra le dita, come la brioche secca di tre giorni fa, la memoria dei momenti altisonanti. Tutto si fa consuetudine inerte. Quando il vecchio piange, non ricorda perché piange. Quando il bambino piange, è perché desidera momenti altisonanti che non ricorderà.  La vita è un’invenzione un po’ del cazzo. Ci hanno buttato laggiù, per farci interagire. Per farci scoppiettare il cuore a contatto con tizio, caio e il tramonto e poi, puf, tutto sfuma negli ingorghi della dimenticanza. Allora ci si inventa le peggio cose per raccontarsela diversamente. Si chiama allenamento alla disperazione. L’attitudine del miserabile: nobilitare il residuo, tramandare l’intramandabile. L’umanità, dunque, è miserabile. Non si discute su questo. Eppure, non è stato inventato ancora niente di meglio. Perché, quando si palpita, si palpita. Tutte le emozioni della vita non hanno senso. Si addizionano tra loro, incongrue, per accumulo. Compongono la vita, come una lista della spesa. E questo, infine, è il senso.
“È pochino,” dicono tutti gli altri.
“Questo passa il convento,” diceva solo mia madre, che c’era stata veramente in convento.

La copertina del libro La commedia umana

La regola che ricordo sempre ai miei sceneggiatori è quella di scrivere solo “scene figlie”. Non mi trovo a
mio agio con gli eccessi delle scene madri. — Mario Monicelli (dal libro-intervista di Sebastiano Mondadori La commedia umana. Conversazioni con Mario Monicelli, Il Saggiatore, 2005)

Le inascoltate parole di Leonardo Sciascia

Il giorno della civetta di Leonardo SciasciaA proposito di mafia (e corruzione) in Sicilia (come in Italia) ricopio dal romanzo Il giorno della civetta pubblicato da Leonardo Sciascia nel 1961, più di cinquant’anni fa:

“Questo è il punto” pensò il capitano “su cui bisognerebbe far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. Un nuovo Mori diventerebbe subito strumento politico-elettoralistico; braccio non del regime, ma di una fazione del regime: la fazione Mancuso-Livigni o la fazione Sciortino-Caruso. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi… In ogni altro paese del mondo, una evasione fiscale come quella che sto constatando sarebbe duramente punita: qui don Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà molto ad imbrogliare le carte”.

«Gli uffici fiscali, a quanto vedo, non sono la sua preoccupazione».

«Non mi preoccupo mai di niente» disse don Mariano.

«E come mai?».

«Sono un ignorante; ma due o tre cose che so, mi bastano: la prima è che sotto il naso abbiamo la bocca: per mangiare più che per parlare…».

Elio Pagliarani, La ragazza Carla e l’Italia senza memoria

Elio PagliaraniA vent’anni leggevo parecchia poesia italiana e ho amato molto Dino Campana, Camillo Sbarbaro, Corrado Govoni, Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Vittorio Sereni, Franco Fortini, Luciano Erba, Antonio Porta, Roberto Roversi, Giovanni Giudici, Francesco Leonetti e anche Elio Pagliarani (Viserba, 25 maggio 1927 – Roma, 8 marzo 2012):

Un amico psichiatra mi riferisce di una giovane impiegata tanto poco allenata alle domeniche cittadine che, spesso, il sabato, si prende un sonnifero, opportunamente dosato, che la faccia dormire fino al lunedì. Ha un senso dedicare a quella ragazza questa «Ragazza Carla»?

LA RAGAZZA CARLA

I

1

Di là dal ponte della ferrovia
una trasversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.

Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che
[cammina
i camion della frutta di Romagna.

Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine

Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle

Ma c’è il momento che l’abito non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto

Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.

2

Il satiro dei boschi di cemento
rincasa disgustato
è questo dunque
che ci abbiamo nel sangue?

O saranno gli occhiali? Intanto è ora
che si faccia cambiar la montatura.

3

Se si diventa grandi quando s’allungano
le notti, e brevi i giorni
ecco ci sono dentro
sembra a Carla di credere, e sta attenta a non muoversi
ché il sonno di sua madre è così lieve nel divano accanto
– ma dormirà davvero, con Angelo e Nerina
che fanno cigolare il vecchio letto
della mamma!
e Carla ne commisura il ritmo al polso, intanto che sudore
e pelle d’oca e brividi di freddo e vampe di calore
spremono tutti gli umori del suo corpo. E quelle
grida brevi, quei respiri che sanno d’animale o riso nella
[strozza
ci vogliono
all’amore?
E Piero sul ponte, e la gente –
tutta così?

S’addormenta che corre in una notte
che non promette alba
sul ponte che sta fermo e lì rimane
e Carla anche.

4

La madre fa pantofole, e adesso che Nerina ha suo marito
c’è Carla che l’aiuta: infila l’ago, taglia le pezze
fa disegni buffi, un fiocco rosso
in cima, un nastrino di seta
che non vanno
chi compera pantofole dalle Dondi
non ha civetterie: le vecchie vogliono le prove,
e pantofole calde, pagamento più tardi che si può

due anni che una signora Ernani ha da pagare
le sue trecento lire, e puzza di liquori

le giovani sposate sono sceme, alle cose gentili non ci
[vogliono
nemmeno un po’ di bene, anzi le guardano con rabbia
man mano che col tempo si dimenticano
d’esser state ragazze da marito

Qui non si nega che si possa
morire un giorno con un fiocco al collo
uno scialle di seta vivacissimo,
ma è proprio questo: che se torna il nastro
è segno che la donna ecco è già stanca
spremuta tutta, fatta parassita
estranea ai fornelli straniera alla vita
ai calzoni, che pendono in giro frusti
in attesa del ferro da stiro.

5

Nerina l’ha trovato e s’è sposata,
sono saliti insieme tante volte
sul tram, che è parso naturale (lui
la guardava bene, senza asprezza
e senza incanto – e non ce n’era
tanti)

S’è sposata pulita
anche se s’era spinta un poco avanti
e il viaggio di nozze è restato una promessa
per più buoni anni avanti.

Ma Nerina non è stata fortunata
Nerina non ha fatto un buon affare:
in parte si vedeva e in parte fu deciso
così: che Angelo è un abulico,
non è cattivo Angelo ma s’è portato dietro i reumatismi
dalla Germania, e non si muove e non si scrolla
va troppo spesso al cinema

(Alla ditta hanno detto alla signora
fa bene in officina, ma non è
affabile, e chi lo sa come la pensa?) Sì, e prende
ventiseimila con la contingenza.

Lo sapeva anche prima, anche la madre,
e loro gli hanno offerto anche la casa
ma viverci è diverso
è diverso star dentro
e questo, se qualcuno lo sa, è la sua mamma
lei che il numero dei giorni
strappati con le unghie al calendario e trascinati dietro
come un ladro trascina refurtive incommerciabili
porta scritto sul volto e sulle spalle.

6

A Carla suo cognato non le piace
dalla sera del dolce: fidanzato era stato a casa loro
a pranzo, e in fondo, quando c’era il dolce
e tre piatti da dolce e quattro bocche
toccò a Carla pigliarsi la sua parte
in cucina, nel fondo del tegame.

Da questo si capisce che la Carla
l’hanno cresciuta male,
quando mai
s’era vista una festa come quella
l’altr’anno, quindici anni, a carnevale?

a lei tutto il superfluo di affetti e di ricchezza
e la scuola serale

che se nasceva maschio, vuoi vedere
che la vedova lo faceva ragioniere?

7

È dalla fine estate che va a scuola
Guida tecnica per l’uso razionale
della macchina
la serale
di faccia alla Bocconi, ma già più
Metodo principe
per l’apprendimento
della dattilografia con tutte dieci
le dita
non capisce se è un gran bene, come pareva in casa,
spendere quelle duemila lire al mese
Vantaggi dell’autentico
utilità fisiologica, risultato
duraturo, corretta scrittura
velocità resistenza

piano didattico paragrafo primo

La scuola d’una volta, il suo grembiule
tutto di seta vera, una maestra molto bella
i problemi coi mattoni e le case, e già dicevano la guerra
Mussolini la Francia l’Inghilterra.
Qui di gente un campionario: sei uomini e diciotto
donne, più le due che fanno scuola
Nella parte centrale del carrello, solidale ad esso
ecco il rullo
C’è poca luce e il gesso va negli occhi
Nel battere a macchina le dita
devono percuotere decisamente
i tasti e lasciarli liberi, immediatamente
Come ridono queste ragazze e quell’uomo anziano che fa
[steno
e non sa, non sa tener la penna in mano
Ciascun esercizio deve continuarsi
sino ad ottenere almeno
tre ripetizioni consecutive
senza errore alcuno e perfettamente
incolonnate
O quella povera zoppina, la più svelta
a macchina
Quando il dispositivo per l’inversione
automatica del movimento del nastro, o per difetto
di lubrificazione o per mancanza
del gancio
non funziona
O Maria Pia Zurlini ch’era nata
ricca e ha già trent’anni e disperati
sorrisini
l’inversione
si può provocare in vari modi:
colle mani.

8

Studiava senza voglia, ma studiava
a casa si sa bene che un purgante
va preso, e a tempo debito, però
chissà cosa voleva; intanto Angelo
doveva andare a prenderla all’uscita

In Germania lavoravano nei campi
le ragazze, con zappe e con forconi
e tu che cosa aspetti?

Allora si fa avanti e l’accompagna Piero
che fa stenografia perché non vuole
fare il ciclista col padre, un impiego
gli piace di più, porta gli occhiali
A Piero piace il calcio e non lo gioca
mai o troppo poco e forse c’è qualcosa
che gli torce il tronco nel suo sviluppo
e non prende le cose come vengono e senz’armi
e all’insaputa di sé si mette in lotta con l’ambiente.

9

Ma quei due
hanno avuto poche sere per parlare
la prima fu d’impaccio
la seconda
che risero ragazzi per un tale
che parlava da solo d’una bomba
e un altro poco
altro che bomba, all’incrocio di via Meda
la circolare lo piglia sotto se non era svelto
il tranviere
urli, sfoghi pittoreschi e qualcheduno
pronto a far capannello, al raduno
scappano i cani, si tormenta il pizzetto
il bravo ometto ebete e la dentiera.

Dialogo che possiamo immaginare, un vestito sciupato
[troppo in fretta
e tira e molla – barba ometto bomba, che ridere che
[piangere
dialogo che possiamo immaginare, uno così voleva
[riparare
una bicicletta scassata e aveva fretta
fino al portone di Carla
persuasi della colpa originale.
La terza
un istinto battagliero
li condusse a passare per il parco
e fu peggio, che un silenzio
gli cadde addosso e Carla aveva freddo
e Piero zitto e lei anche nel parco di dicembre
Chi sarà questo Ravizza?
chiese Piero, e pentito si nascose
le mani in tasca, che gli davan noia.
Poi uscirono, che zone luminose, allora
qui a Milano,
a Carla assorta e lieve
Piero prese a dire:
Marcia,
quest’anno,
il campionato,
che è un piacere.

Certa gente si sveglia in quei momenti
ridendo a un sonno buono, equilibrarsi
sopra il trolley, amare un’infermiera per baciarla
è troppo facile. Chi abita nel cielo e quanto paga
d’affitto? Ecco le lune
di Giove sopra i fili del telefono, il viale
sarà tutto magnolie e i giardinieri
avranno un gran lavoro.

Pallavolo, se fosse un altro gioco sportivo, con la gente
O palla prigioniera?

Ecco ti rendo
i due sciocchi ragazzi che si trovano
a casa tutto fatto, il piatto pronto
Non ti dico risparmiali
Colpisci, vita ferro città pedagogia
I Germani di Tacito nel fiume
li buttano nel fiume appena nati
la gente che s’incontra alle serali.

II

1

Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all’ombra del Duomo

Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, sorrida e impari le lingue
le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? transocean limited
qui tutto il mondo…
è certo che sarà orgogliosa.

Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il Signor Praték è molto
esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente – così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.

ufficio a ufficio b ufficio c

Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
adesso che lavori ne hai diritto
molto di più.

S’è lavata nel bagno e poi nel letto
s’è accarezzata tutta quella sera.
Non le mancava niente, c’era tutta
come la sera prima – pure con le mani e la bocca
si cerca si tocca si strofina, ha una voglia
di piangere di compatirsi
ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?

Tira il collo all’indietro ed ecco tutto.

2

All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente
cento targhe d’ottone come quella
transocean limited import export company
le nove di mattina al 3 febbraio.

La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?

Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.

Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.

E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera

sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea

non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
coperti di lamiera?

È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.

3

Negli uffici s’imparan molte cose
ecco la vera scuola della vita
alcune s’hanno da imparare in fretta
perché vogliono dire saper vivere
la prima entrare nella manica a Praték
che ce l’ha stretta
A Praték gli vanno bene i soldi
e un impiegato mai, perché la fine
del mese i soldi l’impiegato pochi o tanti
li porta via, e lui li guarda coi suoi occhi
acquosi, i soldi, e non gli pare giusto.
A Praték gli van bene anche le donne
e Lidia che era furba lo sapeva
e l’ha passato mica male, il tempo, sullo sgabello della
[macchina
con le sue cosce grasse.
Ma la moglie coi soldi che è gelosa
vigila sulla serenità delle fanciulle,
Monsieur Praték – in fondo, io sono un filosofo –
non per niente è stato anche in galera
rispetta gli istituti: Lidia parte
entra Carla: può servire che si sappia:
col dottor Pozzi basta un po’ di striscio,
fargli mettere la firma in molti posti.

4

Monsieur Goldstein un mite segretario tradito dal cognome
ha chiesto gli anni a Aldo Lavagnino
ventidue
ho un figlio che combatte in Palestina
anch’io di ventidue, ha detto
questa terra
avrà un pezzo di terra per i nostri
figli?
Questa terra ha mercati
e sul mercato internazionale delle valute
libere o no, Cogheanu, il suo padrone, tiene una rete fitta:
da un’area all’altra trasferiscono ogni giorno
valute in questo modo:
Tel Aviv le quinze Avril o Bombay March twenty five
su blok notes, carta straccia
Monsieur X veuillez payer à notre Monsieur Ypsilon
la somme de quatre vingt dix mille neuf cent cinq
[dollars
Signé Goldstein o Cogheanu

A Bombay a Tel Aviv a Casablanca un ometto Mister X
per quel foglietto paga le sterline
anzi i dollari dollari, oggi son dollari che vanno

nell’affare della soda, bell’e concluso in un momento
[delicato
in quel momento che la soda sul mercato risentiva del
[rilancio
jugoslavo e la Germania era alle porte
e Praték a Roma aveva già comprato
con lire d’Italia e alcune scappellate
al mercato nero delle licenze la licenza
d’esportazione per ventimila tonnellate
fu il rapporto dello scambio
dollaro sterlina – si compra a sterline si vende in dollari
a Londra c’è cancelliere un matto –
che buttò a mare l’affare: tremila dollari di spese
quarantacinquemila non guadagnati quarantotto.

Angelo un osso buco intero, con patate
Carla un pezzo col midollo che le piace
l’altro pezzo Nerina la madre le patate

nessuno sa cosa vuol dire pagamento
contro documenti e perché s’usi
ma la madre orgogliosa guarda Carla

crescere.

5

Però non è sicuro che la Carla
cresca come si deve o voglia o sappia
farlo, come si cresce a quell’età
e quali fatti passino o quali invece
segnino un passaggio, chi lo sa?

A venti o a ventiquattro quanti han scritto
d’esser pronti e d’aver necessità
di rifare all’indietro quella strada
non agevole, fin dentro nelle viscere
di chi li ha fatti nascere, a cercare
momenti di rottura soluzioni
di continuità
che la storia non dà
ma che ci sono stati certamente
se sono come sono?

Carla,
sensibile scontrosa impreparata
si perde e tira avanti, senza dire
una volta mi piace o non lo voglio
con pochi paradigmi non compresi
tali, o inaccettati; desideri
precisi da chiarirsi non le avanzano
a fine mese

a fine mese sangue
maculato tra le gambe pallide
la fa tremare sempre, e Praték quando
la chiama nel suo ufficio per dettare.

6

Per esempio, bisogna sentire come bestemmia
che parole volgari come un uomo solamente
– a Carla nausea e niente voglia di domande –
oggi non mite Aldo
quando la gatta è via i topi ballano
La signora Camilla per calmarlo
non liscia il pelo giusto – con la schiena
che tiene su le spalle, sulla macchina
Carla china la faccia rifugiandosi
nei tasti più veloci
«Ci sono cose che superi soltanto
a letto, incastrato in una donna, e maledetto
il frutto del suo grembo» – Aldo trema
non sa come sfogarsi
A third world war

fondamento del diritto delle genti, l’istituto
della guerra È antico quanto gli uomini: a dirimere
le controversie fra gli stati, sia pure come extrema
[ratio
nulla di piÙ risolutivo ed efficace del ricorso
a codesto, che la dottrina configura e la prassi
[tutela
come sanzione decisiva cui si affida
il ripristino della violata legalità internazionale
– non c’È da farsi illusione, non È tale legge senza
[sanzione –
e la scienza specifica, i trattati, dal grotius ai giorni [nostri
ne illustrano le ragioni e la funzione (della
[guerra-sanzione).
inoltre, la dottrina piÙ recente, sulla scorta degli
[accadimenti
e dell’espressa volontà dei soggetti di diritto
[internazionale,
ha elaborato una nuova figura definita
[guerra-rivoluzione
massima produttrice, ex novo, di diritto: laddove la [prima
ripristina, la seconda crea, mirabilmente
[integrandosi
il sorgere della legge e il suo proseguimento

A third world war
is nécessary, né-ces-sa-ry, go on translate my friend
sporgendo il petto in fuori come un rullo e fronte dura
e io certo ho tradotto, che faccio il traduttore,
che ce ne vuole un’altra, un’altra guerra

Ci sono anche quelli che a sera
si tolgono un occhio mettendolo accanto
alla scrittura di Churchill, sul comodino,
intanto che fumano la sigaretta:
è un occhio fasullo, di vetro, ma è vera
l’orbita cava nel volto.
Ma farlo di giorno, in piena luce di sole
per sgomentare l’amore
mi vuoi bene così?
Ma farlo di giorno smerciandolo
come salvacondotto al tedesco
non sono un uomo intero pertanto
puoi fare a meno di uccidere
me

che la terza guerra mondiale è necessaria
con le mie parole a me
l’ha fatto dire – in un angolo in silenzio
Praték con gli occhi a dire sì e il beota
ridanciano di Biella «Andiamo piano, signori,
non scherziamo».

Lui dice pane al pane
il turco è assai potente
fare il furbo non gli serve a niente.

Poi, chissà perché, mai fatto prima,
Aldo la segue all’uscita le offre un Campari
Carla adesso rifiuta – ci ha già pensato scendendo –
e invece dice di sì, a Cappellari
si prende il suo aperitivo, se lo mescola
con un po’ di vergogna
e in tram le gira la testa

fortuna che i tram
fortuna che nei tram di mezzogiorno
la gente ti preme ti urta ti tocca
magari ti blocca col gomito
ma non ti lascia cadere.

7

Chissà cosa vuol dire debolezza
forza, nella gente, spina dorsale.
Chissà che cosa sanno quanti sanno
ciò che vogliono, che spingono avanti la certezza
di essere, come fossero da sempre
uomini, e per sempre.

Casa mia casa mia
per piccina che tu sia
c’è Nerina con la pancia
con lo schiaffo sulla guancia
del marito che lavora
chi lo sa per quanto ancora
c’è la madre che permette
calze larghe calze strette
tutto bene come fosse
un bambino con la tosse
ogni giorno sempre uguale
c’è una volta carnevale
c’è una volta carnevale
c’è una volta.

III

1

No, no, no – Carla è in fuga negando

una corsa fra i segnali del centro non si nota
se non c’è fra i venditori di sigarette
un meridionale immigrato di fresco
ancora curioso di facce
avanti in marcia
chi ci mette la carica?
scapigliata pallidona
non è vero se non urli, come, paonazzo atrabiliare,
quel tale per diffondere un giornale

questo no. Ho paura, mamma Dondi ho paura
c’è un ragno, ho schifo mi fa schifo alla gola
io non ci vado più.
Nell’ufficio B non c’era nessuno
mi guardava con gli occhi acquosi
se tu vedessi come gli fa la vena
ha una vena che si muove sul collo
Signorina signorina mi dice
mamma io non ci posso più stare
è venuto vicino che sentivo
sudare, ha una mano
coperta di peli di sopra
io non ci vado più.
Schifo, ho schifo come se avessi
preso la scossa
ma sono svelta a scappare
io non ci vado più.

Sagome dietro la tenda
Marlene con il bocchino sottile
le sete i profumi i serpenti
l’ombra suona un violino di fibre
di nervi, sagome colore di sangue
blu azzurro viola pervinca, sottili
le braccia le cosce
enormi, bracciali monili sul cuore
nudo, l’amore
calvo la belva che urla la vergine santa
l’amore che canta chissà
dietro la tenda
le sagome.

La vedova signora Dondi
forse si sarà spaventata
ma non ha dato tempo a sua figlia
Non ti ha nemmeno toccata
gli chiederemo scusa
fin che non ne trovi un altro
tu non lascerai l’impiego
bisogna mandare dei fiori
alla signora Praték.

2

Domenica con un fascio di fiori
Aldo a fianco occupato di lei «Telefonano in un circo.
Pronto: batto a macchina e parlo francese, non basta?
So andare in bicicletta e dire il credo, non basta
per il circo? Non sentite che nitrisco, che volete di più
da un povero cavallo?»

con un fascio di fiori più pesante
di una sporta di pane e di patate
in visita ai signori Praték

Ma madama è squisita, dice belli
ai fiori, bravi ai ragazzi, dice che sciocchezze
dice che Aldo è un giovane per bene
che sono proprio una coppia divertente

forse dice fra i denti almeno questo
le facesse la guardia l’impiegato

Autour des neiges, qu’est ce qu’il y a?
Colorati licheni, smisurate
impronte, ombre liocorni
laghi cilestri, nuvole bendate,
risa dell’eco a innumeri convalli
la vita esala fiorisce la morte
solitudine imperio libertà.

3

Quante scuse le donne, quante moine
per non lavorare. Più bassi ancora
in ufficio gli occhi, di notte
la madre è sveglia a tutte le ore. Ben vengano
domeniche a spasso con Aldo Lavagnino.

Quando camminano in due per le strade
guardano le vetrine del centro
e qualche volta ci scappano di quei commenti
che fanno proprio ridere di gusto. Poi Aldo la porta
a vedere i quadri dei pittori, a bere qualcosa,
a sentire un comizio o, più di rado, al cinema.

Al ritorno, che è sera, poi la prende a braccetto
e non dicono niente, ma va bene lo stesso,
solo se la guarda fisso
o le gira lo sguardo afferrandole il mento con la mano
Carla si sente stanca: è proprio ora
di cena, l’ultimo tratto verso casa
bisogna farlo di corsa.

4

Les rouges les rouges regardez la-bas
fa toro e torero Mizar in casa sua, nell’ufficio A
mentre dabbasso
sfilano operai con le bandiere.

Dabbasso sotto i portici c’è una
che vive col maglione, fa già primavera,
ha un petto enorme e grasso
che le dà da mangiare

dabbasso è lei che applaude
e zitti Carla e Aldo a guardare
mentre Mizar fa il matto
poi dice «a lavorare» un po’ più calmo
quando vede la Celere di scorta.

5

Quante parole nei comizi e folla
nel marzo quarantotto! Gente fissa
ogni ora del giorno e della notte in piazza Duomo.
Aldo, Angelo, persino la collega dell’ufficio accanto
vestita così bene
dicono che la gente che lavora
deve stare al suo posto
che si sa bene per chi bisogna votare.

A Carla per il voto le mancano degli anni
e a lei sembrano molti
Aldo s’arrabbia
e invece è lui che fa rabbia
disoccupato quand’è sera, sofferente
al rifugio che notte gli presenta
per molti o pochi soldi,
e se accarezza Carla
le accarezza le mani, e parla.

Ma il sangue, è vero che ha un ritmo
in certi mesi detti primavera
accelerato? e vale anche per noi, qui sotto il ritmo
della città?
e quest’interno rigoglio come viene
tradotto sopra i volti? ma dietro i vetri
che cosa bolle alla Montecatini
dov’è la primavera della Banca
Commerciale?

Aldo s’è messo in testa che la Carla
vada con lui a mangiare, una sera

ma sarà una sera che Carla ha da fare
con tante cose in casa, col bambino
ch’è nato a sua sorella.

Col bambino che è nato e si prende
altro spazio, è più esiguo
l’esiguo margine a fughe

a un totale parziale o sub-totale
non è che può mancare molto;
[sopravvive
difatti, solo chi impara a vivere.

Necessità necessità verbo dei muti
idillio accanto alla calcolatrice
corsa proficua degli storpi, amore
del badilante sullo sterro, gravità
sul capezzolo dei nati, erba del prigioniero,
lo stesso capriccio del vento nel tuo nome
fa portatore di polline natura.

6

Come quelli che non seppero servirsi nell’assenza
del genitore è un trauma poi se manca
la frutta sulla tavola, nessuna scusa a Carla
la pazienza di Aldo sa concedere.
Tacitamente passa una domenica
che uno gira solo e l’altra è in casa,
procedendo poi i giorni come al solito
come strumento
come strumento di tesaurizzazione
come strumento di tesaurizzazione
[l’oro in Europa
si arriva a un altro sabato, ma casca
un approccio, o si perde per aria: domenica bis.

Si può dire benissimo «Esco
a prendere una boccata d’aria» ma anche a questo
a non affogare per strada di domenica da soli
ci vuole temperanza ed abitudine.

Carla non lo sapeva che alle piazze
alle case ai palazzi periferici succede
lo stesso che alle scene di teatro: s’innalzano, s’allargano
scompaiono, ma non si sa chi tiri i fili o in ogni caso
non si vede: attraversando da un marciapiede all’altro sono
[bisce
le rotaie, s’attorcigliano ai tacchi delle scarpe
sfilano le calze all’improvviso – come la remora che in
[altomare
ferma i bastimenti.

Quei bambini sul ponte mentre fanno
una festa dolorosa a un animale c’è il fumo che li assale,
a San Luigi sono i ladri che ci stanno, via Brembo è una
[fetta di campagna, peggio,
una campagna offesa da detriti, lavori a mezzo, non più
[verde e non ancora
piattaforma cittadina; meglio il fumo sul ponte che scompare
col merci, via Toscana, piazzale Lodi con un poco
d’alberi e grandi chioschi di benzina, dove fischia un
[garzone bela tusa
e un altro stona ha fatto più battaglie la mia sottana – uno
[stornello di Porta Romana –
ma è un uomo sciupato, che porta
un cane a passeggio.

Due giovani sul serio non permettono
con baci spudorati alcuna sosta
su una panca nella rotonda del piazzale, incalza il giorno
il cammino di Carla: viale Umbria si muove un po’ di gente
c’è qualche faccia di ragazza fatta, motociclette in moto
[della festa.
Un bar, gente che ride fa richiamo, ma non entra così una
[signorina
a bere un’aranciata: intrusa, ciccolataia, figurina
è fuori l’aria, anche se ansima ormai
la passeggiata per mutarsi in corsa, e sorprende una parola
una parola qualsiasi scappata a sé sola – come i vecchi alla
[Baggina,
i matti.
Pure, dopo il silenzio del verziere
– vedessi che fermento domattina – capita che ritrova la
[città
i negozi coi vetri luminosi, la folla, il salvagente. Come gli
[altri
il camminare di Carla riacquista sicurezza e andamento:
[è milanese come è periferia
calare per la festa attorno al centro.
Un giro usato
la riprende, un comizio l’attarda e fa pressione
uno sguardo per lei, si perde il tempo.
L’aria scura dov’è?
[qui sono luci
vive, abbaglianti, ci sono i quadri colorati dei pittori nelle
[sale
dove l’ingresso è libero.
Oh la Coscienza che si guarda le Mani
orribili, vestita solo di Calze nere fino all’Inguine! Pittore
[espressionista ancora ancora
si sbanda la ragazza e vuole uscire
di corsa,
o è per Aldo, che si effonde
pendendo dalle sue labbra una giovane bionda
e un’enorme signora con le volpi? O questi invece fermano
la nuova fuga di Carla?
Contegno, fingimento, con la mano
una ravviata ai capelli e poi lo sguardo a confrontare l’altra
in confidenza con Aldo: ancora rossa o bianca per la pallida
vampa Carla avvampa, ma il pensiero più veloce del freno
[è già pensiero
pensato: ha gambe quella lì
con le caviglie grosse, come è grassoccio il viso, poco fine.

7

Nerina ha voglia di ridere, perché ride ogni tanto
adesso, con il figlio, Carla ha la faccia seria mentre provano
allo specchio, mentre Nerina insegna e Carla impara
a mettere il rossetto sulle labbra: ci deve essere in un
[cassetto
un paio di calze di nylon, finissime
bisogna provarle.

Questo lunedì comincia che si sveglia
presto, che indugia svagata nella piazza
prima di entrare in ufficio, che saluta
a testa alta «Buongiorno» con l’aggiunta
«a tutti», che sorride cercando Aldo con gli occhi
che gli dice «Bella la ragazza e come
attenta ai tuoi discorsi», che incomincia – forse – il lavoro
fresca.

Quanto di morte noi circonda e quanto
tocca mutarne in vita per esistere
è diamante sul vetro, svolgimento
concreto d’uomo in storia che resiste
solo vivo scarnendosi al suo tempo
quando ristagna il ritmo e quando investe
lo stesso corpo umano a mutamento.

Ma non basta comprendere per dare
empito al volto e farsene diritto:
non c’è risoluzione nel conflitto
storia esistenza fuori dell’amare
altri, anche se amore importi amare
lacrime, se precipiti in errore
o bruci in folle o guasti nel convitto
la vivanda, o sradichi dal fitto
pietà di noi e orgoglio con dolore.

(settembre 1954-agosto 1957)

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Roberta De Monticelli, La questione civile[…] quando negli anni Novanta alcune Procure “progressivamente disvelano a un Paese prima attonito, poi scandalizzato, infine adirato, un abisso non solo di ruberie, ma di corruzione culturale e morale”, scandalo e ira, lungi dallo scavare a fondo nella coscienza di ognuno, presero in una maggioranza di italiani la via paradossale dell’esaltazione precisamente di quegli aspetti della vita politica che avevano confuso la funzione e l’interesse pubblico con gli affari e interessi privati. Sola e non piccola differenza, l’identificazione avviene a cielo aperto e si incarna in una persona, la radicale incompatibilità fra gli scopi privati che animano questa persona e la funzione politica che assume viene non solo occultata dietro l’eufemistica espressione di “conflitto di interessi”, ma semplicemente abolita con un assurdo “farò gli affari vostri e non solo gli affari miei”, come se il buon governo della cosa pubblica coincidesse con la spartizione di una torta, sottratta ai brutti gendarmi che pretendono non sia tua. Una maggioranza di italiani esulta e consegna il Paese nelle mani del Capo: come qualcuno scrisse lucidamente all’epoca, la contesa elettorale aveva “segnato il ripudio da parte degli elettori vincenti di molti dei valori di base della nostra Costituzione”, imponendo “valori costitutivi opposti […] un desiderio nuovo che faccia piazza pulita dei metodi di mediazione democratica”. Stupisce che oggi, dopo che questo ripudio ha prodotto gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti, molti politici d’opposizione parlino ancora dei “moderati”, quegli elettori “moderati” che bisognerebbe riconquistare alla democrazia. Ma dov’erano questi “moderati”? Dove sono? Può essere definito “moderato” un desiderio e un programma di questo tipo? Ma qui è più viva, più efficace la voce del poeta: la lunga pazienza degli italiani di fronte agli scandali e ai latrocinii era stata “anche corresponsabile viltà”. Era “l’aver assunto […] una vita idiotamente ‘felicitosa’ i cui modelli ci venivano proposti da anni […] Cosa mancò perché tutto questo diventasse totale coscienza e dunque pratica di vita”? La lezione che il nostro passato sembra suggerire è triste. La democrazia non ha trovato le sue naturali fondamenta, in Italia – le naturali fondamenta della democrazia essendo la coscienza delle persone. — Roberta De Monticelli, La questione civile

Pasolini, i terroristi e Mike Bongiorno

Mike BongiornoNella per me bellissima (in quanto preveggente) intervista inedita rilasciata da Pier Paolo Pasolini in Svezia il 30 ottobre del 1975 (e quindi pochi giorni prima del suo assassinio) e di cui oggi la Repubblica ne anticipa una parte (il resto è sull’Espresso oggi in edicola) mi piace sottolineare questa considerazione sull’estremismo violento durante quelli che sono stati ribattezzati come “anni di piombo”:

“Gli estremisti italiani gettano delle bombe e poi la sera guardano la televisione, Canzonissima, Mike Bongiorno”.

I più pericolosi nemici d’Italia non sono i Tedeschi, sono gl’Italiani. E perché? Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; perché pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro. Massimo D’Azeglio | I miei ricordi (Einaudi)

Luciano Canfora e la democrazia all’italiana

Ottimo progetto il nuovo inserto settimanale la Lettura del Corriere della sera a cui però non posso non fare due appunti e cioè: è poco selettivo nelle proposte librarie e per quanto riguarda le recensioni mi sembra abbastanza ridicolo dare un giudizio con tanto di pallini anche alla copertina del libro. Per carità, mia moglie fa proprio quello di lavoro e so benissimo quanto sia importante l’opera del grafico editoriale, ma la leggibilità di un testo non si può certo valutare da una copertina più o meno riuscita. È comunque un’iniziativa complessivamente di grande qualità e sostanzialmente di una certa utilità pratica per difendersi dalle valanghe di nuovi libri che ci piovono quotidianamente addosso e che solo in minima parte valgono veramente la pena di essere letti.

Questo preambolo per dire che tra le tante cose interessanti trovate sul primo numero di questo supplemento domenicale non posso fare a meno di citare un’illuminante considerazione di Luciano Canfora:

Incombe daccapo l'”unità nazionale”. Da sinistra a destra «in tutti uno il pensiero», per dirla col Carducci: sulle questioni importanti si deve procedere concordi anche a costo di penalizzare il proprio elettorato. Peccato che i sacrifici imposti a chi ha poco siano ben più dolorosi di quelli che appena sfioreranno chi ha molto. Si è capito che la diversità tra i partiti vale solo per le questioni secondarie. Bel colpo alla già malconcia “democrazia”.

E invece Norman Charnofsky si rivelò una persona molto mite, anche se un po’ ingenua, e per nulla gretta. A gute neshome, come avrebbe detto mia nonna, un’anima buona. Un essere pericoloso per sè e per gli altri. — Mordecai Richler, La versione di Barney