Archivi categoria: Letture

Funny Girl ancora meglio di una sit-com

Funny Girl, il nuovo romanzo di Nick HornbySe per Nick Hornby la lettura di un libro dovrebbe generare lo stesso divertimento con cui si guarda un programma televisivo, non c’è che dire. Il suo nuovo romanzo Funny Girl è perfino meglio di una sit-com. Che è poi anche ciò di cui parla e cioè la realizzazione di una sit-com della BBC, negli anni Sessanta, vista dal di dentro in ogni sua fase produttiva, dall’ideazione fino alla messa in onda. E raccontata dal punto di vista della giovane e inesperta protagonista catapultata per caso nella Swinging London per regalare un po’ di allegria e farsi amare da milioni di inglesi.

Una ragazza bellissima, questa Barbara in arte Sophie Straw, che rifiuta all’ultimo momento la fascia di miss Blackpool perché si è messa in testa fin da bambina di fuggire a Londra non per provare a diventare un’avvenente star come tante altre, ma una come la sua amata Lucille Ball. E cioè un’attrice vera. Un’attrice comica, una capace di far ridere la gente. Senza troppi moralismi o ingombranti pretese intellettuali.

Siamo di fronte a un altro bel ritratto femminile di Hornby, capace di esprimere in rapide battute lo spirito di un’epoca che avrebbe cambiato per sempre il mondo, scrollandosi di dosso paure e complessi e lasciandosi quasi trasportare da un’incrollabile, quanto divertita, vitalità. Un romanzo più che altro spassoso. Di storie spassose che si intrecciano e accavallano tra fiction e realtà. Storie scritte in maniera altrettanto spassosa con quel caratteristico marchio di fabbrica che è la briosa leggerezza di Hornby, una specie di Mozart della narrativa.

Genere: brillante alla Hornby – Consigliato: soprattutto a chi piace il genere Hornby – Voto: 7

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La bellissima Milano dell’irresistibile Beppe Viola

La copertina del ilbro Beppe Viola raccontato dalla secondogenita Marina è innanzitutto una biografia dichiaratamente parziale. È il punto di vista cioè di una figlia più interessata al padre che al giornalista anche se poi alla fine è pur sempre un tutt’uno: Beppe Viola era Beppe Viola a prescindere. Talento puro al servizio di un’ironia innata quanto devastante, con le parole (e le battute) ci sapeva davvero fare. O meglio: era (e questo a detta di tutti) veramente irresistibile.

Però Mio padre è stato anche Beppe Viola non rievoca soltanto scampoli domestici di una vita troppo piena di interessi per essere limitata dagli obblighi familiari. Ma può essere letto anche e soprattutto come un libro su Milano. Una certa Milano, la Milano di Jannacci, Cochi e Renato. E Gaber, Celentano, Gianni Brera e Gianni Mura. San Siro (lo stadio e, soprattutto, l’ippodromo). Mazzola e Rivera. Il Derby (inteso come locale) e le latterie di Milano.

Il piccolo grande miracolo che Marina Viola riesce a compiere a me sembra proprio questo: il suo bellissimo diario sentimentale riesce, con i suoi ricordi semplici e diretti ma mai superficiali, a colorare una Milano così lontana ancora anni luce dalle volgarità e dalle arroganze craxiane che da lì a poco avrebbero cambiato tutto, a illuminarla e farla splendere come solo una vera milanese (per di più emigrata negli Stati Uniti) può e sa. Da leggere assolutamente.

Genere: Biografia sentimentale – Consigliato: a chi ama Milano o… non la conosce – Voto: 7+ (cit.)

Serra e il figlio che non vuole fare il figlio di Serra

La copertina del romanzo Gli sdraiati di Michele SerraMichele Serra
Gli sdraiati
Feltrinelli, 2013

A leggere il libro di Michele Serra sul figlio che non lo capisce come si fa a non parteggiare per la vittima sacrificale delle sue consuete battute? Anche perché  non deve essere per niente facile sopportare un padre per sua stessa definizione “borghese di sinistra” e quindi in pratica la contraddizione fatta persona. Di sinistra per professione, borghese per natura e vocazione. Un padre dissociato, insomma, che al figlio per quello che è preferisce sempre quello che lui vorrebbe che fosse e invece non sarà mai. E questo anche solo per una sana autodifesa dalle contraddizioni paterne tanto note agli stili di vita della sinistra all’italiana.

Serra infatti è un padre che non capisce come (a 19 e non a 60 anni) si possano preferire le cosiddette diavolerie tecnologiche della comunicazione contemporanea alla più nobile e formativa, crepuscolare, contemplazione della natura tipo aspettare seduti in terrazza l’esaltante arrivo della pioggia. O non si capacita del fatto che il figlio non solo non gli parli ma nemmeno lo contesti. Magari forse perché è praticamente impossibile farlo? Serra non è nemmeno sfiorato dal dubbio che sarebbe difficile per chiunque discutere con uno come lui che di mestiere ha sempre la risposta a tutto, pronto a spiegare per esempio qualsiasi incongruenza della sinistra e del suo intoccabile partito, comunque si chiamasse? Come rapportarsi con uno così? Come potrebbe mai il figlio appena adolescente riuscire a strappargli una (che sia una) presa di posizione netta e definita capace di durare almeno 24 ore? Che cosa potrebbe mai obiettare al camaleontico autore di una rubrica cult come L’amaca sulla Repubblica che è un po’ il breviario quotidiano della sinistra snob che cambia freneticamente idee (e correnti) ma non il partito? E che da almeno vent’anni non ha preso mai una decisione concreta che sia una?

Gli sdraiati non è un romanzo né un’autobiografia, ma piuttosto il solito esercizio di stile forbito ed elegante di Serra che stavolta invece del politico di turno (che si ostina a non capire le ragioni del Pd) indirizza il suo consueto sarcasmo verso l’inerme erede. Un’Amaca privata, insomma, molto più lunga e articolata del solito. E la sintesi del libro sta tutta nello stupore del padre nei confronti del figlio colpevole di non manifestare il minimo entusiasmo per essere stato portato a vendemmiare nelle Langhe. Non so se è ben chiaro il concetto: l’ha portato nelle Langhe, mica in una qualsiasi altra sfigatissima vigna di chissà quale sfigatissimo posto in culo al mondo:

Il giorno della vendemmia non è un giorno come gli altri, e andare a farla in Langa è un privilegio vero, come sentire il Rigoletto in loggione al Regio di Parma, o mangiare frutti di mare in Bretagna, o comprare un cappello da donna a Parigi, o vedere la prima di un musical a Broadway.

Perché la sinistra di Serra e di tanti altri maître à penser che lui rappresenta così bene (come per esempio Moretti, De Gregori o Fazio) è quella sempre giusta. A prescindere. La sinistra cioè con le idee giuste, con il lavoro giusto, la città giusta, il quartiere giusto, la casa giusta, gli amori giusti, gli amici giusti, le ferie giuste e, ora siamo stati messi al corrente anche di questo, le vendemmie giuste. Non ancora però con il figlio giusto.

Genere: sinistra all’italiana – Consigliato: solo a veri ultrà del Pd – Voto: 5

I pidocchi e l’invenzione della Sicilia

La copertina del romanzo Piccola guerra lampo pe radere al suolo la SiciliaMi è piaciuto e non mi è piaciuto Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia. Comincio a dire cosa non mi è piaciuto e cioè il fatto che sia una favola ma è raccontata come se fosse una storia vera. E la cosa alla fine inevitabilmente stanca. Anche perché è un genere che (a eccezione forse dei Cent’anni di solitudine, se il paragone non è troppo azzardato) a me poi non piace proprio e ho trovato la cosa assai difficile da prendere sul serio. Quello che invece mi è piaciuto di questo romanzo se vogliamo anche abbastanza paraculo, è come Giuseppe Rizzo sia capace di tenere sotto controllo una lingua difficile come l’italiano tradotto, in questo caso dal siciliano. Bravo è bravo, con uno stile già ben definito e una misura che solo i veri narratori hanno. Ed è questo il motivo per cui sono andato avanti e ho portato a termine la lettura: il talento di Rizzo riesce a nascondere i limiti di un romanzo  secondo me divisibile in tre parti ben distinte.

La prima parte è quella che subito respinge e annoia, quando cioè il giovane autore spiega a noialtri, presuntuosi e stupidi che altro non siamo, cos’è la Sicilia e come si deve interpretare la Sicilia rispetto a come ce l’hanno descritta finora. Non senza buttare tutti quanti nella spazzatura, non solo (ultimo in ordine di tempo) Camilleri ma addirittura pure Pirandello. Qui Rizzo assomiglia molto al solito autore tipicamente italiano che celebra insomma la sua solita messa cantata con il solito tono salmodiante e, ancora peggio, insopportabilmente saccente.

Giuseppe Rizzo

Giuseppe Rizzo

Poi, per fortuna, a un certo punto prende il sopravvento la storia vera e propria e qui Rizzo  — al di là di tutta l’insopportabile anti-retorica sulla Sicilia e sui siciliani che vuoi o non vuoi diventa a sua volta quasi uno stereotipo al contrario — dà veramente il meglio di se stesso, dimostrando di saperci fare. Soprattutto quando riesce a far capire come la mafia si regga quasi esclusivamente su un unico sentimento, quello della paura che tutto distorce e travolge. E rende tutti quanti, nessuno escluso, così indifesi e vulnerabili. Laddove, insomma, il racconto funziona, la scrittura ha una sua autonoma forza e vitalità e secondo me l’avrebbe anche se invece della Sicilia parlasse di qualsiasi altro posto in culo al mondo. Ma non dura.

Perché poi, quando bisogna chiudere e dare un senso al tutto, Rizzo è obbligato ancora una volta a forzare la sua scrittura, ormai diventata libera e sciolta, per farla rientrare dentro i binari scontati del lieto fine che ogni favola che si rispetti deve per forza avere. Ed è allora che viene un po’ voglia di chiudere il libro anticipatamente perché ormai il gioco è troppo scoperto e fine a se stesso. Ma tant’è, nonostante i suoi difetti Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia vale sicuramente la pena di essere letto. Rizzo sa scrivere e può fare molto di più.

Voto: 6,5

Quella presuntuosa della sorella di Rimbaud

La copertina di I giorni fragili di Arthur RimbaudHo deciso di leggere I giorni fragili di Arthur Rimbaud perché tutto ciò che riguarda Rimbaud mi interessa e poi, in secondo luogo, perché il libro pubblicato, ormai quasi dieci anni fa, da Philippe Besson era abbastanza esile e quindi facile da affrontare in scioltezza e da leggere in poco tempo.

Infatti, ci ho messo poco più di tre ore a finirlo, anche perché il libro — un po’ romanzo un po’ saggio — è di facile lettura. Ma non era esattamente quello che mi aspettavo e l’ho trovato abbastanza deludente. Nonostante parli di Rimbaud, del suo ritorno a casa nelle Ardenne e nonostante la mia venerazione per Rimbaud (forse inferiore soltanto a quella nei confronti di Dino Campana) mi ha convinto poco. Sì, d’accordo, l’amore fraterno ritrovato tra due esseri altrettanto speciali anche se in modo diverso come Arthur Rimbaud e la sorella Isabelle con sullo sfondo il dolore muto di una madre che non riesce ad accettare la diversità del figlio forse prediletto è, non dico di no, tutto molto bello. Ma è poco rispetto a quello che mi aspettavo.

Non fosse altro perché non ho trovato sufficientemente credibile l’idea di Besson di diventare la sorella e attraverso di lei raccontare così in prima persona gli ultimi mesi di vita del fratello. Mi sembra una, come dire, “licenza poetica” come minimo un po’ troppo presuntuosa. A mio avviso decisamente poco simpatica anche per quei cultori di Rimbaud come me che pur di sentire parlare di Rimbaud vogliano dimostrarsi tra i più accomodanti e permissivi.

Voto: 5

Paolo Sorrentino, Tony Pagoda e i suoi patetici amici

La copertina di "Tony Pagoda e i suoi amici" Al netto della sua particolare capacità di saper raccontare profili umani sulla base di una frase, un’abitudine o anche solo a partire da un semplice tic, Paolo Sorrentino è indubbiamente bravo. E, sulla scia del grande successo ottenuto con il folgorante romanzo d’esordio Hanno tutti ragione, il suo secondo libro Tony Pagoda e i suoi amici (raccolta di incontri con vecchi e spesso scoglionati ex grandi protagonisti dello spettacolo) di sicuro non tradisce le aspettative.

Il suo logorroico, disincantato e autoironico alter ego colpisce ancora, così come funziona l’idea di mettere insieme una serie di ritratti assai personalizzati (a me sono piaciuti più di tutti due in particolare: quello di Berlusconi che viene ribattezzato per l’occasione “Fabietto” e quello del mago Silvan) di alcune icone della storia della tv italiana. Ritratti a metà tra complicità e commiserazione, ma il cui registro complessivo vira quasi sempre verso il patetico.

Grande padronanza di stile, indubbia abilità nel saper cogliere (e raccogliere) in un dettaglio un’intera vita, discreta autorevolezza da narratore esperto e navigato nel riuscire a tenere sempre alta l’attenzione. Su questo non si discute. Il risultato, insomma, è decisamente molto simpatico e assai carino, ma il problema  è che poi secondo me uno non può fare a meno di chiedersi quello che mi sono chiesto fin dalle prime pagine e continuo ancora a chiedermi senza riuscire a darmi una risposta plausibile: e quindi?

Voto: 6½

Se Carlo Verdone diventa uno sconosciuto

La copertina del libro "La casa sopra i portici" di Carlo VerdoneLa cosa per me più sconvolgente una volta finito di leggere La casa sopra i portici è l’aver scoperto come Carlo Verdone nella vita reale (o almeno stando a ciò che ha voluto farci sapere) sia così lontano (ma tanto) dall’idea che mi ero fatto di lui attraverso i suoi film.

Ed è sconvolgente perché il Carlo Verdone  che esce fuori dalla sua autobiografia familiare non solo non mi piace per niente, ma è proprio quel tipo preciso-preciso di italiano che proprio non riesco a sopportare. E forse magari adesso potrei anche spiegarmi perché pur apprezzando il suo grande talento comico non sono mai riuscito ad amare veramente nemmeno uno solo dei suoi tanti film. Dipenderà probabilmente dal suo punto di vista sgradevolmente razzista e paternalistico nei confronti del mondo e della vita — che traspare inevitabilmente tra le righe del libro — come e perfino più del cinico Alberto Sordi di cui si è sempre sentito l’erede naturale.

Tra l’altro, particolare non certo secondario, il libro è scritto proprio male, con un italiano assai povero e molto stereotipato. Così superficiale e sciatto da dare quasi l’impressione che uno dei protagonisti, da più di 30 anni, del cinema italiano abbia letto davvero pochi libri in vita sua.

Voto: 4

Muore Nada Giorgi, “ragazza di Bube” nel romanzo come in vita

Nada Giorgi, la vera "ragazza di Bube"
Romanzo dallo stile scarno e limpido che racconta una storia quanto più lontana dal comune sentire contemporaneo, il capolavoro di Carlo Cassola La ragazza di Bube mi è sempre piaciuto soprattutto perché parla di coerenza. Quella coerenza con se stessi prima ancora con gli altri che non va quasi mai d’accordo con i continui “aggiustamenti” che la vita comporta.La copertina del romanzo La ragazza di Bube

Così come continua a piacermi il film tratto dal libro del maestro Luigi Comencini con l’indimenticabile, bellissima, Claudia Cardinale. Bellissima come il bianco e nero del grande Gianni Di Venanzo (uno dei rari teramani che sono sempre orgoglioso di citare…)

Chi invece quel libro proprio non le piaceva era la diretta interessata, Nada Giorgi, la “ragazza di Bube” vera a cui Cassola si sarebbe ispirato per creare uno dei personaggi femminili più belli del secolo scorso e che ieri a Firenze è morta a 85 anni. Ha lottato fino alla fine per ripristinare quella che secondo lei era l’esatta versione dei fatti realmente accaduti rispetto alla finzione letteraria. Non riuscendo cioè a capire che un romanzo non si giudica per la sua sincerità, ma dalle verità che comunque riesce a esprimere. E che il personaggio ispirato a lei, la Mara Castellucci del libro, è una bellissima persona esattamente come lo è stata lei in vita.

Ammaniti e le paure dei narratori italiani

Io non ho pauraIl romanzo Io non ho pauraDi Io non ho paura mi ha sorpreso la grande padronanza di scrittura di Niccolò Ammaniti nel saper raccontare così bene piccole storie e grandi emozioni (anche se esclusivamente o quasi in un contesto infantile e attraverso un punto di vista infantile) e allo stesso tempo mi ha colpito la complessiva marginalità di un romanzo che si ripiega su se stesso e non va oltre l’esercizio (indubbiamente notevole) di stile.

Alla fine, l’impressione che si ha è quella di un’operina così carina, così ben scritta, così ben raccontata e così ben strutturata, ma anche così altrettanto timida e rinunciataria e, inevitabilmente, senz’anima e sostanzialmente irrilevante. Esattamente come buona parte della narrativa italiana contemporanea.

Le frittate di Pereira e la confederazione delle anime

La copertina di Sostiene PereiraLento e involuto, ripetitivo, ossessivo, dall’andamento così volutamente apatico e rituale. E la domanda è: sarei riuscito alla fine a portare a termine  la lettura di Sostiene Pereira se non avessi saputo che l’ha scritto Antonio Tabucchi? Onestamente: no. Forse mai. Ma la colpa, lo ammetto, è solo mia: il fatto è che la mia attenzione tende sempre ad abbassarsi se un testo non mi diverte abbastanza, il fatto è che soffro molto a leggere storie troppo serie. O troppo tristi.

Oddio, la seconda parte (decisamente più movimentata) del capolavoro del grande Tabucchi (tanto per chiarire come il suo talento sia, ovviamente, fuori discussione) è meglio della prima che fa un po’ da introduzione e preparazione allo svolgimento del racconto morale ambientato a Lisbona nel 1938 nei cupi anni della dittatura. E comunque rimangono impressi i personaggi, le loro disperate solitudini e le loro fissazioni quotidiane. Di Sostiene Pereira ricorderò sempre le frittate cotte e mangiate a qualsiasi ora e le limonate troppo dolci al Café Orquídea e, naturalmente, la teoria del dottor Cardoso, dietologo e filosofo, sulla confederazione delle varie anime che ogni uomo ha a disposizione. A volte, non sempre, può venir fuori, apparentemente all’improvviso, quella giusta e tutto, sempre improvvisamente, comincia ad avere un senso:

Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere “uno” che fa parte a sè, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto nella confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione. Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo.

Murakami e l’arte della sopravvivenza

Murakami Haruki, L'arte di correreDal bellissimo (almeno finora) libro (il primo che affronto) di Murakami, L’arte di correre, leggo e mi colpisce questa considerazione:

Le ferite spirituali non rimarginate sono il prezzo che gli esseri umani devono pagare per la propria indipendenza.

Leggo e penso: come mi piacerebbe pensare che le offese della vita alla fine servano pur a qualcosa. Mi piace pensarlo e addirittura crederci. Ma pur sforzandomi mica lo so se è vero, se veramente le cose alla fine funzionino così. Se certe cose debbano cioè avere per forza un senso. Comunque il libro è davvero, sorprendentemente, bello. E l’argomento della corsa, non  ci vuole poi molto a capirlo, è solo una scusa per parlare di tutt’altro.

Valerio Magrelli e il Sessantotto all’incontrario

Il Sessantotto realizzato da MediasetStasera ho comprato on line (e letto) Il Sessantotto realizzato da Mediaset di Valerio Magrelli (qui la voce su Wikipedia) il mio primo eBook cioè e, avendo passato buona parte della mia vita a perdere tempo (molto quando ero giovane) in ogni libreria o presunta tale che fosse (anche una cartolibreria andava bene, purché ci fossero almeno degli Oscar da sfogliare) devo dire che la cosa non mi è dispiaciuta.

Non so, forse dipende dall’età o forse perché oggi troppe librerie per stare al passo con i tempi sono esageratamente piene di immondizia e spesso diventano infrequentabili per la diffusione di musicaccia ad alto volume (ogni riferimento alle Feltrinelli non è per niente casuale) ma insomma il mio interesse (che una volta era primario) per le librerie come per le vecchie e scomode sale cinematografiche (altra mia grande passione ormai in via di estinzione per colpa dei multiplex) non è più quello di una volta. E poi perché comprare un eBook e poterlo immediatamente leggere, magari subito dopo averne sentito parlare in radio, non è per niente male.

Anche perché volevo subito verificare se reggesse oppure no la tesi paradossale (ma fino a un certo punto) del libro e cioè che secondo Magrelli è stato proprio Berlusconi ad essere riuscito a portare l’immaginazione al potere illudendo con le chiacchiere e l’intrattenimento televisivo milioni di persone a privarsi dei loro diritti (frutto di tante battaglie e sofferenze) e dei loro bisogni in cambio di sogni irrealizzabili. Tesi che effettivamente ho trovato abbastanza convincente. Anche e soprattutto quando Magrelli fa (giustamente) risalire le cause di tutti i mali ai tradimenti – plurimi e sfacciati – della sinistra, una sinistra sempre pronta a fare questioni di principio su tutto e allo stesso tempo totalmente incapace di dare qualsivoglia risposta e sempre precipitosamente in fuga dai problemi e dalla dura realtà della vita quotidiana con tutte le sue contraddizioni irrisolte.

Giorgio Faletti sa scrivere, ma racconta un calcio inverosimile

Tre atti e due tempiScritto è scritto bene e c’è un’indubbia capacità di saper raccontare. Il nuovo libro di Giorgio Faletti, il romanzo breve Tre atti e due tempi,  scorre che è una bellezza e si fa leggere senza richiedere una particolare attenzione. Solo che alla fine rimane poco o niente. Eppure, pur essendo una storia ambientata nel mondo del calcio e quindi con tutti i requisiti per suscitare interesse, il racconto è spesso poco convincente. Poco convincente perché eccessivo. Eccessivo innanzitutto per i toni moralistici di maniera. E poi perché l’intreccio è davvero troppo inverosimile. Eccessivamente inverosimile perché Tre atti e due tempi possa essere preso molto sul serio.