Archivi categoria: Libri

Tutto è bene quel che finisce bene

Era necessario sottolineare il divieto, è giusto rimarcare la retromarcia. E cioè: il Sole 24 Ore e la Repubblica sono nuovamente disponibili nell’edicola digitale di Mlol.

Che cos’è Mlol?

MediaLibraryOnLine è la prima rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale. Ad oggi le biblioteche aderenti sono oltre 4.000 in 16 regioni italiane e 6 paesi stranieri.

Per utilizzare MediaLibraryOnLine è necessario essere iscritti in una delle biblioteche aderenti.

A distanza di qualche mese, da quando Mlol segnalò la sospensione, i gruppi editoriali Repubblica-Espresso e Il Sole 24 Ore ci hanno ripensato. Forse hanno capito quanto fosse stupida una tale decisione o forse si sono resi conto dell’impopolarità di una mossa del genere visto il riscontro negativo avuto in rete e non solo. Copioincollo dal comunicato di Mlol:

Grazie anche alla campagna di pressione attivata da utenti e sistemi bibliotecari sono stati infatti raggiunti accordi con gli editori di riferimento per la distribuzione dei loro contenuti alle biblioteche pubbliche.

Bene.

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Uno scrittore, ma di quelli veri

Eduardo Galeano

Eduardo Galeano

A differenza di tanti scrittori per finta Eduardo Galeano era uno di quelli veri. Un grande narratore. Indiscutibilmente.

È stato giornalista, imbianchino, cassiere, ma soprattutto è stato lo scrittore che ha dato all’America Latina la voce delle rivendicazioni anti-coloniali, dai tempi dei conquistadores fino ai giorni nostri.

Funny Girl ancora meglio di una sit-com

Funny Girl, il nuovo romanzo di Nick HornbySe per Nick Hornby la lettura di un libro dovrebbe generare lo stesso divertimento con cui si guarda un programma televisivo, non c’è che dire. Il suo nuovo romanzo Funny Girl è perfino meglio di una sit-com. Che è poi anche ciò di cui parla e cioè la realizzazione di una sit-com della BBC, negli anni Sessanta, vista dal di dentro in ogni sua fase produttiva, dall’ideazione fino alla messa in onda. E raccontata dal punto di vista della giovane e inesperta protagonista catapultata per caso nella Swinging London per regalare un po’ di allegria e farsi amare da milioni di inglesi.

Una ragazza bellissima, questa Barbara in arte Sophie Straw, che rifiuta all’ultimo momento la fascia di miss Blackpool perché si è messa in testa fin da bambina di fuggire a Londra non per provare a diventare un’avvenente star come tante altre, ma una come la sua amata Lucille Ball. E cioè un’attrice vera. Un’attrice comica, una capace di far ridere la gente. Senza troppi moralismi o ingombranti pretese intellettuali.

Siamo di fronte a un altro bel ritratto femminile di Hornby, capace di esprimere in rapide battute lo spirito di un’epoca che avrebbe cambiato per sempre il mondo, scrollandosi di dosso paure e complessi e lasciandosi quasi trasportare da un’incrollabile, quanto divertita, vitalità. Un romanzo più che altro spassoso. Di storie spassose che si intrecciano e accavallano tra fiction e realtà. Storie scritte in maniera altrettanto spassosa con quel caratteristico marchio di fabbrica che è la briosa leggerezza di Hornby, una specie di Mozart della narrativa.

Genere: brillante alla Hornby – Consigliato: soprattutto a chi piace il genere Hornby – Voto: 7

La bellissima Milano dell’irresistibile Beppe Viola

La copertina del ilbro Beppe Viola raccontato dalla secondogenita Marina è innanzitutto una biografia dichiaratamente parziale. È il punto di vista cioè di una figlia più interessata al padre che al giornalista anche se poi alla fine è pur sempre un tutt’uno: Beppe Viola era Beppe Viola a prescindere. Talento puro al servizio di un’ironia innata quanto devastante, con le parole (e le battute) ci sapeva davvero fare. O meglio: era (e questo a detta di tutti) veramente irresistibile.

Però Mio padre è stato anche Beppe Viola non rievoca soltanto scampoli domestici di una vita troppo piena di interessi per essere limitata dagli obblighi familiari. Ma può essere letto anche e soprattutto come un libro su Milano. Una certa Milano, la Milano di Jannacci, Cochi e Renato. E Gaber, Celentano, Gianni Brera e Gianni Mura. San Siro (lo stadio e, soprattutto, l’ippodromo). Mazzola e Rivera. Il Derby (inteso come locale) e le latterie di Milano.

Il piccolo grande miracolo che Marina Viola riesce a compiere a me sembra proprio questo: il suo bellissimo diario sentimentale riesce, con i suoi ricordi semplici e diretti ma mai superficiali, a colorare una Milano così lontana ancora anni luce dalle volgarità e dalle arroganze craxiane che da lì a poco avrebbero cambiato tutto, a illuminarla e farla splendere come solo una vera milanese (per di più emigrata negli Stati Uniti) può e sa. Da leggere assolutamente.

Genere: Biografia sentimentale – Consigliato: a chi ama Milano o… non la conosce – Voto: 7+ (cit.)

Beppe Viola, maestro d’ironia, ricordato da Gianni Mura

Beppe Viola maestro di scrittura e di vita all'insegna dell'ironia

Beppe Viola maestro di scrittura e di vita all’insegna dell’ironia

Per il compleanno di Beppe Viola – ieri avrebbe compiuto 75 anni – il solito, bellissimo, ricordo di Gianni Mura:

Beppe aveva un’aria ciondolante da fancazzista, che non gli ha impedito di sgobbare come una bestia per tutta la sua breve vita e di morire lavorando, tanto per cambiare. “Come un pirla”, avrebbe chiosato lui.

È morto in Rai, una domenica sera, 17 ottobre 1982, mentre stava curando la sintesi di Inter-Napoli 2-2. “È andato”, disse al Fatebenfratelli il suo medico curante, dottor Jannacci Enzo.

Ma prima di far circolare la notizia bisognava aspettare. Il tempo necessario per l’espianto degli organi. Generoso sempre, Beppe. Anche da morto. Gli occhi andarono a una cieca madre di sei figli (questo l’ho saputo da Franca, moglie di Beppe). Da vivo, se aveva solo un sacco (mille lire) e un amico gli chiedeva una scudo (cinquemila) chiedeva a un terzo amico altri quattro sacchi per accontentare il secondo.

Era fatto così, Beppe. “Primatista italiano del mal di testa, recordman dell’accoppiata caffè-sigaretta”, si definiva. “Mio nonno aveva la passione delle carte, mio padre dei cavalli, io modestamente tutt’e due”. Prototipo del milanesone, aveva radici a Contursi, provincia di Salerno. Un giorno il padre gli aveva detto: “Vedi quella collina? Se l’è ballata tutta tuo nonno a cocincina”. Lui, l’ho visto giocare e ci ho giocato solo a scopa d’assi. In Italia e all’estero. A Montevideo per il mundialito, sera di san Silvestro. “Sciambola totale” disse Beppe. Finimmo a mangiar male in un posto deprimente e aggravammo volutamente la situazione con una sbronza triste, non di quelle secche e anestetizzanti, ma di quelle che ti fanno tirar tardi parlando delle famiglie e dei casini sul lavoro”.

Lui ne aveva, in Rai. E lo sapeva. Gli avevano tagliato anche la mazzetta dei giornali. “Resisto per battere il record mondiale di mancata carriera”. Alla Rai (mai una promozione) era entrato nel 1962. All’esame da giornalista Enzo Biagi gli aveva chiesto: “Secondo lei Fanfani è di destra o di sinistra, nella Dc?”. “Dipende dai giorni”, aveva risposto. Promosso.

Il romanzo impossibile (da non riuscire a leggere)

Gabriel Garcia Marquez

Con tutti sì, ma con lui proprio no. È impossibile. Nessuno potrà mai dire di non riuscire a leggere Cent’anni di solitudine. Perché il capolavoro di Gabriel Garcia Marquez è uno di quei romanzi veramente magici (no, il realismo magico qui non c’entra niente) che è davvero impossibile non amare.

Un libro che come L’isola del tesoro o Il giovane Holden supera ogni barriera, ridicolizza qualsiasi scusa: tutti lo possono e lo devono leggere. Un bene prezioso che un grandissimo narratore ha regalato all’umanità e che va gelosamente custodito e consigliato a chi ha la fortuna di dover ancora tuffarsi in quelle pagine memorabili.

Con la morte di Gabriel Garcia Marquez scompare un gigante (aggettivo letto online che trovo quanto mai appropriato). Un gigante della letteratura di tutti i tempi e un gigante anche come persona. Uno totalmente calato nella realtà e che forte della sua immagine pubblica si è generosamente speso per rivendicare diritti e giustizia.

Mi piace ricordarlo attraverso la prima cosa che mi viene in mente e cioè quanto ha scritto di lui, parlando di scrittori derubati e truffati da editori ladri e truffatori, un altro mito della letteratura sudamericana come Osvaldo Soriano:

Simenon, che è arrivato a vendere più copie della Bibbia, divideva al cinquanta per cento gli utili di Gallimard. Ignoro quale sia la percentuale di Garcia Marquez, ma ogni volta che uno di noi lo incrociava in giro per il mondo piangeva sulla sua spalla e chiedeva giustizia. Garcia Marquez, che adesso si sposta su una discreta BMW, sa molto bene che cosa vuol dire essere povero, truffato e umiliato.
Quel che è certo è che nel 1981, nel firmare il contratto con Bruguera in Spagna per la pubblicazione di “Cronaca di una morte annunciata”, pretese che tutte le vittime della casa editrice venissero pagate contemporaneamente a lui. Non ricordo se l’assegno che ho ricevuto superasse i quattro o i cinquecento dollari, ma mi toglieva momentaneamente d’impaccio in quell’anno di ristrettezze parigine che qualcuno, a Buenos Aires, definì «esilio dorato».

(Il racconto da cui ho fatto copiaincolla si chiama Ruffiani e il libro da cui è tratto è il bellissimo Pirati, fantasmi e dinosauri)

Lettori deboli per forza ed editori soprattutto stronzi

Continuo a essere fermamente convinto che pur sfondando una porta aperta nel dover ammettere che gli italiani (e soprattutto quelli laureati) leggano poco e soprattutto male è pur vero secondo me che i lettori forti (perché sembrerà strano ma esistono anche questi) siano anche quelli economicamente più deboli. E che da ciò possa benissimo dipendere anche uno dei i motivi per cui in Italia si comprano pochi libri. E cioè: i libri costano troppo. O meglio: chi ne compra uno all’anno non ci fa nemmeno caso. I libri però costano troppo per chi ne vorrebbe comprare parecchi al mese.

Al di là del necessario e indispensabile editing, un tempo questi costi esagerati (se è già di per sè difficile vendere un prodotto come il libro, figurarsi se poi è pure caro) si giustificavano con i continui aumenti del prezzo di un bene prezioso come la carta, le ingenti spese di stampa, il trasporto e la distribuzione. Ora però ci sono gli ebook che, piaccia o no a chi della carta romanticamente non vorrebbe fare a meno, hanno magicamente cancellato proprio quelle voci che più di altre (non certo i diritti d’autore) appesantivano irrimediabilmente le spese di produzione.

Eppure nemmeno adesso i lettori forti ma economicamente più deboli citati all’inizio del post possono finalmente comprare quanti ebook vogliono. Perché anche gli ebook costano relativamente troppo rispetto ai libri. A volte solo qualche euro meno dell’edizione di carta se non, addirittura, di più. Come ho scoperto andando su Ibs, una delle più importanti e fornite librerie online: il tascabile di Edmondo Berselli Sinistrati costa 4,75 euro, mentre l’ebook  6,99 euro. Cioè il libro digitale immediatamente scaricabile con un clic costa di più del libro di carta che dovrà essere impacchettato e spedito a domicilio.

Su Ibs l'ebook Sinistrati costa di più dell'edizione di carta

Serra e il figlio che non vuole fare il figlio di Serra

La copertina del romanzo Gli sdraiati di Michele SerraMichele Serra
Gli sdraiati
Feltrinelli, 2013

A leggere il libro di Michele Serra sul figlio che non lo capisce come si fa a non parteggiare per la vittima sacrificale delle sue consuete battute? Anche perché  non deve essere per niente facile sopportare un padre per sua stessa definizione “borghese di sinistra” e quindi in pratica la contraddizione fatta persona. Di sinistra per professione, borghese per natura e vocazione. Un padre dissociato, insomma, che al figlio per quello che è preferisce sempre quello che lui vorrebbe che fosse e invece non sarà mai. E questo anche solo per una sana autodifesa dalle contraddizioni paterne tanto note agli stili di vita della sinistra all’italiana.

Serra infatti è un padre che non capisce come (a 19 e non a 60 anni) si possano preferire le cosiddette diavolerie tecnologiche della comunicazione contemporanea alla più nobile e formativa, crepuscolare, contemplazione della natura tipo aspettare seduti in terrazza l’esaltante arrivo della pioggia. O non si capacita del fatto che il figlio non solo non gli parli ma nemmeno lo contesti. Magari forse perché è praticamente impossibile farlo? Serra non è nemmeno sfiorato dal dubbio che sarebbe difficile per chiunque discutere con uno come lui che di mestiere ha sempre la risposta a tutto, pronto a spiegare per esempio qualsiasi incongruenza della sinistra e del suo intoccabile partito, comunque si chiamasse? Come rapportarsi con uno così? Come potrebbe mai il figlio appena adolescente riuscire a strappargli una (che sia una) presa di posizione netta e definita capace di durare almeno 24 ore? Che cosa potrebbe mai obiettare al camaleontico autore di una rubrica cult come L’amaca sulla Repubblica che è un po’ il breviario quotidiano della sinistra snob che cambia freneticamente idee (e correnti) ma non il partito? E che da almeno vent’anni non ha preso mai una decisione concreta che sia una?

Gli sdraiati non è un romanzo né un’autobiografia, ma piuttosto il solito esercizio di stile forbito ed elegante di Serra che stavolta invece del politico di turno (che si ostina a non capire le ragioni del Pd) indirizza il suo consueto sarcasmo verso l’inerme erede. Un’Amaca privata, insomma, molto più lunga e articolata del solito. E la sintesi del libro sta tutta nello stupore del padre nei confronti del figlio colpevole di non manifestare il minimo entusiasmo per essere stato portato a vendemmiare nelle Langhe. Non so se è ben chiaro il concetto: l’ha portato nelle Langhe, mica in una qualsiasi altra sfigatissima vigna di chissà quale sfigatissimo posto in culo al mondo:

Il giorno della vendemmia non è un giorno come gli altri, e andare a farla in Langa è un privilegio vero, come sentire il Rigoletto in loggione al Regio di Parma, o mangiare frutti di mare in Bretagna, o comprare un cappello da donna a Parigi, o vedere la prima di un musical a Broadway.

Perché la sinistra di Serra e di tanti altri maître à penser che lui rappresenta così bene (come per esempio Moretti, De Gregori o Fazio) è quella sempre giusta. A prescindere. La sinistra cioè con le idee giuste, con il lavoro giusto, la città giusta, il quartiere giusto, la casa giusta, gli amori giusti, gli amici giusti, le ferie giuste e, ora siamo stati messi al corrente anche di questo, le vendemmie giuste. Non ancora però con il figlio giusto.

Genere: sinistra all’italiana – Consigliato: solo a veri ultrà del Pd – Voto: 5

Doris Lessing (Kermanshah, 22 ottobre 1919 – Londra, 17 Novembre 2013)

Doris Lessing dopo aver saputo di aver vinto il Nobel

Doris Lessing dopo aver saputo di aver vinto, all’età di 88 anni, il Nobel

AUTODIDATTA E INDIPENDENTE – Nata in Iran, a Kermanshah, con il nome di Doris May Taylo ha vissuto a lungo in Africa, in Zimbabwe, raccontando anche le esperienze dei coloni. Studia in un convento, poi in una scuola femminile, ma a 13 anni fugge da scuola continuando gli studi da autodidatta. A 15 è già fuori casa, a 19 sposata, subito madre di due figli, poi divorziata. Comincia a frequentare circoli comunisti, dove conosce Gottfried Lessing: lo sposa e da lui ha un terzo figlio, ma a 30 anni è di nuovo single. E nel 1949 si trasferisce in Inghilterra, a Londra, nel quartiere di West Hampstead. Un anno dopo esce il suo primo romanzo.

Chi e perché non legge (e si rifiuta di farlo con tutte le sue forze)

Siamo sommersi da libri che nessuno vuole leggere

Siamo sommersi da libri che nessuno vuole leggere

Annamaria Testa su Internazionale fa il punto della situazione su libri, editori, critici e lettori tra polemiche, lamentele e anche, per fortuna, qualche proposta innovativa. Una ricognizione così articolata (con molti appropriati link) da far pensare che l’italiano che non legge e si rifiuta di farlo con tutte le sue forze sia di per sé un vero e proprio genere letterario.

Eppure, sembra proprio che leggere e, in particolare, leggere romanzi, non sia poi del tutto così stravagante come cosa. Alcuni esperimenti scientifici proverebbero per esempio una qualche utilità dei (grandi) romanzi:

Due ricercatori americani hanno dimostrato che le notti passate sulle pagine di Anna Karenina, piuttosto che di un best seller, aiutano a intuire pensieri, emozioni e motivazioni di chi ci sta intorno. Tolstoj batte E.L. James uno a zero. Se non in libreria, almeno nella vita.

Vallo però a spiegare a chi non ne vuole proprio sapere di mettersi lì a leggere un libro quando invece ha un sacco di cose molto più divertenti da fare. Secondo Niccolò Ammaniti andrebbero semmai capiti e aiutati, soprattutto i più giovani, perché viviamo in un mondo difficile e sempre troppo pieno di tentazioni. Sostiene infatti lo scrittore:

“Se avessi vent’anni adesso non leggerei neanche un libro”.

D’altronde, è sufficiente solo guardare una classifica dei libri più venduti per sentirsi subito meno in colpa. Se proprio uno deve fare uno sforzo del genere e poi però si intossica leggendo il più delle volte libri scadenti, non è forse meglio allora non leggere per niente? Secondo me sì.

I pidocchi e l’invenzione della Sicilia

La copertina del romanzo Piccola guerra lampo pe radere al suolo la SiciliaMi è piaciuto e non mi è piaciuto Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia. Comincio a dire cosa non mi è piaciuto e cioè il fatto che sia una favola ma è raccontata come se fosse una storia vera. E la cosa alla fine inevitabilmente stanca. Anche perché è un genere che (a eccezione forse dei Cent’anni di solitudine, se il paragone non è troppo azzardato) a me poi non piace proprio e ho trovato la cosa assai difficile da prendere sul serio. Quello che invece mi è piaciuto di questo romanzo se vogliamo anche abbastanza paraculo, è come Giuseppe Rizzo sia capace di tenere sotto controllo una lingua difficile come l’italiano tradotto, in questo caso dal siciliano. Bravo è bravo, con uno stile già ben definito e una misura che solo i veri narratori hanno. Ed è questo il motivo per cui sono andato avanti e ho portato a termine la lettura: il talento di Rizzo riesce a nascondere i limiti di un romanzo  secondo me divisibile in tre parti ben distinte.

La prima parte è quella che subito respinge e annoia, quando cioè il giovane autore spiega a noialtri, presuntuosi e stupidi che altro non siamo, cos’è la Sicilia e come si deve interpretare la Sicilia rispetto a come ce l’hanno descritta finora. Non senza buttare tutti quanti nella spazzatura, non solo (ultimo in ordine di tempo) Camilleri ma addirittura pure Pirandello. Qui Rizzo assomiglia molto al solito autore tipicamente italiano che celebra insomma la sua solita messa cantata con il solito tono salmodiante e, ancora peggio, insopportabilmente saccente.

Giuseppe Rizzo

Giuseppe Rizzo

Poi, per fortuna, a un certo punto prende il sopravvento la storia vera e propria e qui Rizzo  — al di là di tutta l’insopportabile anti-retorica sulla Sicilia e sui siciliani che vuoi o non vuoi diventa a sua volta quasi uno stereotipo al contrario — dà veramente il meglio di se stesso, dimostrando di saperci fare. Soprattutto quando riesce a far capire come la mafia si regga quasi esclusivamente su un unico sentimento, quello della paura che tutto distorce e travolge. E rende tutti quanti, nessuno escluso, così indifesi e vulnerabili. Laddove, insomma, il racconto funziona, la scrittura ha una sua autonoma forza e vitalità e secondo me l’avrebbe anche se invece della Sicilia parlasse di qualsiasi altro posto in culo al mondo. Ma non dura.

Perché poi, quando bisogna chiudere e dare un senso al tutto, Rizzo è obbligato ancora una volta a forzare la sua scrittura, ormai diventata libera e sciolta, per farla rientrare dentro i binari scontati del lieto fine che ogni favola che si rispetti deve per forza avere. Ed è allora che viene un po’ voglia di chiudere il libro anticipatamente perché ormai il gioco è troppo scoperto e fine a se stesso. Ma tant’è, nonostante i suoi difetti Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia vale sicuramente la pena di essere letto. Rizzo sa scrivere e può fare molto di più.

Voto: 6,5

Quella presuntuosa della sorella di Rimbaud

La copertina di I giorni fragili di Arthur RimbaudHo deciso di leggere I giorni fragili di Arthur Rimbaud perché tutto ciò che riguarda Rimbaud mi interessa e poi, in secondo luogo, perché il libro pubblicato, ormai quasi dieci anni fa, da Philippe Besson era abbastanza esile e quindi facile da affrontare in scioltezza e da leggere in poco tempo.

Infatti, ci ho messo poco più di tre ore a finirlo, anche perché il libro — un po’ romanzo un po’ saggio — è di facile lettura. Ma non era esattamente quello che mi aspettavo e l’ho trovato abbastanza deludente. Nonostante parli di Rimbaud, del suo ritorno a casa nelle Ardenne e nonostante la mia venerazione per Rimbaud (forse inferiore soltanto a quella nei confronti di Dino Campana) mi ha convinto poco. Sì, d’accordo, l’amore fraterno ritrovato tra due esseri altrettanto speciali anche se in modo diverso come Arthur Rimbaud e la sorella Isabelle con sullo sfondo il dolore muto di una madre che non riesce ad accettare la diversità del figlio forse prediletto è, non dico di no, tutto molto bello. Ma è poco rispetto a quello che mi aspettavo.

Non fosse altro perché non ho trovato sufficientemente credibile l’idea di Besson di diventare la sorella e attraverso di lei raccontare così in prima persona gli ultimi mesi di vita del fratello. Mi sembra una, come dire, “licenza poetica” come minimo un po’ troppo presuntuosa. A mio avviso decisamente poco simpatica anche per quei cultori di Rimbaud come me che pur di sentire parlare di Rimbaud vogliano dimostrarsi tra i più accomodanti e permissivi.

Voto: 5

Belpoliti spiega come riuscire a leggere il romanzo di Siti

Sull’Espresso in edicola si parla del romanzo di Siti e delle precauzioni per l’uso:

Il vincitore del Premio Strega è il primo libro da portare nella valigia, o zainetto, durante le vacanze low cost che ci attendono. Da leggere seduti ben comodi, perché quello di Walter Siti è un libro scomodo.

Emanuela Audisio e i coccodrilli di carta

Coccodrilli di Giorgio CimbricoNon posso non segnalare la recensione, ieri sulla Repubblica, della grande Emanuela Audisio di un libro secondo me interessante di Giorgio Cimbrico. Copio e incollo integralmente tutto l’articolo perché ne vale la pena:

I coccodrilli ti mangiano e piangono, gli fai male, faticano a digerirti. Lacrimano anche i giornalisti, quando uccidono a occhio asciutto e producono cadaveri eccellenti in anteprima. Più che la morte in diretta, è in contropiede, non la si aspetta, la si anticipa. Perché come spiegò un critico cinematografico: «Il regista ha scelto un’ora sbagliata per morire». Ah sì e quale? Di sabato sera, si capisce, mentre sta partendo il treno e a casa ti aspetta una torte con le candeline.
Ci sono lunghi addii scomodi, per questo è nata l’arte del coccodrillo. Del necrologio in vita. Del lutto provocato. Devi saper sotterrare, ricordare, commuoverti. Dolerti di una biografia che non ha ancora la parola fine. Così quando la morte vera arriverà, il dolore professionale sarà scongelato in un galateo puntuale. Charlie Chaplin era un burlone, infatti fece lo scherzo di andarsene in un giorno festivo, quello di Natale. Giorgio Strehler pure, morì il 25 dicembre durante le prove del Così fan tutte. Perché il dramma visto da questa parte della notizia è che il grande personaggio deceda ad un’ora inopportuna, senza dare modo di onorarlo.
Nel mondo anglosassone gli obituaries sono veri ritratti d’autore, piccoli capolavori di scrittura, un po’ surgelati, ma precisi e accurati. Anche perché c’è stato tempo per farli e sbrinarli. Si presume ci sia un ufficio che passi in rassegna la salute di dittatori, presidenti, artisti, attori, scienziati, celebrità, che ne valuti le radiografie, e aggiorni matrimoni, divorzi, operazioni, ricoveri. Giorgio Cimbrico, giornalista appassionato, ha scritto Coccrodrilli. L’arte di commemorare i campioni dello sport (Absolutely Free Editore). Non porta mai male il coccodrillo, anzi allunga e benedice le esistenze.
Quello di Elisabeth Taylor fu preparato con un certo ottimismo dal New York Times nel ’98, peccato che il critico che lo scrisse, Mel Gussow, morì nel 2005, sei anni prima di lei. Bob Hope campò fino a cento anni, chi ne aveva composto il necrologio ce la mise tutta, ma non durò così tanto, Vincent Canby se ne andò tre anni prima dell’attore. Per questo è stato coniato il termine pre-bituary. I becchini del lutto sono troppo ansiosi di non sembrare pigri. Marlon Brando fu vittima di una cronaca di morte annunciata dalle agenzie, rispose al telefono, pianse con chi lo commemorava. Anche Hemingway lesse il suo ei fu, ma almeno aveva avuto un incidente aereo in Africa. Monica Vitti invece nel ’98 si ritrovò sulla prima pagina diLe Monde: morta senza saperlo. Qualcuno al telefono aveva riferito di un suo suicidio a 56 anni. Era l’ora di chiusura del giornale, partì il coccodrillo. E poi anche le rose di scusa, che però parevano una corona. Sui trucchi del mestiere, su come piangere da vivo un morto ne scrive anche Tom Rachman ne Gli imperfezionisti. Lì il giornalista va a intervistare la sua futura vittima.
Cimbrico nel suo libro fa 72 ritratti, più necrologi che coccodrilli. Più amati che odiati. Più valorizzati che trascurati. Il ciclista Laurent Fignon, morto a 50 anni, vincitore e perdente memorabile, il saltatore in alto Brumel, l’angelo che prendeva a calcio il tabellone di basket, George Best, calciatore irlandese, al cui funerale Peter Corry cantò Bring him home, Gianluca Signorini, capitano del Genoa, con il corpo vigile e assente, maledetta Sla, Lorenzo Sebastiani, il pilone di rugby sparito nel terremoto de L’Aquila, il simbolo dell’Everest, sir Edmund Hillary, «essenziale quasi come una statua di Giacometti».
C’è anche Pietro Mennea, che però non ha dato a nessuno modo di prepararsi. Il campione sportivo vive di imprese, di gloria extra-large, di immortalità, e infatti Coppi e Superga sono croci nei cuori. Il lavoro è nel trovare il lato umano, il particolare intimo e struggente che rende tutto più lieve. «Quanti bianchi bevuti assieme » è l’elogio funebre di Marco Bollesan in onore «di uno dei mie banditi», di Agostino Puppo, mediano di mischia, detto Cicci, ma anche Ciucca, generoso non solo con i fiaschi. Capita di poter avvicinare eroi, campioni, artisti: da Mandela a Fidel Castro, da Pelè a Maradona, da Gillo Dorfles (103 anni) al maestro de Oliveira (95) e piazzare con sfacciataggine la domanda: lei come vorrebbe essere ricordato? Così giusto per avvantaggiarsi un po’. Ma meglio fece lo scrittore Dino Buzzati che il coccodrillo se lo scrisse da solo, anzi gli capitò tra le mani quello che gli avevano preparato alCorriere e lui corresse di nascosto con la penna: «e fu inoltre il più grande pittore del XX secolo». Un bel graffito sulla sua lapide letteraria. Il tenente Drogo avrebbe apprezzato.
— Emanuela Audisio, I “coccodrilli”, l’arte di piangere prima del tempo, la Repubblica

  • Giorgio Cimbrico
    Coccodrilli
    “L’arte di commemorare i campioni dello sport”
    Absolutely Free Editore, 256 pagine, 4,99 euro (epub) 

Giornali, giornalisti e due marò

La copertina del libro di Matteo Miavaldi sui due marò in India

Com’era quella storia dei due marò? Ah, ecco, sì.

(via Alessandro Gilioli  e prima ancora via Wu Ming un libro con una versione… decisamente inedita di come potrebbero essere andati i fatti)

Teoria e pratica del perché chi gioca in casa vince più spesso

Scorecasting di Tobias Moskowitz e Jon Wertheim Perché chi gioca in casa vince più spesso di chi gioca in trasferta? Tobias Moskowitz (un economista che s’interessa di sport) e Jon Wertheim (un giornalista sportivo che s’interessa di numeri) hanno provato a fare luce sul mistero. Semplice: perché il pubblico condiziona gli arbitri che in caso di decisione dubbia spesso favoriscono i padroni di casa. E hanno scritto un libro, Scorecasting, per spiegare e avvalorare la loro tesi con tanto di analisi articolate e dati particolareggiati. Una tesi ritenuta però poco convincente da un altro giornalista, David Runciman, che con un articolo uscito sulla London Review of Books con il titolo Swing for the fences e pubblicato su Internazionale ha provato a smontare.

Ora, premesso che si tratta non propriamente di un articolo ma piuttosto di una specie di mini-saggio la cui lettura richiede un po’ di tempo e precisato che nonostante tutto l’impegno e la scrupolosità con cui Runciman prova a confutare la tesi di Moskowitz e Wertheim non riesce a convincermi, sta di fatto che è scritto proprio bene e merita di essere letto con attenzione.

Lo segnalo e lo consiglio a tutti gli interisti, non fosse altro perché si parla anche di José Mourinho e dei suoi segreti, di come sia diventato un allenatore vincente come pochi perché, secondo Runciman, “non ha paura di perdere, anche quando è chiaro che la responsabilità della sconfitta ricadrà su di lui”:London Review Of Books

Fino a poco tempo fa, uno dei record più incredibili dello sport apparteneva a un allenatore di calcio, l’amato e odiato portoghese José Mourinho. Prima che il Real Madrid venisse sconfitto per 1-0 dallo Sporting Gijón, il 2 aprile scorso, Mouri­nho non perdeva in casa una partita di campionato da più di nove anni con una sua squadra. La serie è durata per 150 partite e ha attraversato quattro campionati diversi (oltre al Real Madrid, Mourinho ha allenato il Porto, il Chelsea e l’Inter).

È vero che Porto, Chelsea, Inter e Real Madrid sono club ricchi e potenti e raramente perdono in casa, ma nove anni sono comunque un’eternità. Anche ammettendo che le squadre ospiti avessero in media non più del dieci per cento di possibilità di battere le squadre di Mourinho (per alcune, come il Gijón, le possibilità erano perfino meno; per altre avversarie, come lo Sporting Lisbona, il Milan, il Manchester United o il Barcellona, erano molte di più), la probabilità di rimanere imbattuti per 150 partite è più o meno una su sette milioni.

Come ha fatto? È difficile rispondere a questa domanda perché, in realtà, gli enigmi da sciogliere sono due. Il primo riguarda Mourinho. È straordinariamente bravo, straordinariamente fortunato, o un po’ dell’uno e dell’altro? Possiede una formula segreta oppure il suo segreto è che non ha segreti, ma solo la faccia tosta di far credere che sa il fatto suo? Il secondo enigma, invece, non ha niente a che vedere con Mourinho, e riguarda il cosiddetto fattore campo. Perché è tanto difficile battere una squadra nel suo stadio? Perché ogni squadra, per quanto imbattibile in casa, perde una parte della sua invincibilità quando gioca in trasferta?

Continua qui.

Francesco Piccolo e la dieta Dukan

Francesco Piccolo

Francesco Piccolo racconta la sua dieta Dukan:

Anch’io ho fatto la dieta Dukan. Ho mangiato soltanto proteine per tre giorni (si chiama «fase d’attacco»), e in seguito un giorno proteine e verdura e un altro solo proteine, fino al raggiungimento del peso suggerito. Alla fine, ho perso sette chili, e sono molto soddisfatto della dieta. Soprattutto perché ho anche imparato una serie di cose. Prima di tutto, il corpo ha bisogno di rigatoni e Oro Saiwa molto di più di quanto si possa immaginare. La notte non sognavo altro. Sognavo anche Scarlett Johansson, ma ho scoperto che il corpo e la mente umana possono fare a meno di Scarlett, ma non degli Oro Saiwa. Scoperta piuttosto interessante, e in qualche modo confortante.

Poi, ho capito in modo più preciso perché le tigri e i leoni sono così aggressivi. In pratica, anche loro fanno la Dukan. In modo estremo, oltretutto, nel senso che praticano la fase di attacco (che negli esseri umani varia da tre a cinque giorni) per tutta la vita. L’ho capito perché nei giorni della dieta sono diventato una persona estremamente aggressiva. Le energie molto attive delle proteine sono bilanciate da carboidrati e zuccheri che rendono più paciosi e sonnolenti. Ma se le lasci agire da sole, sono incontrollabili. Ho mandato a quel paese, urlando, una enorme quantità di persone, e la dieta è finita in tempo utile per non perdere tutti i lavori che mi ero procurato. Per l’intera giornata in cui ingurgiti proteine, non hai altro desiderio che picchiare qualcuno. Una volta ho preso mio figlio, l’ho piantato contro il muro tenendolo per il bavero, gli ho urlato cose irripetibili a voce molto alta e a distanza ravvicinatissima, e se non mi avessero fermato gli avrei dato una testata in faccia. Tenete conto che mio figlio ha poco più di tre anni.

Continua qui.

Le pantofole di Roddy Doyle

Nick Hornby

Nick Hornby

Mi piacciono particolarmente due narratori: uno inglese, Nick Hornby di 55 anni e un altro irlandese, Roddy Doyle, di 54. Il loro modo di scrivere mi piace però in maniera molto diversa. Hornby riesce a incantarmi con la forza della sua ironia e la bellezza del suo stile e io non posso che ammirarlo. Doyle invece no. Non mi posso neanche porre il problema se ammirarlo oppure no perché la sua scrittura, al di là del fatto se mi piaccia oppure no, mi coinvolge a prescindere. Tanto che ogni volta – anche quando scrive delle cose non certo trascendentali – invece che di stare a leggere delle semplici storie a volte mi sembra di essere sul lettino di uno psicanalista.

Roddy Doyle

Roddy Doyle

È una cosa strana: anche quando dice delle banalità o meglio cose che io considero banali invece di irritarmi (come di solito mi succede con altri narratori) Doyle riesce comunque a toccarmi nel vivo, a colpire la mia sensibilità. Come se ci conoscessimo nella vita reale e da tanto tempo e mi divertisse ad ascoltare un vecchio amico anche se magari sta dicendo cazzate. Tipo, per esempio, quando leggo questa cosa (ne copioincollo una a caso) qui:

La copertina del romanzo di Roddy Doyle BullfightingIo non avevo mai posseduto un paio di pantofole in vita mia. Adesso invece mi servono. Queste qui le ho prese al Clery’s. Sono delle buone pantofole. Ottime. Ma non le avrei mai volute. Non le avrei mai volute, cazzo. Non avrei mai voluto essere un uomo in pantofole. Mi è sempre piaciuto sentire la casa sotto i piedi. Se ti infili un paio di pantofole sei fregato; la vita è finita. L’ho sempre pensata così, fin da quando ero ragazzino e mio padre ne prese un paio di nostro nonno e se le infilò; si sedette nella sua poltrona nell’angolo e non si alzò mai più. Cioè sì, qualche volta si alzava.

Andava a lavorare, entrava in cucina e saliva al gabinetto. Ma per il resto niente: era vecchio. Arrivò al punto di non salutare nemmeno, quando tornava dal lavoro. Ci ignorava tutti, compresa mia madre, finché non aveva i piedi al sicuro dentro le pantofole. A quei tempi non andavamo d’accordo. Un po’ come fra me e la mia più grande, in effetti. E qualsiasi cosa odiassi di lui, di me, di tutto, me la prendevo con le pantofole. E adesso eccomi qua: me le sono comprate anch’io.

Ovviamente, rifacendomi ancora al discorso di prima, io non ho le pantofole e non le ho mai portate. Ma è come se le avessi comprate.

Roberto Roversi

DA DESCRIZIONI IN ATTO (DECIMA DESCRIZIONE IN ATTO)

IV
Dice Kant la disciplina del genio
(ossia l’educazione) è il gusto: gli ritaglia
le ali e lo rende pulito e costumato.
Il grande Kant, savio nella sua stanzuccia
di legno, con l’onda delle idee
che si scioglie in un silenzio ordinato
e sulle vie (deserte) lo zoccolo di un cavallo.
Ma questo, che siede anch’egli, è un uomo, nella casa
con moderati calori, in un quarto piano
di paese italiano, che è, che sarà? così lontano
dai rumori. Ah, non è costumato e pulito. Non costumato,
è tutto dentro sbrecciato, pendente,
insolente, tenero e terso, muscolo
macellato in una sordida ignominia,
ingorgo meschino, è gramigna spesa secca
raccolta da una vecchiaccia che insacca.
Questo non sarà polito, eh no, costumato non è (le circostanze
non lo permettono), non è pulito – tutti sentono
sulla via lo zoccolo di una morte
passare alternando il suono con quello dello spazzino
(e la sua tromba). L’alba, all’alba, l’alba
– disegnare contro i vetri col fiato –
è, nello strizzarsi delle vene,
così distesa distante, la mano aperta, occhiaia
di questa giornata incerta nella scelta, stramazzerà
fra noi farneticando (presto, fra noi) di dolori antichi
e dei nuovi congegni. Ammonisce così riservata superba
a non perdere le occasioni (la vita è un fulmine nel tempo)
intanto – una ragazza sulla gamba perfetta
nell’ambito di una stanza indossa la vestaglia
spenna se stessa nello scirocco ferito da una calza
irride alla varietà degli umori
agitata da una innocua speranza.

Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 – 14 settembre 2012)

Alberto Moravia, Indro Montanelli e l’intervista impossibile

Questa scanzonata e divertita intervista di un conservatore come Indro Montanelli (che oggi forse sarebbe etichettato come un pericoloso anarchico) e il grande Alberto Moravia (sicuramente assai sottovalutato rispetto ai narratori italiani contemporanei) è stata mandata in onda dalla Rai più di mezzo secolo fa e a me fa venire in mente quanto siamo diventati conformisti e “moderati”. Tv e giornali sono talmente brutti e pallosi da far sembrare rivoluzionaria pure la bigottissima Rai degli anni Cinquanta.

Se la Repubblica fa passare Volponi per analfabeta

Volponi analfabeta

La citazione, attuale e appropriata, merita attenzione. Solo che quelli delle pagine culturali della Repubblica sono riusciti a far passare per analfabeta Paolo Volponi.

D’accordo, l’apostrofo di troppo sta pure sul testo originale (prima riga di pag. 136) ed evidentemente si è trattato di un banalissimo copiaincolla. Ma sulle pagine culturali di uno dei maggiori quotidiani italiani una distrazione così fa davvero effetto.

Domanda: qualcuno legge i pezzi prima di chiudere le pagine? No, perché in certi quotidiani di paese i redattori sono talmente pochi (e quasi tutti precari e malpagati) che a volte nessuno ha il tempo di controllare quello che viene pubblicato. Nei giornali di paese, almeno, funziona così.

Narducci, Calciopoli e la “prostituzione intellectuale”

La copertina di "Calciopoli" di Giuseppe NarducciPensatela come vi pare su Marco Travaglio (io per esempio pur ritenendolo uno dei pochi giornalisti italiani seri, a volte trovo sia troppo giustizialista) ma la sua onestà intellettuale non si discute. O forse qualcuno è convinto che in un Paese come il nostro possa esistere il giornalista perfetto quando è già di per sè assai difficile fare soltanto i giornalisti e basta? Travaglio avrà i suoi difetti, ma è, piaccia o no,  uno che non si nasconde mai. Come per esempio ha dimostrato a proposito di Calciopoli in qualità di tifoso alquanto imbarazzato della squadra della Fiat. Riaffermandolo nella prefazione a un libro scritto da Giuseppe Narducci, Calciopoli. La vera storia, che non solo noi interisti ma chiunque ami — veramente — il calcio dovrebbe leggere.
Prefazione di cui copioincollo, per esempio,  questo passaggio:

Per conoscere il sistema Moggi, non ebbi bisogno di leggerne le trascrizioni (in riferimento alle intercettazioni): mi era bastato seguire le partite della mia squadra del cuore con occhi non foderati di prosciutto, per rendermi conto che molte delle vittorie travolgenti dell’èra Moggi-Giraudo-Umberto Agnelli avvenivano altrove, fuori dal campo, prima ancora del fischio d’inizio.

Non ricordo altre dichiarazioni altrettanto oneste di altri giornalisti che fanno il tifo per la squadra della Fiat. Anche perché sembra proprio che in Italia non esistano giornalisti italiani tifosi della Fiat come di qualsiasi altra casacca. O forse mi sbaglio?
Comunque sia, a uso e consumo dei tanti smemorati che fanno a pieno titolo parte di quella che un ex interista molto appropriatamente definì “prostituzione intellectuale”, copioincollo anche un passaggio secondo me abbastanza significativo della recensione di Corrado Zunino sulla Repubblica:

E’ utile rileggere Calciopoli per ricordarsi che sì, è possibile truccare i sorteggi di inizio stagione nei campionati di quelle stagioni, anche se tre giornalisti sportivi non si accorsero di niente: ci sono comunque due testimoni a raccontare i trucchi lontani dal notaio, le palline corrose e riconoscibili. E poi si ritocca con mano la violenza intimidatoria nei confronti del comunque vile Paparesta, si rivedono gli atti sulle 45 schede telefoniche con 324 ricariche del Lichtenstein, e le ricariche  svizzere, quelle slovene. Dovevano essere intestate a nessuno, “le prendi solo se non sono rintracciabili”, ordinava Moggi ai tirapiedi. Ancora le parole in gergo e i soprannomi da malavita, l'”Atalanta”, il “numero uno”. “Poi ti richiamo di là”, e spariva l’intercettazione. I telefonini regalati avevano solo i nomi della gang in rubrica. E, si ricordano nel libro, i doppi giochi della zarina Maria Grazia Fazi e quelli di Massimo De Santis che inizia ad arbitrare onestamente quando si accorge di essere sotto inchiesta. Ancora, i 14 incontri segreti dei più alti dirigenti italiani del calcio, le ammonizioni mirate sugli avversari futuri del club bianconero. Che altro si deve aggiungere – questi sono fatti, di più, prove riconosciute – per storicizzare un fenomeno sei stagioni dopo e non giocare ancora alla polemica con due scudetti che non ci sono (perché sono stati rubati)?

Il senso della vita secondo Tony Pagoda. Copioincollo da Tony Pagoda e i suoi amici di Paolo Sorrentino:

Copertina di "Tony Pagoda e i suoi amici"La vita, diciamo la verità, è proprio infame. Da bambino, ricordi tutto, ma non hai niente da ricordare. Da vecchio, non ricordi nulla, ma avresti fiumi di cose da far accomodare sul tavolino della nostalgia. Ti si spappola tra le dita, come la brioche secca di tre giorni fa, la memoria dei momenti altisonanti. Tutto si fa consuetudine inerte. Quando il vecchio piange, non ricorda perché piange. Quando il bambino piange, è perché desidera momenti altisonanti che non ricorderà.  La vita è un’invenzione un po’ del cazzo. Ci hanno buttato laggiù, per farci interagire. Per farci scoppiettare il cuore a contatto con tizio, caio e il tramonto e poi, puf, tutto sfuma negli ingorghi della dimenticanza. Allora ci si inventa le peggio cose per raccontarsela diversamente. Si chiama allenamento alla disperazione. L’attitudine del miserabile: nobilitare il residuo, tramandare l’intramandabile. L’umanità, dunque, è miserabile. Non si discute su questo. Eppure, non è stato inventato ancora niente di meglio. Perché, quando si palpita, si palpita. Tutte le emozioni della vita non hanno senso. Si addizionano tra loro, incongrue, per accumulo. Compongono la vita, come una lista della spesa. E questo, infine, è il senso.
“È pochino,” dicono tutti gli altri.
“Questo passa il convento,” diceva solo mia madre, che c’era stata veramente in convento.

Paolo Sorrentino, Tony Pagoda e i suoi patetici amici

La copertina di "Tony Pagoda e i suoi amici" Al netto della sua particolare capacità di saper raccontare profili umani sulla base di una frase, un’abitudine o anche solo a partire da un semplice tic, Paolo Sorrentino è indubbiamente bravo. E, sulla scia del grande successo ottenuto con il folgorante romanzo d’esordio Hanno tutti ragione, il suo secondo libro Tony Pagoda e i suoi amici (raccolta di incontri con vecchi e spesso scoglionati ex grandi protagonisti dello spettacolo) di sicuro non tradisce le aspettative.

Il suo logorroico, disincantato e autoironico alter ego colpisce ancora, così come funziona l’idea di mettere insieme una serie di ritratti assai personalizzati (a me sono piaciuti più di tutti due in particolare: quello di Berlusconi che viene ribattezzato per l’occasione “Fabietto” e quello del mago Silvan) di alcune icone della storia della tv italiana. Ritratti a metà tra complicità e commiserazione, ma il cui registro complessivo vira quasi sempre verso il patetico.

Grande padronanza di stile, indubbia abilità nel saper cogliere (e raccogliere) in un dettaglio un’intera vita, discreta autorevolezza da narratore esperto e navigato nel riuscire a tenere sempre alta l’attenzione. Su questo non si discute. Il risultato, insomma, è decisamente molto simpatico e assai carino, ma il problema  è che poi secondo me uno non può fare a meno di chiedersi quello che mi sono chiesto fin dalle prime pagine e continuo ancora a chiedermi senza riuscire a darmi una risposta plausibile: e quindi?

Voto: 6½

Se Carlo Verdone diventa uno sconosciuto

La copertina del libro "La casa sopra i portici" di Carlo VerdoneLa cosa per me più sconvolgente una volta finito di leggere La casa sopra i portici è l’aver scoperto come Carlo Verdone nella vita reale (o almeno stando a ciò che ha voluto farci sapere) sia così lontano (ma tanto) dall’idea che mi ero fatto di lui attraverso i suoi film.

Ed è sconvolgente perché il Carlo Verdone  che esce fuori dalla sua autobiografia familiare non solo non mi piace per niente, ma è proprio quel tipo preciso-preciso di italiano che proprio non riesco a sopportare. E forse magari adesso potrei anche spiegarmi perché pur apprezzando il suo grande talento comico non sono mai riuscito ad amare veramente nemmeno uno solo dei suoi tanti film. Dipenderà probabilmente dal suo punto di vista sgradevolmente razzista e paternalistico nei confronti del mondo e della vita — che traspare inevitabilmente tra le righe del libro — come e perfino più del cinico Alberto Sordi di cui si è sempre sentito l’erede naturale.

Tra l’altro, particolare non certo secondario, il libro è scritto proprio male, con un italiano assai povero e molto stereotipato. Così superficiale e sciatto da dare quasi l’impressione che uno dei protagonisti, da più di 30 anni, del cinema italiano abbia letto davvero pochi libri in vita sua.

Voto: 4

Muore Nada Giorgi, “ragazza di Bube” nel romanzo come in vita

Nada Giorgi, la vera "ragazza di Bube"
Romanzo dallo stile scarno e limpido che racconta una storia quanto più lontana dal comune sentire contemporaneo, il capolavoro di Carlo Cassola La ragazza di Bube mi è sempre piaciuto soprattutto perché parla di coerenza. Quella coerenza con se stessi prima ancora con gli altri che non va quasi mai d’accordo con i continui “aggiustamenti” che la vita comporta.La copertina del romanzo La ragazza di Bube

Così come continua a piacermi il film tratto dal libro del maestro Luigi Comencini con l’indimenticabile, bellissima, Claudia Cardinale. Bellissima come il bianco e nero del grande Gianni Di Venanzo (uno dei rari teramani che sono sempre orgoglioso di citare…)

Chi invece quel libro proprio non le piaceva era la diretta interessata, Nada Giorgi, la “ragazza di Bube” vera a cui Cassola si sarebbe ispirato per creare uno dei personaggi femminili più belli del secolo scorso e che ieri a Firenze è morta a 85 anni. Ha lottato fino alla fine per ripristinare quella che secondo lei era l’esatta versione dei fatti realmente accaduti rispetto alla finzione letteraria. Non riuscendo cioè a capire che un romanzo non si giudica per la sua sincerità, ma dalle verità che comunque riesce a esprimere. E che il personaggio ispirato a lei, la Mara Castellucci del libro, è una bellissima persona esattamente come lo è stata lei in vita.

La copertina del libro La commedia umana

La regola che ricordo sempre ai miei sceneggiatori è quella di scrivere solo “scene figlie”. Non mi trovo a
mio agio con gli eccessi delle scene madri. — Mario Monicelli (dal libro-intervista di Sebastiano Mondadori La commedia umana. Conversazioni con Mario Monicelli, Il Saggiatore, 2005)

Le inascoltate parole di Leonardo Sciascia

Il giorno della civetta di Leonardo SciasciaA proposito di mafia (e corruzione) in Sicilia (come in Italia) ricopio dal romanzo Il giorno della civetta pubblicato da Leonardo Sciascia nel 1961, più di cinquant’anni fa:

“Questo è il punto” pensò il capitano “su cui bisognerebbe far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. Un nuovo Mori diventerebbe subito strumento politico-elettoralistico; braccio non del regime, ma di una fazione del regime: la fazione Mancuso-Livigni o la fazione Sciortino-Caruso. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi… In ogni altro paese del mondo, una evasione fiscale come quella che sto constatando sarebbe duramente punita: qui don Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà molto ad imbrogliare le carte”.

«Gli uffici fiscali, a quanto vedo, non sono la sua preoccupazione».

«Non mi preoccupo mai di niente» disse don Mariano.

«E come mai?».

«Sono un ignorante; ma due o tre cose che so, mi bastano: la prima è che sotto il naso abbiamo la bocca: per mangiare più che per parlare…».

Ammaniti e le paure dei narratori italiani

Io non ho pauraIl romanzo Io non ho pauraDi Io non ho paura mi ha sorpreso la grande padronanza di scrittura di Niccolò Ammaniti nel saper raccontare così bene piccole storie e grandi emozioni (anche se esclusivamente o quasi in un contesto infantile e attraverso un punto di vista infantile) e allo stesso tempo mi ha colpito la complessiva marginalità di un romanzo che si ripiega su se stesso e non va oltre l’esercizio (indubbiamente notevole) di stile.

Alla fine, l’impressione che si ha è quella di un’operina così carina, così ben scritta, così ben raccontata e così ben strutturata, ma anche così altrettanto timida e rinunciataria e, inevitabilmente, senz’anima e sostanzialmente irrilevante. Esattamente come buona parte della narrativa italiana contemporanea.