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Zanetti story, ovvero la fortuna di essere interisti

La locandina del film Zanetti StoryPensavo che lo spirito per forza commemorativo avrebbe inevitabilmente danneggiato ogni buona intenzione. E che le ombre del clan dell’asado (con tutti gli insopportabili eccessi del post Triplete) mi precludessero un giudizio sereno. E invece mi sbagliavo. Ma di grosso. Diretto da Simone Scafidi e Carlo A. Sigon (e scritto insieme con Rudi Ghedini) Javier Zanetti capitano da Buenos Aires mi è sembrato semplicemente bellissimo.

Coinvolgente fino alla commozione, è il ritratto di un giocatore fra virgolette normale, ma uomo dallo smisurato coraggio. Perché prima ancora che sulla storia sportiva del Capitano è soprattutto un film sulle sue qualità umane: la forza di volontà, la capacità di resistenza. Ovvero il calcio come scuola di vita e l’Inter – e l’interismo – per vocazione e scelta. L’ennesima dimostrazione, cioè, di come l’Inter non sia soltanto una squadra di calcio (e che l’essere interisti sia qualcosa che vada decisamente al di là del puro e semplice tifo).

Di questo soprattutto parla Zanetti story: di interismo. Di quell’interismo la cui fondamentale diversità rispetto a qualsiasi altra squadra il Capitano ha saputo così bene rappresentare per tanti anni, molti dei quali tristi e sconsolati. Attraverso la storia magica di un giocatore tecnicamente non eccelso, ma Capitano immensamente interista, il film riafferma la specificità di una fede che rende gli interisti unici. Un dono e un privilegio che nessun scudetto e nessuna coppa potranno mai compensare.

  • Javier Zanetti capitano da Buenos Aires
    di Simone Scafidi e Carlo A. Sigon
    (2015)

Genere: Capitani coraggiosi – Consigliato: a chiunque piacerebbe un calcio pulito – Voto: 8

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Illusionisti e illusi

La locandina del film "Magic In The Moonlight" di Woody AllenMagic In The Moonlight
di Woody Allen
con Colin Firth, Emma Stone, Eileen Atkins, Simon McBurney
(2014)

Visto il grande successo avuto tre anni fa con Midnight In Paris, il genio comico di Manhattan si rituffa di nuovo nell’ebrezza vagamente frivola quanto esotica degli anni Venti – hai visto mai che funziona ancora? – anche se stavolta invece che a Parigi siamo sulla Costa Azzurra. In costume, ma pur sempre una commedia alla Woody Allen. In cui i toni leggeri – tendenti qui e là al frizzante – mascherano come sempre il tentativo di dissimulare quello che un film del tardo Woody Allen (ne ha appena compiuti 79, mica no) non può che essere. E cioè una sarcastica quanto amara se non proprio disperata riflessione sulla cupezza della vita, sulla sua mancanza di senso e sull’inevitabile bisogno di illudersi, nonostante tutto, che non sia così. Il solito risaputo fosco quadro, a volte però provvidenzialmente illuminato dallo stupido richiamo dei nostri ottusi quanto miracolosi sensi.

Un'inquadratura del film "Magic In The Moonlight" di Woody AllenIl canovaccio è semplice e sperimentato: Colin Firth, illusionista serio e razionale, è chiamato a smascherare la deliziosa Emma Stone che, spacciandosi per infallibile medium, cerca di raggirare una ricca, quanto credulona, famiglia americana. Dialoghi brillanti, con qualche battuta azzeccata, che sembrano ritagliati su misura addosso agli attori. A me, per esempio, è piaciuta molto Emma Stone che in quanto a presenza scenica forse non fa rimpiangere – non vorrei passare per blasfemo nell’azzardare un simile confronto – Scarlett Johansson. Anche se poi il solito birignao standardizzato del doppiaggio, poco attento alle sfumature, non rende giustizia alla qualità degli interpreti, rischiando così quasi di far passare Magic In The Moonlight per un film al massimo gradevole e cioè il peggio che si possa dire. Un tale giudizio però sarebbe riduttivo, perché Magic In The Moonlight può essere ritenuto l’ennesimo capitolo di un unico grande film e come tale va inserito nel contesto complessivo dell’opera di Woody Allen.

Certo, già immagino le consuete obiezioni di chi non lo trova non dico divertente ma nemmeno più tanto interessante. In effetti, da qualche lustro il cinema di Woody Allen sembra essersi attestato su un livello medio al di sotto delle aspettative. Solitamente discreto, quasi mai folgorante. Sempre troppo pochi, insomma, i film veramente buoni. Anche se quando ciò succede gli riescono parecchio bene, come per esempio il drammatico Blue Jasmine dell’anno scorso o, prima ancora, l’irresistibile Basta che funzioni, solo per citare quelli che a me sono piaciuti molto. Ma vedere i nuovi film di Woody Allen – detto da uno che ormai da tanti anni non si perde una sua prima – va considerato come un appuntamento che va perfino al di là del cinema in sè. C’entra molto, forse, anche un certo modo di essere e di pensarla. Si tratta cioè più che altro di un rito. Probabilmente destinato, in un futuro che personalmente spero il più lontano possibile, a mancarci parecchio.

Genere: Woody Allen – Consigliato: a chi ama Woody Allen – Voto: 7 d’ufficio

L’insignificante Leopardi del presuntuoso Martone

La locandina del film Il giovane favoloso di Mario MartoneIl giovane favoloso
di Mario Martone
con Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio
(2014)

Sconclusionato. Il giovane favoloso è un film semplicemente sconclusionato. Indefinibile com’è nel suo disorganico sviluppo e, cosa ancora più grave, nell’essere del tutto privo di un registro narrativo ben riconoscibile. Non è un film drammatico, ma nemmeno melodrammatico. Non è un film che segue un particolare filo storico-biografico, ma non ha nemmeno, per contro, un approccio intimistico-sentimentale. È un film stilisticamente irrisolto.

Film il cui difetto maggiore è forse l’ossessivo virtuosismo tecnico del regista che prevarica e invade ogni scena e dialogo quasi facendo entrare in campo la stessa macchina da presa. Il risultato è quello di un esercizio di stile – inquadrature abbaglianti, fotografia notevole e attori bravissimi – con una messinscena perfetta quanto fine a se stessa. E in fin dei conti insignificante. Insignificante quanto presuntuosa. Il giovane favoloso più che a Leopardi è un insulto al cinema.

Anche perché forse non è nemmeno un film su Leopardi. Magari, chissà, la vita del poeta di Recanati alla fine per l’autore è soltanto una scusa per parlare di se stesso. Della disperazione di Mario Martone che probabilmente attraverso l’infelicità di Leopardi voleva in realtà esprimere quella sua, personalissima quanto altrettanto ingiusta, nei confronti della natura matrigna – e puttana – che ha permesso a Paolo Sorrentino di vincere l’Oscar e a lui invece no.

Genere: nocivo – Consigliato: a chi serve l’alibi per non andare più al cinema – voto: 4

Turturro gigolò improbabile, Allen magnaccia patetico

La locandina del film Gigolò per casoGigolò per caso
di John Turturro
con John Turturro, Woody Allen, Sharon Stone, Sofía Vergara
(2014)

Lascia davvero senza parole, Gigolò per caso, per quanto è insignificante. Talmente vacuo da entrare di diritto nella categoria dei film più inutili del mondo. Non fosse altro perché, prima ancora che scritto sciattamente, recitato (e doppiato) male e girato peggio, è insopportabilmente noioso. Talmente noioso che sono riuscito a malapena a superare il primo tempo.

La storiella è davvero inverosimile con Turturro nella parte del gigolò più improbabile della storia del cinema e un imbarazzante e a tratti patetico Woody Allen in quella di un verboso quanto tetro magnaccia. Il film è tutto qui, incentrato sui prevedibili incontri sessuali che ne conseguono, con tutta una serie di retrodatati dialoghi e insulse battute.

Difficile se non impossibile capire il senso di un’operazione del genere che inevitabilmente fa perdere punti a John Turturro (che evidentemente non è così intelligente come pensavo) ed è un ennesimo passo falso di Woody Allen, a ulteriore dimostrazione di quanto sia difficile per lui invecchiare serenamente.

Genere: cazzata d’autore – Consigliato: a film-maker frustrati che vogliono rivalutarsi – Voto: 3

Un boss in cortile

La locandina del film Un boss in salottoUn boss in salotto
di Luca Miniero
con Paola Cortellesi, Rocco Papaleo, Luca Argentero, Angela Finocchiaro
(2014)

Un boss in salotto è il tipico film “vorrei ma non posso tentato dalla voglia di rifare Monicelli e Risi ma allo stesso tempo represso e sciaguratamente condizionato dalla paura di non incassare abbastanza. Così, senza avere il coraggio e la cattiveria dei suoi modelli di riferimento, il pavido Luca Miniero firma un prodotto loffio e innocuo, inevitabilmente destinato all’anonimato.

Farsa greve (c’è pure l’immancabile battuta con il rutto) e ruffiana (con il solito metro qualunquista di assecondare ogni razzismo da ogni suo punto di vista regionale) Un boss in salotto si trascina stancamente nel suo scontato repertorio di gag talmente usurate dall’uso e dal tempo da risultare rare volte appena appena passabili e spesso invece piuttosto patetiche. Non solo si ride poco o niente, ma la sciatteria è tale da risultare alla fine quasi irritante.

Così come la furbata di affidare il ruolo della protagonista alla pur brava Paola Cortellesi, icona indiscussa della comicità meno becera e cafona (ma non in questo caso) non è detto che con il passaparola degli spettatori delusi non possa rivelarsi un boomerang per il botteghino. Sarebbe allora interessante chiedere alla stessa attrice le ragioni di scelte così infelici e alla prova dei fatti offensive nei confronti del pubblico. Ha forse difficoltà a pagare il mutuo?

Genere: cinema amatoriale – Consigliato: ai filosofi del rutto libero – Voto: 4

Irresistibile American Hustle

La locandina del film American HustleAmerican Hustle
di David O. Russell
Con Christian Bale, Bradley Cooper,
Amy Adams, Jeremy Renner, Jennifer Lawrence
(2013)

Non c’è niente di più benaugurante che poter iniziare l’anno con un film bellissimo come American Hustle. Dopo l’altrettanto notevole Il lato positivo (uscito in Italia la scorsa primavera) David O. Russell si conferma così autore di grande cinema. Americano. E in maniera totalizzante, direi. American Hustle è un appassionato omaggio al cinema di genere, così amato in tutto il mondo. E allo stesso tempo anche un’affettuosa quanto travolgente sua parodia, con vertiginosi cambi in corsa di registri narrativi e continui rimandi all’epoca qualitativamente migliore del cinema americano e cioè quella degli anni Settanta.

Perché American Hustle è un film sugli anni Settanta, con riferimenti a fatti più o meno realmente accaduti di truffe e inganni in cui i buoni e i cattivi cercano di fregarsi a vicenda senza poi mai capire bene chi sono veramente i buoni e chi i cattivi. Seppur perfettamente congegnata e spassosa, la storia di per sè in certi momenti sembra quasi un pretesto. E cioè, se vogliamo, American Hustle è pure un film che parla di se stesso, parla cioè di cinema. Rigorosamente, esclusivamente, americano che più americano non si può. Cinema americano ma di quello fatto a regola d’arte e quindi, qualunque siano punto di vista o metro di giudizio, comunque divertentissimo.

Scritto in maniera meravigliosa, girato e montato con mestiere, American Hustle ha l’equilibrio lieve e costante e il ritmo giusto dei film felicemente riusciti dove tutto si incastra alla perfezione. Memorabili le prove d’attore nel tracciare i chiaroscuri di personaggi mai veramente buoni e mai veramente cattivi. Dallo sconsolato Christian Bale truffatore per necessità e per amore, a Bradley Cooper poliziotto frustrato che vive ancora con la tirannica mamma ed è sempre in lotta con se stesso per non trasgredire le regole, divorato com’è dall’ambizione di acciuffare il suo momento di gloria o, se non altro, di poter almeno avere una notte di sesso sfrenata. Dall’algida seduttrice scollacciata e mangiauomini Amy Adams che ha sempre una sorpresa da riservare a tutti, alla sempre più brava Jennifer Lawrence che rifà magnificamente una specie di Marilyn aggiornata agli anni Settanta. Sorprendente poi come Jeremy Renner nella parte di un sindaco corrotto rievochi quasi fisicamente un giovane Joe Pesci. Così come il cameo di Robert De Niro (poteva forse mancare?) nei panni di un terrorizzante boss mafioso è breve quanto folgorante.

Cinema irresistibilmente logorroico come il miglior Tarantino (depurato però da ogni violenza) disperatamente esaltato come nelle scene madri nella New York italo-americana di Scorsese (questo il riferimento maggiore) o ferocemente sarcastico come nei momenti più felici di Woody Allen, American Hustle è questo e perfino di più. Non è un vero e proprio poliziesco e non è una vera e propria commedia, ma nemmeno un vero e proprio film drammatico. È un po’ tutto ciò e questa abbondanza invece di stordire e confondere miracolosamente si tiene tutta insieme e funziona. Parecchio.

Genere: assolutamente da vedere – Consigliato: proprio a tutti – Voto: 8

La variabile filmica

La locandina del film La variabile umanaLa variabile umana
di Bruno Oliviero
con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Sandra Ceccarelli, Alice Raffaelli
(2012)

Visivamente notevole ma imperdonabilmente ingessato nel suo racconto in stile depresso-salmodiante da tipico film che vuole accreditarsi come profondo e impegnato, La variabile umana di Bruno Oliviero sembra essere più che altro una prova d’autore la cui unica necessità era quella di far vedere quanto si è bravi con la macchina da presa. Giallo psicologico più che poliziesco o noir, è indubbiamente un film con tante belle immagini e buoni movimenti. Il pur ammirevole virtuosismo sembra però troppo spesso fine a se stesso e l’aspetto puramente visivo predomina rispetto alla storia fin quasi a sovrastarla e metterla in secondo piano.

L’intreccio, d’altronde, è quasi un pretesto. Un imprenditore emulo di Berlusconi viene ucciso a Milano e del caso se ne deve occupare il renitente e triste ispettore Monaco andato irrimediabilmente in crisi dopo la morte della moglie. Non sarà l’unico problema che il poliziotto dovrà risolvere perché contemporaneamente la figlia adolescente gli ha rubato la pistola e si è messa nei guai. Costringendolo così, un duro e puro come lui, a dover scegliere tra il dovere e l’amore filiale.

Se Oliviero dimostra sicuramente grande padronanza tecnica, il limite del film sta nella sua rigidità narrativa, nei dialoghi quasi schematici e nei troppi momenti irrisolti o ripetitivi. Né Silvio Orlando e Giuseppe Battiston riescono in qualche modo a sopperire con la loro solita grande presenza scenica ai difetti strutturali del film. Tanto talento, ma decisamente sprecato, quello di Oliviero. Privo com’è della necessaria capacità di sintesi che potesse dare un senso compiuto al film.

Genere: occasione mancata – Consigliato: ai patiti del giallo impegnato – Voto: 5

Misantropi per finta e per davvero

La locandina del film Molière in biciclettaMolière in bicicletta
di Philippe Le Guay
con Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa
(2013)

Molière in bicicletta è quel tipo di film che vorrei sempre vedere. Un film con una storia abbastanza originale, che racconti umane debolezze e lo faccia con leggerezza e ironia. Molière in bicicletta è così, ma lo è a tratti in maniera quasi irresistibile per la complicità e il divertimento che suscitano.

L’affermato Gauthier Valence divo delle fiction televisive ha l’ambizione di recitare in teatro e decide allora di coinvolgere il ben più impegnato amico Serge Tanneur che però nel frattempo, stufo e deluso dall’ambiente, si è ritirato a (solitaria) vita privata in una vecchia e rustica casa avuta in eredità all’Île de Ré. Chi meglio di lui, allora, per portare in scena l’impegnativo Misantropo di Molière? Ma il progetto non è così facile da realizzare, tantomeno lo sono le prove cui si sottopongono i due attori, vuoi per le diverse opinioni sull’arte e sulla vita e soprattutto a causa delle differenze caratteriali che ogni volta li attrae e respinge. Uno così frivolo, quanto l’altro irreprensibile. Anche se l’incontro con una bella quanto volitiva italiana in crisi matrimoniale potrebbe forse cambiare le cose.

Nel confronto-scontro tra i due maturi ma non per questo meno vanitosi attori il film di Philippe Le Guay miscela bene arte e vita, grandezze letterarie e miserie quotidiane. Apologo lieve (ma non per questo meno forte) sull’amicizia e sulla fragilità dei sentimenti, Molière in bicicletta è un film felicemente riuscito. Divertente, sottile e perfino emozionante. Ben congegnato e sorretto da dialoghi molto efficaci, si fa apprezzare soprattutto per la bravura di Fabrice Luchini e Lambert Wilson, sempre attenti a non andare mai sopra le righe. Non male anche Maya Sansa. Da rivedere assolutamente in versione originale.

Genere: film felicemente riuscito – Consigliato: a chi ama le commedie – Voto: 7,5

Blue Jasmine è di quelli buoni

La locandina del film Blue JasmineBlue Jasmine
di Woody Allen
con Cate Blanchett, Sally Hawkins,
Alec Baldwin, Bobby Cannavale, Louis C.K., Peter Sarsgaard, Andrew Dice Clay
(2013)

Blue Jasmine non è una vera e propria commedia, ma nemmeno un vero e proprio dramma. È piuttosto un film alla Woody Allen. Un buon film di Woody Allen. Leggero e frizzante come sempre, ma tendente al serio. Girato tra San Francisco e New York dopo la pessima esperienza romana, è uno dei suoi migliori film di questi ultimi anni. Bravo e ispirato nel riproporre ancora una volta temi a lui cari e cioè quanto per esempio la fortuna sia più molto più importante del talento o di qualunque altra qualità dell’individuo. O di come la vita sia fatta per le persone di poche pretese e che non si fanno tanti problemi. Guai ai troppo sensibili, insomma: è quello che ancora una volta a Woody Allen preme ricordarci con quel suo solito stile tra il sarcastico e il disperato.

Consueto esercizio di stile, ma felice come nei momenti migliori, Blue Jasmine colpisce nel segno. Non tanto per l’ennesima variazione a tema sul mondo dei ricchi (in questo caso il mondo dell’alta finanza) la cui ipocrita vacuità Woody Allen ancora una volta si diverte a ridicolizzare, ma soprattutto per il feroce cinismo che si concede (facendo venire in mente il dissacrante Basta che funzioni del 2009) nei confronti dei cuori semplici, magari inermi e inconsapevoli, ma così insopportabilmente stupidi.

Ma Blue Jasmine è anche e soprattutto il film di Cate Blanchett e Sally Hawkins. Semplicemente strepitose. Mi sono sembrate decisamente a loro agio nella parte di sorelle entrambe adottate e così diverse e opposte in tutto, tanto che non vedo l’ora di riguardare il film in originale per farmi sorprendere ulteriormente da queste due fantastiche attrici. L’idea di Woody Allen di affidarsi (e non è la prima volta) a un doppio punto di vista femminile non solo funziona, ma è la grande forza del film. Blue Jasmine meriterebbe di essere visto non fosse altro per capacitarsi di quanto siano brave le due protagoniste.

Genere: Woody Allen – Consigliato: a chi ama il grande cinema – Voto: 7

I dilemmi sentimentali del giovane Jon onanista convinto

La locandina del film Don JonDon Jon
di Joseph Gordon-Levitt
con Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson, Julianne Moore, Tony Danza
(2013)

Scritto, diretto e interpretato da Joseph Gordon-Levitt, Don Jon è un film che sicuramente spiazza. E fa a pezzi i canoni perbenisti del cinema americano in materia di sesso. Perché il protagonista, egocentrico italoamericano d’ultima generazione, è sì come deve essere un protagonista di una commedia brillante americana e cioè attraente e irresistibile con le donne. Ma in più Jon Martello Jr detto Don, tutto palestra, discoteca e chiesa (con pranzo domenicale in famiglia) è anche un accanito e convinto onanista. Talmente convinto che, se proprio dovesse scegliere, al sesso reale preferirebbe addirittura quello online. Tutta colpa delle donne, dice il giovane Jon. Le donne in carne e ossa che ogni volta lo deluderebbero non sembrandogli mai abbastanza attraenti e disinibite come quelle dei video porno.

Quando sembra davvero che sia la volta buona per ricredersi,  perfino una Scarlett Johansson particolarmente sfolgorante ha difficoltà a fargli cambiare idea (lo so, questa come cosa è proprio inverosimile, ma tant’è). D’altronde, se lui non può fare a meno dei video porno, lei invece va matta per le commedie romantiche che è un po’ la contrapposizione di due punti di vista opposti e contrari in tema d’amore e di sesso. Entrambi egoisti e immaturi, entrambi intransigenti, la passione di uno sembra escludere quella dell’altro. E condannarli inevitabilmente all’infelicità.

Ma al sesso, sembra ricordare Joseph Gordon-Levitt, non si comanda e ognuno lo fa come gli pare. Magari proprio con un partner che non corrisponde per niente alle nostre aspettative. Ennesima riproposizione aggiornata (e decisamente trasgressiva) di un’educazione sentimentale all’americana, il film non è mai sgradevole, scorre piacevolmente e, nel suo genere, è tutto sommato abbastanza onesto. Anche se i tormentoni esistenziali di Don Jon lasciano il tempo che trovano e, alla fine, di tutti quei dialoghi inesauribili complessivamente rimane ben poco. Non mi è sembrato insomma un film indimenticabile.

Genere: educazione sentimentale all’americana – Consigliato: agli under 18 – Voto: 5,5

Il treno sbagliato e la stazione giusta del dabbawala

La locandina del film LunchboxLunchbox 
di Ritesh Batra
con Irrfan Khan, Nimrat Kaur, Nawazuddin Siddiqui
(2013)

Già apprezzata al Festival di Cannes, l’opera prima di Ritesh Batra Lunchbox è una notevole lezione di cinema che arriva dall’India. Un bellissimo film, scritto con particolare cura dei tempi cinematografici e girato in maniera impeccabile. Buona l’idea di raccontare una storia epistolare, come si usava una volta, magicamente alimentata (è proprio il caso di dire) dai profumi e dagli irresistibili sapori di antiche e tradizionali pietanze le cui ricette vengono recuperate dal prezioso quaderno lasciato in eredità dalla nonna. In una Mumbai caotica e dispersiva due anime in pena riescono così per puro caso a incrociare le loro solitudini e a ritrovare pian piano la voglia di ricominciare, forse, una nuova vita. Perché, come viene ricordato nel film, “a volte il treno sbagliato ti porta alla stazione giusta”.

Improvvisamente, il destino si traveste da dabbawala. E cioè uno dei fattorini in bicicletta che a Mumbai ogni giorno prelevano a domicilio i pasti caldi preparati dalle mogli e li consegnano ai rispettivi coniugi direttamente nei loro posti di lavoro. Proprio a causa di un errore di consegna delle gamelle Saajan, impiegato vedovo ormai prossimo alla pensione, scopre le doti culinarie della giovane Ila che, trascurata dal marito, riversa tutto il suo amore sui fornelli. Cucina e ricucina cose sempre più raffinate con la supervisione dal piano di sopra di una zia invisibile ma dalla risposta pronta. E scrive, ricambiata, lettere d’accompagnamento al cibo sempre più intime e disperate allo sconosciuto degustatore a sua volta indeciso se scomparire e condannarsi definitivamente a una vecchiaia senza più speranze o affrontare i rischi di una nuova vita.

La qualità migliore di Lunchbox è il suo stile rarefatto e allo stesso tempo sottilmente arguto. Pur raccontando il dialogo a distanza di una cerebrale storia d’amore in cui la sconsolata coppia non riesce a incontrarsi mai, Ritesh Batra è bravo, per ritmo e senso della misura, a tenere costantemente alta l’attenzione. Un film che, davvero, colpisce e rimane impresso.

Genere: Bollywood chi? – Consigliato: a veri intenditori – Voto: 7,5

Nuovo cinema patetico

La locandina del film L'ultima ruota del carroL’ultima ruota del carro
di Giovanni Veronesi
con Elio Germano, Ricky Memphis, Alessandra Mastronardi
(2013)

Proprio non ci riesce, certo cinema, a distaccarsi — anche quando vorrebbe, almeno nelle intenzioni, rinnegarlo — dal berlusconismo di cui si è imbevuto in questi vent’anni. L’inversione a U di un maestro della commedia all’italiana più cinica e qualunquista come Giovanni Veronesi con L’ultima ruota del carro fa venire in mente proprio questo. A quel cinema cioè una volta megafono cialtrone quanto volgare dell’Italia più impresentabile e che adesso invece, quasi a voler segnalare con la coda tre le gambe l’aria che cambia, da becero e compiaciuto qual era si propone improvvisamente in chiave addirittura buonista e tendente alla lacrimuccia. Un cinema che solo adesso, decisamente fuori tempo massimo a dire poco, comincia a mettere in discussione — timidamente tra l’altro e in punta di piedi — quella stessa egemonia culturale che ha fin qui spudoratamente celebrato. Curiosa la vita (e l’arte del cinematografo) no?

Non mi è piaciuto, ma proprio per niente, L’ultima ruota del carro di Veronesi. Non per niente, detestavo già prima il suo cinema, figurarsi questo aggiornamento decisamente paraculo. Con L’ultima ruota del carro Veronesi vorrebbe insomma mettere una pietra sopra ai brutti ricordi, solo che non sa proprio dove mettergli mano. Non sa proprio come raccontare questo pentimento a scoppio assai ritardato ed esagera al contrario: tanto prima il suo cinema era sguaiatamente irridente nel suo qualunquismo di grana grossa quanto adesso è vittimista. Cinema falso. Era falso e brutto prima, falso e palloso adesso.

D’altronde, per chi come Veronesi ha sempre privilegiato il punto di vista, estetico prima ancora che morale, dei furbi, è assai difficile immedesimarsi in sensibilità poco frequentate. E infatti, al di là del mio giudizio prevenuto, il film è innanzitutto loffio. Con situazioni loffie, battute loffie, scene madri loffie. Non si ride, insomma, che è un po’ come dire a Veronesi che ha sbagliato tutto. L’ultima ruota del carro è piuttosto un film tristissimo, quasi deprimente di un regista, Giovanni Veronesi, che vorrebbe con tutte le sue forze diventare assolutamente l’erede di Monicelli. Finora però è riuscito ad essere al massimo la bella copia di Neri Parenti.

Genere: commedia deprimente all’italiana – Consigliato: ai seguaci di di X Factor – Voto: 4

L’invincibile forza d’indignazione del guardiano dei binari

La locandina del film MuffaMuffa
di Ali Aydin
con Ercan Kesal, Muhammet Uzuner, Tansu Biçer
(2012)

Nel film Muffa di Ali Aydin predominano soprattutto i silenzi e spazi altrettanto silenziosi. Ma non evocano contemplazioni della natura o introspezioni mistiche. Anzi, tutto il contrario. Quei silenzi, a volte così assordanti per la rabbia faticosamente repressa, dicono quello che non si può dire. E riaffermano l’invincibile forza d’indignazione contro le miserie umane.

L’indignazione espressa con muta e ossessiva determinazione dall’asociale Basri, solitario e taciturno guardiano delle ferrovie sulla soglia della pensione, che passa giorno e notte a sorvegliare i binari. E ha un solo pensiero, quello cioè di sapere che fine abbia fatto suo figlio, scomparso mentre frequentava l’università, dopo un arresto durante la repressione del governo turco dei movimenti curdi. Da allora, da 18 anni, l’instancabile Basri rimasto completamente da solo perché nel frattempo la moglie è morta per il dolore, invia ogni mese lettere al ministero e alla polizia per sapere se ci sono novità. E da 18 anni viene puntualmente interrogato, intimidito e a volte pure malmenato dagli stessi poliziotti che non gradiscono questa sua puntigliosa volontà di non arrendersi, di non dimenticare orrori che invece si vorrebbero rimuovere. Epliettico, scontroso eppure sensibile e afflitto dai sensi di colpa,, Basri però non demorde. Continua a tenere d’occhio le rotaie e a spedire lettere a oltranza. Perché se è ancora vivo è segno del destino che prima o poi qualcosa dovrà per forza accadere.

Apologo amaro in cui tutti perdono e nessuno vince, Muffa è un film sul dolore ma soprattutto sulla dignità, senza di cui non possiamo più dirci umani. Un buon film, duro e coraggioso. Premiato tra l’altro (a ben ragione direi) a Venezia due mostre fa con il cosiddetto Leone del futuro per l’opera prima. La cui visione, mi rendo benissimo conto, pretende sicuramente un minimo di attenzione e può avere poca attrattiva sullo spettatore più superficiale. Insomma, non è propriamente un film adatto a chi si sente più portato per un cinema di puro intrattenimento.

Genere: Grandi film con piccoli mezzi – Consigliato: a chi sa soffrire in silenzio – Voto: 7

The Canyons, fottuto melò all’americana

La locandina originale del film The CanyonsThe Canyons
di Paul Schrader
con Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk
(2013)

Il melodramma, per giunta erotico e addirittura trasgressivo, non è cosa per americani. The Canyons ne è la dimostrazione. Troppo rozzi (e presuntuosi) i pur grandi Paul Schrader (per lui parlano alcune indimenticabili sceneggiature prima ancora dei film girati) e Bret Easton Ellis (indiscutibilmente uno dei migliori narratori contemporanei) per potersi cimentare in un’operazione oggettivamente al di sopra delle loro capacità. Anche perché l’impressione è che si siano messi all’opera senza nemmeno aver visto se non studiato i maestri del genere come per esempio Alberto Lattuada o, scendendo di livello, quello scostumato di Tinto Brass. Il risultato di questo peccato di presunzione è davvero inguardabile e, a voler essere cattivi, in certi momenti patetico.

Ciò che più irrita di questa storia di gelosie e tradimenti ambientata nel mondo del cinema a Los Angeles è che tutti si parlano ossessivamente addosso dall’inizio alla fine. E, peggio ancora, lo fanno sempre con un insopportabile birignao un po’ troppo sopra le righe. La cui sintesi può essere forse racchiusa in una battuta in particolare, secondo me abbastanza emblematica.  E cioè la fottuta battuta nella fottuta scena della fottuta seduta piscanalitica, quando quel fottuto psicanalista chiede al (poco) paziente James Deen: “A cosa sta pensando?”. E lui che fa: “Sto pensando: quando scade la fottuta ora?” Ecco, The Canyons è proprio così: un fottuto maldestro tentativo di melò all’americana.

Scritto da Bret Easton Ellis forse con poca attenzione al linguaggio cinematografico, girato da Paul Schrader in maniera poco convinta e interpretato da una quasi sofferente Lindasy Lohan e da un inespressivo James Deen a dire poco svogliatamente, The Canyons è un incidente di percorso per tutti. Un film sicuramente da dimenticare il prima possibile. E che nessuno avrà mai voglia di ricordare.

Genere: anticinema letale – Consigliato: agli estimatori delle tette di Lindsay Lohan – Voto: 4

Jobs genio ingrato

La locandina del film JobsJobs
d
i Joshua Michael Ster
con Ashton Kutcher, Dermot Mulroney, J. K. Simmons
(2013)

Se l’intenzione era quella di raccontare Steve Jobs in chiaroscuro bè allora non sembra granché riuscita perché si vedono più che altro solo ombre. Più che controversa quella di Joshua Michael Ster sembra una biografia assai poco indulgente e quantomeno parziale. E se la Sony sta preparando un altro film su Steve Jobs, stavolta pare con una visione decisamente agiografica, forse qui si è un po’ esagerato nel segno opposto.

Un racconto ideologicamente orientato, insomma, a partire da un punto di vista spesso rigido che sembra quasi voler misurare e valutare la grandezza del fondatore di Apple non tanto per le sue qualità creative (messe ogni volta in secondo piano) ma piuttosto come scaltro venditore, soprattutto di se stesso. Mostrandolo cioè come un cinico manipolatore del talento altrui, ossessivamente preoccupato solo di soddisfare la sua sfrenata ambizione. Così come Jobs si concentra forse troppo sul suo pessimo carattere e la sua scarsa umanità, in quanto fattori preponderanti di continue lotte di potere e diatribe aziendali, con relativi tradimenti, abbandoni, insperati ritorni e immancabili ritorsioni e vendette.

Indugiando sulle (solite) scene madri, il film perde colpevolmente di vista proprio quello che secondo me interesserebbe di più a uno spettatore che va a vedere un film sull’inventore del Mac o dell’Ipod e cioè: come Steve Jobs, al di là delle sue eventuali manchevolezze umane, sia riuscito a cambiare il mondo. Su questo aspetto, sulla genialità rivoluzionaria di Jobs, il film mostra un’evidente quanto incomprensibile reticenza. Alla fine il risultato, nonostante le buone intenzioni di fondo, sembra abbastanza deludente.

Genere: Genio e sregolatezza a stelle e strisce – Consigliato: alle anime tormentate – Voto: 5

Cazzari d’azzardo

Cosa può mai fare un giocatore d’azzardo sconfitto nel momento in cui trova le prove per dimostrare di essere stato truffato? Semplice, no? Prende e parte e va a trovare proprio il gestore dell’assai redditizio maneggio che per tutta risposta lo assume e lo fa diventare subito ricco.

Facile, no? Basta avere il fisico giusto e lo sguardo vagamente perso nel vuoto come Justin Timberlake e tutto miracolosamente funziona, si indirizza nel verso meravigliosamente giusto. Cose da falchetti berlusconiani in versione hollywodiana, insomma. Se non fosse che l’ancora più fico datore di lavoro, l’arido senza cuore Ben Affleck, prova a fregarlo e a trasformarlo in capro espiatorio. Come credete che andrà a finire? Vincerà il bene o il male? Indovinato.

Avvincente come una sorpresa dell’ovetto Kinder, Runner Runner di Brad Furman ha se non altro il  merito di insinuare una salutare diffidenza verso il poker (di per sè gioco stronzissimo e proprio per questo sublime) e altri giochi online. Dubitare del loro corretto funzionamento è infatti cosa sana e giusta. Ed è un film per certi versi quasi propedeutico per quanti avessero in mente, con la scusa del ricambio generazionale, di fare le scarpe a Berlusconi. Il film, sotto questo aspetto, parla chiaro: occhio che quello, prima o poi (scusate il termine) vi si incula.

Genere: inverosimile puttanata – Consigliato: a chi crede ancora a Babbo Natale e al Pd – Voto: 4

Le fievoli luci di New York

La locandina del film All Is BrightQuasi una sarcastica parodia in tono minore del consueto sogno americano, All Is Bright di Phil Morrison (con Paul Giamatti, Paul Rudd, Sally Hawkins e Amy Landecker) è la storia di due balordi montanari del Quebec, feriti e delusi dalla vita, che non vogliono rassegnarsi al fallimento e ce la mettono proprio tutta per diventare anche loro due onesti e scrupolosi lavoratori.

Decidono così di dare una svolta alla loro esistenza da ladruncoli senza fortuna andando a vendere alberi di Natale a New York. Uno con la speranza di poter riconquistare l’ex moglie che nel frattempo è diventata la compagna dell’altro, a sua volta intenzionato invece a sposarla. Convivenza forzata quanto difficile, anche perché i sogni, soprattutto nella Grande Mela — per una volta né grandiosamente bella e né grandiosamente brutta come di solito Hollywood la rappresenta, ma decisamente anonima — sono sempre assai complicati.

Il film ha il merito di riuscire sempre a tenersi bene in equilibrio tra il registro drammatico e quello brillante. Mentre Paul Giamatti è proprio bravo, anche se Paul Rudd non è da meno e riesce comunque a tenergli testa. Tanto che non si capisce se sia più merito della qualità del copione o della capacità degli attori nell’averlo valorizzato al massimo. Così come quello di Sally Hawkins (La felicità porta fortuna) mi è sembrato uno dei personaggi femminili più belli visti al cinema da qualche tempo a questa parte. La sua triste e solitaria Olga, disillusa emigrata russa ma con un cuore grande così, secondo me vale di per sé la visione.

Voto: 7

Checco Zalone sarai tu

La locandina del film Sole a catinelleMa quant’è diventata stupida e carogna l’Italia? Tanto. E Checco Zalone ci sguazza dentro che è una bellezza o, forse, sarebbe meglio dire una bruttezza. Come i due precedenti film, Sole a catinelle è una farsa, ma più strutturata e compiuta. Qui la messa a fuoco è  centrata meglio e si percepisce ancora di più quel retrogusto amaro della risata che ogni battuta si porta dietro. Perché sì, si ride. O meglio a volte si ride per non piangere delle nostre miserie nazionali, spesso così tristi e deprimenti prima ancora che ridicole.

Protagonista come sempre è la solita maschera del cialtrone cinico e scostumato di Checco Zalone. Stavolta riesce a imbucarsi, portandosi appresso il ben più serio figlio di 10 anni, in una vacanza extralusso dei soliti ricchi scemi. Un road movie all’italiana, insomma, le cui complicazioni di viaggio sono solo un pretesto per raccontare i mostri che ci circondano. Più che a In viaggio con papà di Alberto Sordi e con Carlo Verdone sembra piuttosto ispirarsi (anche se involontariamente, visto che Luca Medici ha candidamente confessato di non averlo mai visto) a uno dei capolavori meno noti di Dino Risi e cioè Il giovedì con Walter Chiari. Una rivisitazione aggiornata ai nostri tempi, per giunta assai peggiorati.

Diretto da Gennaro Nunziante, il film funziona, raggiunge lo scopo. Quello cioè di farci ridere di noi stessi, convinti come siamo che quella galleria di ritratti osceni che Sole a catinelle ci sbatte in faccia non ci assomigli proprio per niente, nemmeno un po’. Perché si sa, gli italiani impresentabili sono sempre gli altri, mai noi. Sono sempre gli altri che votano Berlusconi, gli altri che fanno sempre i furbi, gli altri che assomigliano così tanto a quel cafone di Checco Zalone e alla sua sciagurata umanità. È un film da vedere, allora, non fosse altro per ricapitolare le italiche debolezze che tanto conosciamo (e sopportiamo).

Voto: 6,5

Quant’è difficile bere un caffè a Berlino

La locandina del film Oh BoySeppur a tratti esile se non quasi evanescente, Oh Boy di Jan Ole Gerster e con Tom Schilling mi è sembrato un buon film. Sufficientemente brillante, offre qui e là anche alcuni momenti di buon cinema. Si fa vedere, insomma, nonostante non abbia all’apparenza granché di attraente da mostrare. E cioè una giornata no, per certi versi sottilmente tragicomica, di uno studente che ha smesso di andare all’università essendo più interessato a cercare se stesso oltre che un caffè e in entrambi i casi fallisce sempre lo scopo.

Tutto inizia dalla lite — inevitabile — con la sua ragazza che vorrebbe sapere invano come passa il tempo per il semplice motivo che lui proprio non sa rispondere a questa domanda. Nel senso che non fa niente se non osservare, a spasso per una Berlino splendidamente fotografata con un bianco e nero capace di renderla ancora più affascinante, ciò che lo circonda. Dallo psicologo che insoddisfatto del colloquio gli sospende la patente alle sofferenze coniugali del vicino di casa, dal rancore del padre che sentendosi tradito gli chiude il conto in banca ai complessi dell’ex compagna di scuola ferita irrimediabilmente dalla vita, la galleria umana attraversata dal suo sguardo pare sia sempre segnata da una più o meno consapevole infelicità. Riuscirà allora il mite e sensibile protagonista a non scoraggiarsi nonostante il mondo si riveli ogni volta sempre di così poco aiuto? Riuscirà insomma a trovare quello che cerca (compreso il caffè)?

Sospeso tra l’ironico e lo sconsolato tendente per così dire al depresso, Oh Boy ha il pregio della leggerezza. E della misura. A me è piaciuto abbastanza,. E più che rievocare la Nouvelle vague (come ha autorevolmente scritto più di un critico) a me questo film fa subito venire in mente qualcosa a metà tra certi ritratti umani del cinema in bianco e nero di Woody Allen e, chissà perché (anche se so benissimo che c’entra poco o niente) perfino vaghe atmosfere del magnifico capolavoro di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino. Pensa tu certe associazioni mentali dove ti vanno a portare.

Voto: 7

La comunità alternativa ma tanto perbene di Papaleo

La locandina del film Una piccola impresa meridionaleScombiccherato, casareccio film underground di provincia, Una piccola impresa meridionale in fondo ha un suo perché. Lo ha nonostante la storia della comunità di scoglionati che il prete spretato Rocco Papaleo (qui alla seconda regia) attira come una calamita regge per modo di dire (sulla distanza mostra evidenti difetti di tenuta complessiva) e anche a dispetto di un buonismo decisamente esagerato e dell’anticonformismo troppo di maniera.

Quasi come se fosse una parodia del morettiano La Messa è finita Papaleo torna al suo paese d’origine e invece di avere il conforto della famiglia è lui che deve aiutare parenti e conoscenti assai più confusi. Così il faro dove si è rintanato per sfuggire alla curiosità dei compaesani diventerà ben presto un rifugio di scombinati in fuga dalle malelingue. Particolarmente riuscito è il personaggio di Scamarcio (il più bravo di tutti per distacco) sensibile e tormentato musicista frustrato che rifiuta di esibirsi ai matrimoni e da tutti additato come cornuto rassegnato (“l’ho presa diciamo con una certa sportività”). A volte fuori registro, invece, la bellissima Barbora Bobulova e poco assistiti dal copione quasi tutti gli altri personaggi femminili.

Ma al di là dei suoi limiti, Una piccola impresa meridionale sembra avere un po’ di freschezza e un pizzico di originalità in più rispetto alla solita commedia italiana standard. Così come, calibrando bene sguardi e pause, Papaleo è bravo nel saper raccontare sottovoce gioie e dolori dei suoi “alternativi” di paese. Non è poco, considerato il livello medio del cinema attuale. Tutti pregi che secondo me possono far dimenticare i difetti. Come per esempio nella parte finale l’intreccio che, come dire, s’intreccia, si incarta. E scivola canonicamente verso un lieto fine (con immancabile retrogusto amaro) parecchio edulcorato. Ma tant’è, almeno Papaleo non bleffa e vola sempre basso: il suo filmetto non è mai pretenzioso e non vuole essere nient’altro che un filmetto onesto e gradevole.

Voto: 6

Quei due stagisti fanno venire il diabete

La locandina del film Gli stagistiThe Internship (titolo italiano: Gli stagisti) di Shawn Levy è innanzitutto un film assolutamente sconsigliato a chi soffre di diabete, tanto è zuccheroso. Che poi l’idea di far piombare Owen Wilson e Vince Vaughn (e cioè i cosiddetti nuovi campioni della risata) dentro Google non era poi così male. Ed è infatti anche il motivo per cui l’ho visto. Solo che poi tutto si incanala e si risolve nel più tradizionale film di genere con tutti i soliti momenti topici di una tipica commediola giovanilistica.

Venditori vecchio stampo rimasti improvvisamente disoccupati, Owen Wilson e Vince Vaughn tentano la fortuna partecipando, nonostante non abbiano più l’età, a uno stage promosso da Google per scovare e assumere nuovi talenti. Totalmente ignoranti in materia, ovviamente se la giocano alla loro maniera e cioè mettendola subito sul piano della chiacchiera. Cercheranno di realizzare anche se fuori tempo massimo il loro sogno americano sparando cazzate a oltranza e conquistando consensi più che altro per estenuazione. Mettendo quindi in pratica le armi della comunicazione, che guarda caso è anche la vera mission di Google. E alla fine — c’erano forse dubbi? — i simpatici vincono come sempre sui furbi e sui presuntuosi e, naturalmente, sboccia qui e là anche l’amore.

Chiaramente indirizzato a un pubblico molto giovane, capace bontà sua di apprezzare la comicità assai cazzara e decisamente sciapa di Wilson e Vaughn, nonostante la buona idea di partenza di spunti interessanti se ne vedono davvero pochi in The Internship. Due tre battute buone al massimo e qualche raro momento non troppo scontato. Per il resto situazioni viste troppe volte ancorché irritanti perché grossolanamente aggiornate ai tempi di internet. Chissà, viene da chiedersi, se questo film era quello che quei cervelloni di Google si aspettavano e se quindi saranno stati contenti del risultato. Dubito.

Voto: 4

La resistenza privata di un irriducibile vecchio

La locandina del fil Still MineChe c’è di meno cinematografico di una coppia di vecchi e della loro monotona vita quotidiana minata dalla malattia e, soprattutto, dalla burocrazia che si accanisce contro il loro sogno di costruirsi una casa più adatta alle loro necessità? Questo è Still Mine di Michael McGowan, un film che non so se sia più coraggioso o più bello.

Lei ormai ha sempre più spesso angoscianti vuoti di memoria, ma lui non cede alle sollecitazioni dei figli che la vorrebbero far ricoverare in un istituto di cura. Quando però la donna cade dalle scale di casa capisce che (se non vuole perderla) ne deve subito costruire un’altra più sicura nella loro proprietà terriera in mezzo alla natura incontaminata del Canada. Ma il sogno del quasi novantenne maestro di falegnameria di farsi ancora una volta con le proprie mani il nuovo rifugio si infrange contro le regole delle istituzioni pubbliche che pretendono permessi e carte bollate, progetti da approvare e materiali da costruzione da convalidare. Finché l’anziano non sarà costretto a scegliere se rinunciare a tutto ciò a cui tiene o andare in galera.

Magnificamente interpretato da James Cromwell e una Geneviève Bujold che ce la ricordavamo ben più giovane e in film di tutt’altro genere, Still Mine sorprende e incanta per intensità emotiva, spessore psicologico e rigore narrativo. Per profondità dello sguardo e capacità introspettive sembra evocare, soprattutto nei momenti di intimità dell’anziana coppia, quasi il miglior Bergman. Certo, è un film che non concede niente allo spettacolo e richiede inevitabilmente un certo livello d’attenzione. Ma ne vale la pena.

Voto: 8

Attenti a quella strana famiglia: mena

La locandina di The FamilyNon è né più né meno di quello che ci si aspetta: The Family (in italiano Cose nostre-Malavita) di Luc Besson ha il pregio di essere un film di puro e semplice intrattenimento che si risolve nella sua storia dallo sviluppo più che prevedibile, ma comunque raccontata con grande mestiere e interpretata da tre mostri sacri del cinema come Robert De Niro, Michelle Pfeiffer e Tommy Lee Jones.

Il boss pentito Robert De Niro e la gentile consorte Michelle Pfeiffer (che è sempre un piacere rivederli sullo schermo) ci mettono davvero poco tempo, insieme ai due figli, a farsi riconoscere nel piccolo e tranquillo paese della Normandia dove sono stati trasferiti e si nascondono sotto falso nome per sfuggire alla vendetta del clan tradito. Perché il tragicomico tentativo di integrazione lo fanno a modo loro, usando l’unico mezzo che conoscono e cioè seminando il panico con la violenza.

Per De Niro si tratta dell’ennesima riproposizione da mafioso, con tanto di autocitazione quando spacciandosi per scrittore viene chiamato dal cineclub del posto a commentare proprio uno dei suoi film più riusciti come Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese (che della pellicola di Besson è produttore esecutivo). Cinema e metacinema, The Family è anche questo, un omaggio giocoso di un autore francese a un genere tipicamente americano, con la leggerezza dei toni da commedia brillante che predominano sulle tinte forti.

Quasi un esercizio di stile, insomma, ma di qualità, il film ha sempre i tempi giusti e scorre con gran ritmo, mai noioso. Con tanto di immancabili fuochi d’artificio finali tra sparatorie e ammazzamenti vari. Una pellicola che, insomma, non tradisce le attese e questo in fondo è quello che conta.

Voto: 6

Anni felici, che delusione

La locandina del film Anni feliciTroppo irrisolta (e incompiuta) la storia familiare raccontata da Daniele Luchetti (pur con la sua sempre innegabile leggerezza) per non sentirsi quasi a disagio. In certi momenti di Anni felici sembra davvero di guardare dal buco della serratura l’intimità di una coppia di cui non si capisce poi tanto perché dovrebbe attirare la nostra attenzione.
Il movimento di macchina come al solito sempre perfetto e indovinato e la grande presenza scenica di Micaela Ramazzotti e Kim Rossi Stuart non bastano a far decollare un film sicuramente con molte belle immagini ma poche idee.
La delusione è forte, forse anche perché ogni volta da uno come Luchetti (autore tra i miei più amati) mi aspetto il capolavoro. Ma tant’è, Anni felici mi è sembrato davvero poca cosa.

Del 1974, anno in cui Luchetti ricorda (o meglio rievoca come meglio crede) le sue vicende private, rimane qualche sottanona d’ordinanza, l’inossidabile Dyane e la sua prima bellissima cinepresa e poco altro. Di quell’epoca, di quella Roma, degli artisti e delle pretese avanguardiste o della vita più in generale solo pochi accenni quasi tutti scontati se non irrilevanti.
Mi si potrebbe dire: ma il film vuole solo raccontare una storia d’amore attraverso gli occhi ingenui e confusi di un bambino. E sia: sempre di poca sostanza si tratta. Mamma e papà sempre al centro della scena, spesso infoiati quanto perennemente ossessionati dal sesso e dalla gelosia: il film praticamente è tutto qui. Con momenti a volte decisamente sopra le righe. E cioè: se si capiscono le ragioni di scena di tutte quelle tette e tutti quei culi (in quanto tette e culi artistici) che dire però di quei ripetuti lunghi e interminabili preliminari d’amplesso, a volte decisamente fini a se stessi per non dire altro, che vorranno mai significare? Mostrati da uno poi come Luchetti finora sempre molto attento a evitare qualsivoglia sbracamento? Boh. Mah.

Conoscendo bene tutto il (buon) cinema di Luchetti credo che questo sia forse uno dei meno riusciti. Forse Luchetti avrebbe fatto meglio a calcare di più il registro della commedia, genere che sembra quello a lui più congeniale. Troppo leggero per essere un film drammatico e troppo fiacco per essere una commedia brillante, Anni felici rimane a metà strada e delude.

Voto: 5,5

La più grande rapina dei più grandi balordi

La locandina del film Empire StateAmbientato negli anni Ottanta, Empire State diretto da Dito Montiel sembra girato negli anni Settanta e ricorda, seppur vagamente, Quel giorno di un pomeriggio da cani. Anche in questo caso si tratta di una storia vera. E cioè una delle più grandi rapine fatte negli States, ancora più singolare perché compiuta da due balordi che più balordi non si può con incredibile facilità e addirittura contro la stessa volontà di uno dei due.

Pur essendo un action-movie, tra l’altro pure particolarmente realistico, non è il solito action-movie fatto solo di sparatorie e inseguimenti. Regge bene, insomma, anche la messa a fuoco dell’ambiente in cui si svolge la storia, quello di un’America minore, povera e relegata ai margini ma che non si rassegna e sogna disperatamente il successo e la ricchezza.

Ma il pregio maggiore del film è secondo me la rappresentazione mai compiaciuta della violenza, mostrata piuttosto in tutta la sua feroce bestialità. Così come i personaggi non recitano mai scene madri, ma rimangono sempre coerentemente confusi e insicuri quali sono. Insomma, una storia vera raccontata con un film altrettanto vero. O comunque abbastanza convincente.

Voto: 6,5

Se il treno (non) passa una volta sola

La locandina del fil Treno di notte per LisbonaTreno di notte per Lisbona è un po’ come un menu turistico di un ristorante tipico in una bella città d’arte. Più della qualità della cucina conta il contesto, più della raffinatezza la genuinità. Il film di Bille August è così: non sorprende però non tradisce le attese. È sicuramente un film onesto non privo anche di un certo stile e senso della misura. Ben scritto (basato sul best seller omonimo di Pascal Mercier) e girato altrettanto bene, ha pure un cast internazionale, il che non guasta mai. Il resto lo fa una Lisbona bellissima.

Magari si potrebbe trovare da ridire su una storia sì scorrevole e coinvolgente fino alla fine, ma forse anche troppo lineare, con rare zone d’ombra. Ma Jeremy Irons, il professore che scappa da Berna durante una lezione per rincorrere una ragazza cui aveva impedito poco prima di suicidarsi, è bravo a farsi prendere sul serio. Anche se realisticamente si fa un po’ di fatica a credere alla folgorazione per il libro trovato nella tasca del cappotto abbandonato dalla sconosciuta, talmente forte da spingerlo a cambiare radicalmente vita. Meno difficile immedesimarsi comunque in questo viaggio-inchiesta alla ricerca dell’autore di quel libro che parla della rivoluzione dei garofani, ma soprattutto delle grandi passioni che c’erano dietro, così estranee al professore, quanto invidiate.

Sì perché come in ogni buon menu turistico ci sono tutti i piatti tipici che uno si aspetta che ci siano. Irrefrenabili rabbie politiche e grandi amicizie, irresistibili quanto precari amori e tradimenti quasi inevitabili. E tanti rimpianti (o rimorsi) perché Treno di notte per Lisbona non si fa mancare niente. Il risultato complessivo, anche se tradisce un certo manierismo di genere — una specie di road movie, ma sempre leggero e sommesso nei toni — mi è sembrato abbastanza buono.

Voto: 6,5

Noia gravitazionale

La locandina del film GravityChe ci fanno Sandra Bullock e George Clooney soli nello spazio? Fanno un film complessivamente abbastanza noioso e un filo pretenzioso. Gravity di Alfonso Cuarón annoia perché se fiction tra le stelle deve essere meglio allora Guerre stellari. E in certi momenti, forzatamente introspettivi, sembra un po’ troppo ambizioso anche perché Kubrick forse è perfino difficile da copiare.

Si sbadiglia, insomma. Fa strano dirlo perché la presenza di Clooney e Bullock (l’unico motivo per cui ho visto questa cosa) doveva essere una garanzia e invece no. Non sono poche le volte che viene da chiedersi il senso di tutto ciò. Di un film cioè tutto incentrato su un incidente-naufragio nello spazio con un inevitabile quanto prevedibile sviluppo.
Evidentemente a Hollywood devono essere veramente a corto di idee. E non riesco proprio a immaginare come chi l’ha prodotto possa solo aver ipotizzato che ora la gente farà a cazzotti per andare a vedere una roba del genere.

Oddio, stando agli standard di uno spettatore medio dei nostri tempi non ci metterei certo la mano sul fuoco. Hai visto mai che piaccia? E che magari la critica lo incensi che so come “viaggio dell’anima”, “riproposizione dell’indomabile spirito d’avventura dell’uomo capace di spingerlo oltre ogni limite conosciuto” e “insaziabile sete di conoscenza”? O meglio ancora “metafora avveniristica della solitudine”? E, perché no, una “nuova aggiornata Odissea”? Onestamente, non mi sentirei di escluderlo.

Voto: 4,5

L’insostenibile leggerezza dell’essere on line

La locandina del film DisconnectNonostante assomigli molto a un prodotto confezionato su misura per uno spettatore che voglia sentirsi più buono di tutti gli altri, Disconnect a me non è dispiaciuto. Tipico esempio di film autorale che si propone e dichiara serio e impegnato a prescindere, il punto di forza mi sembra essere la sceneggiatura. E, anche grazie al buon impianto narrativo, pure gli attori.

Decisamente furbetto quanto attuale il tema: l’alienazione (e la solitudine) ai tempi del web. La rete, i cui legami spesso incerti e oscuri allaccia all’infinito, è il filo conduttore di tre storie di umane miserie e relative sofferenze che si intrecciano a loro insaputa in maniera tutto sommato coinvolgente. Tutto scorre in maniera credibile e, considerato che è comunque una pellicola molto americana e quindi a volte con situazioni un po’ sopra le righe, secondo me anche abbastanza verosimile.

Il risultato finale insomma, fermo restando un approccio forse eccessivamente moralistico nei confronti dei social network, mi è sembrato più che convincente. Il film è fatto bene e soprattutto la storia regge fino alla fine, cosa mai scontata di questi tempi con certi improponibili finali di certe pellicole hollywoodiane. Non è certo un capolavoro, questo no. Ma è un film che si lascia vedere e ha il pregio secondo me di non deludere le attese.

Voto: 6,5

Sacro Gra, quando un documentario è un vero capolavoro

La locandina di Sacro GraMai amato i documentari. Ma Sacro Gra l’ho trovato bellissimo. Bellissimo prima ancora che straordinario per la capacità di mettere a fuoco gli esclusi. Per la maniera, in particolare, di raccontare gli ultimi e, soprattutto — i più soli — attraverso un racconto incerto e involuto fatto di pochi dettagli, improvvisi squarci di paesaggi che stordiscono e frasi lasciate a metà, dove i silenzi e il non detto sono più importanti delle semplici parole di circostanza.

Un documentario che fa pensare a Rossellini, all’impegno civile di una volta, a una sensibilità estrema verso quello che ci circonda e a un’attenzione sociale davvero insolita per i tempi attuali: tutte cose che messe insieme diventano miracolosamente qualcosa che colpisce e rimane impresso.

Sacro Gra di Gianfranco Rosi è un film sorprendente, a tratti struggente fino alla commozione per come riesce a rendere quasi universali piccole storie di grandissima rassegnata solitudine e inconsolabile disperazione. Insomma, per me Sacro Gra assomiglia molto a un vero e proprio capolavoro. Un film che chiunque ami sul serio il cinema (quello vero) deve assolutamente vedere.

Voto: 9

Volevo vedere l’ultimo film di Amelio

La locandina del film di Gianni Amelio L'Intrepido

Oggi pomeriggio mi è successa una cosa strana. Volevo andare a vedere l’ultimo film di Gianni Amelio, ma ho sbagliato sala. Evidentemente ho sbagliato sala. Perché mi rifiuto di credere che quello che ho visto (insieme a mia moglie in una sala completamente vuota) sia stato girato dallo stesso autore di Colpire al cuore o Il ladro di bambini, due dei capolavori che ho amato come pochi altri. Impossibile. L’intrepido è troppo rozzo, troppo superficiale e troppo, in sintesi, qualunquista, per essere un film di Gianni Amelio. Troppo brutto anche solo per parlarne. Troppo veramente.

Voto: n. g.