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Se a Cannes vincono i raccomandati

Joel ed Ethan Coen

Joel ed Ethan Coen

Curioso (a dire poco) post di Piera Detassis – Avevamo tre assi come Moretti, Sorrentino e Garrone e li abbiamo lasciati da soli sulla Croisette – su come funzionano i festival (di cinema, ma non solo) e si assegnano i premi:

In questi momenti post-Cannes, mentre ci suturiamo le ferite, c’è una frase sconveniente che torna alla mente e che per pudore respingiamo: fare lobbying. Sì, lo so, è brutto da dire, ma è proprio quel che manca al cinema italiano. Tradotto significa incapacità di “fare sistema”, potere diplomatico assente (nonostante i tanti metri quadri di Italian Pavilion al Majestic con giochi di luce e caleidoscopio) per sostenere con forza i nuovi autori e i nuovi produttori che portano nel mondo le nostre eccellenze.

Quindi, se Moretti, Sorrentino e Garrone vincono, quando vincono, in quel caso significa che sono stati sufficientemente “raccomandati”. Giusto? Altrimenti non si capisce perché il ragionamento non dovrebbe valere anche al contrario, quando cioè sono gli altri a perdere.

Perché sì, il problema secondo me è che sostenendo una cosa del genere – sia pure con il nobile intento di difendere l’orgoglio ferito di Moretti, Sorrentino e Garrone – in realtà Piera Detassis non fa altro che (mi si passi il termine quanto mai calzante) sputtanare non solo Cannes, ma ahimé anche quanti – come appunto Moretti, Sorrentino e Garrone – accettano di partecipare a simili competizioni.

Che poi sarebbe anche interessante sapere cosa ne pensano i fratelli Coen che, stando sempre al ragionamento di Piera Detassis, in quanto presidenti di giuria (e quindi incapaci di fare di testa loro) invece di Moretti, Sorrentino e Garrone avrebbero premiato – se tanto mi dà tanto – i “raccomandati”. O no?

Embè, Francesco Rosi non collaborava

Un'inquadratura del film Tre fratelli, capolavoro assoluto di Francesco Rosi

Un’inquadratura del film Tre fratelli, capolavoro assoluto di Francesco Rosi

L’Academy ha dimenticato Francesco Rosi semplicemente perché Rosi faceva cinema. Per giunta grande. E quindi che c’entra mai uno come lui con gli Oscar? Del resto, anche l’anno scorso si dimenticarono di Alain Resnais, un altro maestro non da poco.

E se a Cannes o Venezia cercano almeno di darsi un tono premiando spesso i film più pallosi, ma in quanto tali corrispondenti a modelli di presunta artisticità (dando cioè per scontato che bellezza equivalga a sofferenza) Hollywood no: per loro il cinema è e rimane un’industria.

Il film è un prodotto seriale che non può avere autori, ma solo collaboratori. Tant’è che non premiano un film in quanto tale, ma le varie fasi di lavorazione. L’impegno cioè profuso dai collaboratori in ogni singola fase realizzativa. Così che alla fine regista o parrucchiere pari sono.

(E i premi a maestri come De Sica e Fellini? Solo perché i loro film soddisfacevano l’immagine più esotica e folcloristica dell’Italia turistica che tanto piace a Hollywood. Una questione di marketing, insomma. E secondo me sia De Sica che Fellini ne erano perfettamente consapevoli…)

La grande bellezza, un tentato capolavoro

La locandina di La grande bellezzaLeggero e a tratti pure divertente, questo sì. E quindi decisamente piacevole da vedere. Con il difetto però di avere in certi momenti un retrogusto pretenzioso di chi tiene quasi a sottolineare che non è un film come tutti gli altri ma, forse, è il film. Se magari Paolo Sorrentino si fosse lasciato andare di più e avesse insistito maggiormente sulla piega autoironica e allo stesso tempo grottesca forse La grande bellezza poteva benissimo diventare il film memorabile che invece, a una prima visione, non mi è sembrato. Un buon film, ma non uno di quelli che non si dimenticano, non un capolavoro.

Un film su Roma come genere narrativo, città ossimoro per definizione. Bellissima e allo stesso tempo decadente, lieve e greve, allegra e cupa, umana e cinica come poche e che concentra (o almeno dovrebbe) su di sè qualità (poche) e difetti (tanti) dell’italico spirito. Un film su Roma e, in particolare, sulle notti romane, che si trascina languidamente da una festa all’altra e che fa inevitabilmente il verso a La dolce vita di Fellini (ma secondo me pure a certe situazioni e a certi dialoghi di Moretti) senza però riuscire mai a tenere insieme il tutto. Alla fine, insomma, la sensazione è quella di una certa incompiutezza che nulla toglie però alla grande forza delle immagini e alla consueta superba interpretazione di Toni Servillo.

Voto: 6,5

Leone d’oro a Kim Ki-Duk: una volta tanto vince il cinema, quello vero

Leone d'oro del Festival di Venezia a Kim Ki-Duk per il film PietàGuardo la cerimonia di premiazione del Festival di Venezia e scopro di non essermi mai accorto dell’esistenza del premio al film con il miglior contributo tecnico. Contributo tecnico? E che cazzo significa? Poi annunciano che in questa edizione l’ha vinto Daniele Ciprì e penso che gli sta bene a uno irriverente come lui prendersi il premio più assurdo che si possa dare a un film.

Non male la gag dello scambio dei premi tra Paradies: Glaube di Ulrich Seidl che per alcuni minuti si era portato a casa il Leone d’argento assegnato invece a The Master di Paul Thomas Anderson (quando invece aveva vinto il premio speciale della giuria) se non fosse tutto vero…

Questa cosa di dare un premio alla miglior regia e un altro ancora al miglior film non riuscirò mai a capirla. Mi chiedo: che senso ha? Cioè, viene premiato il film girato meglio e poi subito dopo il miglior film sì, ma girato male? Fatto sta che la giuria del Festival di Venezia ha giudicato The Master di Paul Thomas Anderson quello girato meglio, ma ha premiato come miglior film Pietà che il grandissimo Kim Ki-Duk evidentemente non ha saputo dirigere bene. Mah…

Proprio Kim Ki-Duk è riuscito anche a rompere la freddezza del cerimoniale (sembrava un funerale) presentandosi in ciabatte e poi cantando in segno di ringraziamento una canzoncina delle sue: improvvisamente il cinema si è preso la sua rivincita sulle ridicole convenzioni festivaliere. Viva Kim Ki-Duk, viva il cinema (ma quello vero, però).

Sono contento per Kim Ki-Duk perché adesso che ha vinto a Venezia il suo film dovrà per forza essere distribuito anche in Italia. E spero che il premio ne aumenti la visibilità e aiuti a far conoscere uno dei più grandi autori della storia del cinema e non solo contemporaneo.

  • UPDATE
    Svelato il mistero: per contributo tecnico è da intendersi la fotografia del film. D’accordo, ma se di contributo tecnico si tratta, perché allora non dare un premio anche al montaggio? O alla scenografia? O non sono contributi abbastanza tecnici?