La ricetta di Gratteri nella cucina di Renzi

Il magistrato Nicola Gratteri

Il magistrato Nicola Gratteri

Mi perdonerà, il magistrato sotto scorta Nicola Gratteri, ma la sua ricetta per la lotta alla criminalità organizzata a me non piace proprio. Non mi piace quando sostiene la necessità di modificare i codici per “non rendere conveniente delinquere”. Intanto perché la corruzione si fonda proprio sull’aggiramento di ogni legge e poi perché non credo sia una questione di misure speciali, ma di volontà a perseguire la criminalità. E non mi piace nemmeno quando dice che per combattere le mafie bisogna “investire in istruzione” (qui il video). Per carità, l’istruzione serve, ci mancherebbe altro. E magari anche un po’ di coscienza civile. Ma a me risulta difficile pensare che la mafia, la corruzione, il malaffare, la delinquenza si possano efficacemente combattere a scuola. Lo vedo tecnicamente – operativamente parlando – difficile. Piuttosto, nella nazione più corrotta d’Europa quale potrebbe essere la cosa più semplice da fare se non quella di intensificare – con adeguate misure di contrasto – la lotta alla criminalità? Qual è la prima cosa che viene subito in mente se non la necessità che i delinquenti siano semplicemente scoperti e poi – cosa non meno necessaria – messi in condizione di non fare ancora del male? O forse esiste una misura più efficace che non sia quella di mettere in galera i mafiosi, sequestrare i loro beni e restituirli alla collettività? È un problema allora più di codici o piuttosto della carenza di procuratori come lei, Gratteri o, per esempio, come Giuseppe Pignatone (qui la voce su Wikipedia)?

Mi perdonerà di nuovo, il magistrato sotto scorta Gratteri, se non sono per niente d’accordo con lui anche quando dice che la mafia si combatte soprattutto in famiglia (qui il video). Nel senso che la famiglia, checché se ne dica, è tutto e i suoi valori – così bistrattati nei decenni passati da quei senza Dio dei comunisti – sono fondamentali. La famiglia chiamata a educare i figli a essere bravi e buoni, la famiglia che deve indirizzare la società verso il bene, la famiglia come unica e vera istituzione deputata a combattere la mafia. Ovverosia, tanto per rinfrescarci la memoria: Dio, Patria e Famiglia. Ovviamente con la maiuscola. Concetti che farebbero forse ridere – ma nemmeno poi tanto – se non fosse che ad esprimerli è una figura di primo piano nella lotta alla criminalità organizzata. Uno insomma come il magistrato sotto scorta Nicola Gratteri che rischia la vita ogni giorno per tutti noi e dice che il problema dipende dalla poca istruzione e dalle famiglie che non fanno abbastanza per educare bene i figli. Come se non sapesse – o quasi non volesse sapere – che a pretendere la sua testa sono parecchi dei suoi colleghi. Magistrati corrotti, giudici corrotti, poliziotti corrotti. Come se non sapesse che a mettere in pericolo la sua vita più che la mancanza di istruzione degli italiani è la corruzione di banche, finanza e imprese, la corruzione di politici e giornalisti, più in generale la corruzione della classe dirigente. Istruita, laureata, colta. E, ma guarda un po’ tu, di buona famiglia.

Ed è chiaramente una situazione angosciante sollevare pur timide obiezioni – da che pulpito poi, il mio – nei confronti di chi come Gratteri si sacrifica per te ogni minuto della sua vita, ma poi va in tv e dice cose che sembrano evocare incubi già ampiamente sperimentati. Fa male dirlo, ma mentre questo eroico magistrato (eroico senza la minima accezione ironica) faceva quelle considerazioni mi è tornato in mente, anche se non c’entra niente con Gratteri, cosa diceva Leonardo Sciascia su certi passaggi a vuoto nella lotta alla mafia. E il suo sofferto coraggio, quando osò parlare di “professionismo dell’antimafia”. Al di là dell’errore – gravissimo – fatto da Sciascia nell’individuare un esempio decisamente sbagliato (per evitare di fare altrettanto è bene ribadire che non è certo il caso di Nicola Gratteri, magistrato di indiscutibile valore) quell’analisi fatta sul Corriere della sera del 10 gennaio 1987 rimane purtroppo ancora attuale. Esemplare, a questo proposito, l’autocitazione di Sciascia tratta dal romanzo Il giorno della civetta sulle misure che potrebbero veramente mettere in difficoltà la criminalità organizzata:

“Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (…), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso”.

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Un pensiero su “La ricetta di Gratteri nella cucina di Renzi

  1. francesco

    sai segnale, quando si è contro la mafia è assai facile sbagliare ed ancor più essere mal interpretati. l’antimafia è uno di quei terreni dove si può dire tutto ed il contrario di tutto, passare dalla ragione al torto in un attimo. io credo che però su una cosa abbia pienamente ragione, e non solo se si parla di mafia: delinquere deve apparire “non conveniente”. perchè se aspettiamo che ci sia una improvvisa crescità della bontà umana stiamo freschi. io sono per gli inasprimenti delle pene, e so che difficilmente può bastare ciò.

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