Sfruttati e sfruttatori

Un'immagine dei fumi tossici emessi dall'Ilva di Taranto

La morte di Emilio Riva, re dell’acciaio dal boom dell’Ilva al disastro ambientale, ritratto di capitalismo all’italiana magistralmente scritto da Alberto Statera sulla Repubblica di oggi, è forse lì a ricordarci — proprio il Primo Maggio, festa dei lavoratori e dei troppi disoccupati — che in fondo siamo sempre lì, allo stesso punto di partenza, che cioè sia ancora tutta una questione di sfruttati e sfruttatori:

VEDE signor Tanzi — sibilò Emilio Riva in una sua rara apparizione in Confindustria fissando negli occhi il patron di Parmalat — se io la prendo per i piedi e la scrollo, dalle sue tasche esce tanta, tanta carta. Se invece è lei a prendere me per i piedi, dalle mie tasche escono tanti, tanti soldi». Vero, Callisto Tanzi era gonfio di carta e il “padrone delle ferriere” era “ricco come un maiale”. Come il Mazzarò di Verga, ma non generoso e amato dai suoi operai come il personaggio del romanzo di Georges Ohnet. Solo la pietà che si deve ai morti consente di accettare oggi le parole del presidente di Federacciai, Gozzi, che celebra il defunto come un grande e illuminato capitano d’industria, il quale fu in realtà l’anima meno nobile del già tutt’altro che nobile capitalismo d’Italia.
È vero, Riva di soldi sonanti ne ha fatti tanti, fin da quando negli anni Cinquanta faceva il rottamaio insieme al fratello Adriano, vendendo ferraglia alle acciaierie del bresciano. Ma, al contrario di quanto amava dire, non li ha reinvestiti nelle sue aziende. Molti miliardi hanno preso la via dell’estero a costituire un piramidale tesoro familiare, come hanno fatto molti suoi colleghi capitalisti, anche quelli con lombi meno plebei. E quando li ha reinvestiti non solo non ha messo in sicurezza l’acciaieria di Taranto, corrompendo e mettendo a rischio la salute di un’intera città, ma tagliando gli investimenti necessari per migliorare la qualità degli acciai in un mercato mondiale sempre più sofisticato. I conti migliorarono, ma la qualità no, tanto che gli acciai dell’Ilva non furono più buoni per fare le carrozzerie delle auto.
Il colpo grosso lo aveva fatto inserendosi nel vento delle spesso sciagurate privatizzazioni delle imprese di Stato. Quasi vent’anni fa comprò l’Ilva dall’Iri presieduto da Romano Prodi per 1.460 miliardi di lire. Ripulita di 7.000 miliardi di debiti, la nuova società cominciò a produrre utili al ritmo di 100 miliardi di lire al mese. «L’età del ferro non è mai finita», diceva mentre per lui incedeva l’età dell’oro e per Taranto l’età della rovina. «Non ho mai accettato — aggiungeva — relazioni particolari con nessuno: sindacati, chiesa, partiti politici». Niente di più falso: la procura di Taranto ha trovato pagamenti di corruzione a partiti, sindacalisti, preti e giornalisti. Quando Berlusconi precettò i “patrioti” per la folle operazione di salvataggio dell’Alitalia, che doveva sottrarre la compagnia di bandiera alle grinfie dei francesi e che qualcuno dovrà prima o poi contestargli nei salottini televisivi alla panna, fu lui il più patriota di tutti, sborsando 120 milioni di euro per diventare il primo azionista italiano. Poi si capì bene il perché. Aveva bisogno della Autorizzazione integrata ambientale per l’Ilva, che il governo Berlusconi concesse senza colpo ferire. Si batté come una leonessa, su ordine del capo, l’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, che per ottenere il risultato riempì la commissione incaricata di redigere il verdetto di ignoti personaggi siciliani e mise a presiederla tale Fabio Ticali un trentenne autore di una pubblicazione sul ravaneto, che nelle cave di pietra è quel luogo in pendenza dove si accumulano i detriti. Nulla a che vedere con la diossina di Taranto.
Oggi a Taranto e negli altri stabilimenti non devono essere troppo a lutto gli operai dell’Ilva non solo per il disastro umano, ecologico e industriale cui il padrone li ha condotti, ma anche perché i casi di paternalismo peloso e arrogante autoritarismo che ti senti raccontare sono un’antologia agghiacciante. Quando nel 1975 fu arrestato per omicidio colposo a causa di un incidente sul lavoro, Riva annunciò la chiusura della sua acciaieria di Caronno Pertusella finché non lo avessero rimesso in libertà. Poi, tra i cento episodi, c’è la storia della “palazzina del disonore”, raccontata in un libro da Gianni Dragoni. Cos’è? È una spettrale costruzione all’interno dell’acciaieria di Taranto dove rinchiuse 79 lavoratori senza alcuna mansione, impiegati che non avevano accettato di passare alle mansioni di operai. Un anno e mezzo dopo arrivarono i carabinieri per liberarli. Riva fu condannato con sentenza definitiva a un anno e sei mesi per aver usato “uno strumento coartatorio per liberarsi, a mo’ di vera e propria decimazione, di un certo numero di impiegati”. Così sentenziò la Cassazione.
I Riva sono una grande famiglia e di certo non tutti sono come il capostipite. I figli sono sei, due femmine e quattro maschi. Claudio pare si sia scontrato più volte con il padre-padrone ed era andato ad occuparsi delle attività armatoriali; Fabio, il più grande, era il numero due del gruppo; Nicola, finito agli arresti col padre, si occupava della produzione e Daniele dello stabilimento di Genova. Lavoravano in azienda anche i nipoti Angelo, Cesare e Emilio. E naturalmente nel grande casato non tutti sono votati a una forma di capitalismo muscolare e vessatorio, insensibile ai danni prodotti all’ambiente e alla salute dei cittadini, miope nell’innovazione industriale. Ma un po’ del Dna del capostipite qualcuno lo deve aver preso. Emilio, il nipote omonimo, parlando al telefono col padre Fabio, il primogenito, dopo un incontro con Vendola suggerisce: «Facciamo un comunicato stampa fuorviante tanto per vendere fumo, dicendo che tutto va bene e che l’Ilva collabora con la Regione». E il padre: «Che saranno mai due casi di cancro in più? Una minchiata». Capito? Una minchiata.
Pace ai morti, ma per favore nessuno ci parli più di capitalisti illuminati e di grandi capitani d’industria, genia pressoché ignota in una terra spesso votata al capitalismo di rapina.

Charles Clyde Ebbets, "Pranzo in cima a un grattacielo", New York, 1932