Nella città ideale dove dire la verità non serve a nessuno

La locandina del film La città idealeDi solito film così cupi e disperati come La città ideale li evito, soprattutto di questi tempi, accuratamente. Invece, sarà forse perché Luigi Lo Cascio (qui al suo esordio alla regia) mi suscita simpatia da quella volta che… a una sua prima visione nel buio della sala mi scambiarono per lui, mi sono fatto coraggio e l’ho visto. E devo dire che mi è pure piaciuto abbastanza. Probabilmente perché l’angosciante storia diretta e interpretata da Lo Cascio e la fragile ingenuità del protagonista (un architetto ambientalista votato alla lotta contro gli sprechi) evocano sensibilità che riconosco molto bene e incubi che mi sento in qualche modo di condividere.

Fatto sta che pur essendo, per dire, uno cui viene sempre rimproverato di usare per esempio troppa acqua, non ho potuto fare a meno di sentirmi in qualche maniera molto vicino se non altro come, diciamo così, approccio emotivo, al rigido integralista che non usa acqua corrente né elettricità perché vuole salvare le generazioni future e affronta la vita esponendosi in ogni situazione come un kamikaze, sempre pronto a immolarsi in nome di quello che è giusto e, soprattutto, vero.

Ma la verità, come imparerà presto a sue spese, non esiste o meglio in ogni caso non interessa a nessuno, men che mai in un’aula di giustizia. Amara e sconsolata parabola, La città ideale riesce attraverso i guai giudiziari di un inerme e mite imputato a illuminare bene squarci di un’attualità ben riconoscibile, di un’Italia sempre più cinicamente stanca, annoiata e depressa. Un’opera prima ben calibrata, che riesce a riscattare la pesantezza di una storia a suo modo esemplare grazie a uno stile scarno e controllato, mai sopra le righe. Mi è sembrato, insomma, un buon film, cui forse fare un solo appunto: il titolo. Poco centrato rispetto al nucleo della storia, secondo me non gli rende… giustizia.

Voto: 7

Annunci