Teoria e pratica del perché chi gioca in casa vince più spesso

Scorecasting di Tobias Moskowitz e Jon Wertheim Perché chi gioca in casa vince più spesso di chi gioca in trasferta? Tobias Moskowitz (un economista che s’interessa di sport) e Jon Wertheim (un giornalista sportivo che s’interessa di numeri) hanno provato a fare luce sul mistero. Semplice: perché il pubblico condiziona gli arbitri che in caso di decisione dubbia spesso favoriscono i padroni di casa. E hanno scritto un libro, Scorecasting, per spiegare e avvalorare la loro tesi con tanto di analisi articolate e dati particolareggiati. Una tesi ritenuta però poco convincente da un altro giornalista, David Runciman, che con un articolo uscito sulla London Review of Books con il titolo Swing for the fences e pubblicato su Internazionale ha provato a smontare.

Ora, premesso che si tratta non propriamente di un articolo ma piuttosto di una specie di mini-saggio la cui lettura richiede un po’ di tempo e precisato che nonostante tutto l’impegno e la scrupolosità con cui Runciman prova a confutare la tesi di Moskowitz e Wertheim non riesce a convincermi, sta di fatto che è scritto proprio bene e merita di essere letto con attenzione.

Lo segnalo e lo consiglio a tutti gli interisti, non fosse altro perché si parla anche di José Mourinho e dei suoi segreti, di come sia diventato un allenatore vincente come pochi perché, secondo Runciman, “non ha paura di perdere, anche quando è chiaro che la responsabilità della sconfitta ricadrà su di lui”:London Review Of Books

Fino a poco tempo fa, uno dei record più incredibili dello sport apparteneva a un allenatore di calcio, l’amato e odiato portoghese José Mourinho. Prima che il Real Madrid venisse sconfitto per 1-0 dallo Sporting Gijón, il 2 aprile scorso, Mouri­nho non perdeva in casa una partita di campionato da più di nove anni con una sua squadra. La serie è durata per 150 partite e ha attraversato quattro campionati diversi (oltre al Real Madrid, Mourinho ha allenato il Porto, il Chelsea e l’Inter).

È vero che Porto, Chelsea, Inter e Real Madrid sono club ricchi e potenti e raramente perdono in casa, ma nove anni sono comunque un’eternità. Anche ammettendo che le squadre ospiti avessero in media non più del dieci per cento di possibilità di battere le squadre di Mourinho (per alcune, come il Gijón, le possibilità erano perfino meno; per altre avversarie, come lo Sporting Lisbona, il Milan, il Manchester United o il Barcellona, erano molte di più), la probabilità di rimanere imbattuti per 150 partite è più o meno una su sette milioni.

Come ha fatto? È difficile rispondere a questa domanda perché, in realtà, gli enigmi da sciogliere sono due. Il primo riguarda Mourinho. È straordinariamente bravo, straordinariamente fortunato, o un po’ dell’uno e dell’altro? Possiede una formula segreta oppure il suo segreto è che non ha segreti, ma solo la faccia tosta di far credere che sa il fatto suo? Il secondo enigma, invece, non ha niente a che vedere con Mourinho, e riguarda il cosiddetto fattore campo. Perché è tanto difficile battere una squadra nel suo stadio? Perché ogni squadra, per quanto imbattibile in casa, perde una parte della sua invincibilità quando gioca in trasferta?

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