Bill Emmott

Bill Emmott

L’esperienza più sconvolgente, ma anche più rivelatrice, l’ho fatta nel profondo sud, a Taranto. Abbiamo effettuato le riprese in febbraio, mentre faceva un freddo insolito per la Magna Grecia, ma la situazione cominciava a diventare scottante per la grande acciaieria dell’Ilva poiché il giudice Patrizia Todisco stava aprendo una causa contro il gruppo Riva, proprietario del complesso siderurgico, per crimini ambientali.

Oggi, e soprattutto negli ultimi mesi, quando la magistratura ha cercato di chiudere gli impianti, tutti conoscevano la verità sull’Ilva. Il governo centrale non sapeva come destreggiarsi di fronte al dilemma fra la difesa della salute e quella dei posti di lavoro, mentre le amministrazioni locali hanno cercato di sottrarsi alle proprie responsabilità. Ma quel che mi ha colpito, già in febbraio, è quanto poco i cittadini fossero informati fino ad allora e quanto poco se ne erano preoccupati nei cinquant’anni precedenti. E quando parlo di “cittadini” penso a quelli di tutto il resto d’Italia. Nell’approfondire gli antecedenti del caso e del rapporto sui decessi causati dall’inquinamento, commissionato dal giudice a medici esperti indipendenti, sono rimasto stupito nel constatare lo scarso interesse dei media nazionali per questo problema. Ascoltare i cittadini di Taranto che parlavano dell’inquinamento, con cui convivevano da lungo tempo, era come porgere orecchio alla disperazione di chi viene ignorato, abbandonato a se stesso e, soprattutto, si sente in trappola. Durante le riprese a Taranto mi sono ricordato di una visita a una città cinese dove l’inquinamento prodotto da una fabbrica in pieno centro sta provocando sofferenze, ma gli abitanti che protestano si sentono ignorati sia dai politici, a tutti i livelli, sia dai media nazionali. Questo non è sorprendente nella Cina moderna. Ma è stato uno shock nella moderna Europa. — Bill Emmott

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