Tutto è bene quel che finisce bene

Era necessario sottolineare il divieto, è giusto rimarcare la retromarcia. E cioè: il Sole 24 Ore e la Repubblica sono nuovamente disponibili nell’edicola digitale di Mlol.

Che cos’è Mlol?

MediaLibraryOnLine è la prima rete italiana di biblioteche pubbliche per il prestito digitale. Ad oggi le biblioteche aderenti sono oltre 4.000 in 16 regioni italiane e 6 paesi stranieri.

Per utilizzare MediaLibraryOnLine è necessario essere iscritti in una delle biblioteche aderenti.

A distanza di qualche mese, da quando Mlol segnalò la sospensione, i gruppi editoriali Repubblica-Espresso e Il Sole 24 Ore ci hanno ripensato. Forse hanno capito quanto fosse stupida una tale decisione o forse si sono resi conto dell’impopolarità di una mossa del genere visto il riscontro negativo avuto in rete e non solo. Copioincollo dal comunicato di Mlol:

Grazie anche alla campagna di pressione attivata da utenti e sistemi bibliotecari sono stati infatti raggiunti accordi con gli editori di riferimento per la distribuzione dei loro contenuti alle biblioteche pubbliche.

Bene.

Le mirabolanti scoperte di Cofferati e gli altri sul Pd che non sarebbe più di sinistra

Il Pd, dice oggi quello che avrebbe potuto benissimo dire anche sette-otto anni fa Sergio Cofferati,

si è allontanato dalle ragioni per le quali è nato e c’è una trasformazione costante del suo profilo che non può essere più definito un profilo di riformismo forte. Sui temi cruciali prevale un orizzonte neocentrista che porta all’oscuramento di alcuni valori: il valore sociale del lavoro, il progressivo indebolimento delle protezioni sociali soprattutto verso i più deboli”.

Ma dai, viene subito da pensare, ma tu pensa se n’è accorto pure lui.

Ora, a parte che il Pd non si è allontanato un bel niente – basterebbe rileggersi (o ascoltare) quello che diceva a suo tempo Walter Veltroni sulle ragioni per cui i Ds dovevano confluire in un partito non più di sinistra come appunto il Pd – quello che più colpisce delle brillanti considerazioni di Cofferati è la tempistica. I tempi cioè che occorrono a gente come Cofferati  – o come per esempio Giuseppe Civati o Stefano Fassina – per capire dove si trovano (in che luogo e in che epoca) e la reattività con cui poi decidono di prendere posizione.

Se per capire in che partito stanno impiegano di solito dai sette agli otto anni di tempo, diventa quindi comprensibilmente difficile prendere sul serio gente come Cofferati, Civati o Fassina. Nel caso di Cofferati poi pesa per forza anche l’aggravante di aver cambiato opinione sul Pd subito dopo aver perso le primarie in Liguria e scusate se è poco. Di fronte a manifeste difficoltà a capire la realtà – anche perché di Matteo Renzi tutto si potrà dire tranne che non sappia farsi capire – come si fa allora a non chiedersi se uno ci è o ci fa? E cioè vale a dire: ma sono veramente così stupidi come vogliono farci credere o ci stanno piuttosto prendendo per il culo?

Si può fare

Papa Bergoglio

Papa Bergoglio

Adesso non ho più dubbi: Papa Bergoglio è l’uomo più rivoluzionario che abbia avuto la fortuna di vedere all’opera. Rivoluzionario come Ernesto Che Guevara. Il suo pontificato lo sta a testimoniare: anche un Papa, perfino un Papa, può essere rivoluzionario. E dire – finalmente – dall’alto della sua indiscussa e indiscutibile autorità – che Medjugorje è miserabile sfruttamento della superstizione e dell’ignoranza popolare.

Ebbene sì, si può fare. Anche e perfino un Papa può dire la verità. E in quanto tale ancora più rivoluzionario di qualsiasi altro rivoluzionario. Certo, sarà molto più probabile che si riesca a smantellare il narcotraffico istituzionale piuttosto che quell’immondo (e patetico allo stesso tempo) commercio della credulità legato com’è a non pochi interessi. Ma questo non conta niente.

L’importante, secondo me, è l’esser riusciti a riaffermare la vita contro la stupidità umana che la vita si diverte a renderla quanto più possibile invivibile. Perché quello che conta veramente – qualcuno a sinistra dovrebbe cominciare a ricordarselo – non è vincere (che cosa poi?) ma poter vivere – qui e ora, sempre e comunque  – secondo le proprie convinzioni. A prescindere da chi la cui unica preoccupazione è quella di impedirtelo a tutti i costi.

Calcio corrotto

Se a proposito di calcio corrotto pure Makkox e Zoro nel momento in cui si mettono a fare gli spiritosi sui Mondiali truccati stanno bene attenti a rimuovere argomenti evidentemente pericolosi, si capisce quanto Calciopoli sia una ferita ancora aperta. Così Makkox e Zoro citano (e mettono in burla) tutti i Mondiali tranne uno, escludendo cioè proprio quello – guarda caso – più ridicolo. Quello cioè del 2006. Su cui però – guarda caso – non si può minimamente scherzare. E allora cari Makkox e Zoro sapete che vi dico? Annate affanculo pure voi. Ma di cuore, proprio. Cialtroni che non siete altro.

Niente di nuovo, tutto secondo previsioni

Il governo acquisterà 90 F35

Il post per commentare l’acquisto – nonostante i promessi tagli – di ben 90 (per ora…) F35 l’avevo già scritto giorni fa e si chiama Perché chi si stupisce – solo adesso – di Renzi e del Pd è un coglione o una testa di cazzo.

Se a Cannes vincono i raccomandati

Joel ed Ethan Coen

Joel ed Ethan Coen

Curioso (a dire poco) post di Piera Detassis – Avevamo tre assi come Moretti, Sorrentino e Garrone e li abbiamo lasciati da soli sulla Croisette – su come funzionano i festival (di cinema, ma non solo) e si assegnano i premi:

In questi momenti post-Cannes, mentre ci suturiamo le ferite, c’è una frase sconveniente che torna alla mente e che per pudore respingiamo: fare lobbying. Sì, lo so, è brutto da dire, ma è proprio quel che manca al cinema italiano. Tradotto significa incapacità di “fare sistema”, potere diplomatico assente (nonostante i tanti metri quadri di Italian Pavilion al Majestic con giochi di luce e caleidoscopio) per sostenere con forza i nuovi autori e i nuovi produttori che portano nel mondo le nostre eccellenze.

Quindi, se Moretti, Sorrentino e Garrone vincono, quando vincono, in quel caso significa che sono stati sufficientemente “raccomandati”. Giusto? Altrimenti non si capisce perché il ragionamento non dovrebbe valere anche al contrario, quando cioè sono gli altri a perdere.

Perché sì, il problema secondo me è che sostenendo una cosa del genere – sia pure con il nobile intento di difendere l’orgoglio ferito di Moretti, Sorrentino e Garrone – in realtà Piera Detassis non fa altro che (mi si passi il termine quanto mai calzante) sputtanare non solo Cannes, ma ahimé anche quanti – come appunto Moretti, Sorrentino e Garrone – accettano di partecipare a simili competizioni.

Che poi sarebbe anche interessante sapere cosa ne pensano i fratelli Coen che, stando sempre al ragionamento di Piera Detassis, in quanto presidenti di giuria (e quindi incapaci di fare di testa loro) invece di Moretti, Sorrentino e Garrone avrebbero premiato – se tanto mi dà tanto – i “raccomandati”. O no?

Perché chi si stupisce – solo adesso – di Renzi e del Pd è un coglione o una testa di cazzo

Coglioni o teste di cazzo. Non trovo miglior aggettivo per definire chi adesso – solo adesso – si stupisce di Matteo Renzi e, più in generale, della vera natura del Pd. Davvero impossibile nell’epoca del web che non cancella nulla di quanto è stato detto e fatto a suo tempo, dire di non aver capito cos’era il Pd. Perché tutto si potrà dire di Walter Veltroni tranne che non fu chiaro e trasparente quando otto anni fa spiegò benissimo il passaggio da un partito seppur malridotto e pieno di macerie ingombranti ma comunque di sinistra a una nuova formazione che tutto poteva essere tranne di sinistra. Veltroni proclamò il superamento degli antichi e obsoleti steccati ideologici e Matteo Renzi questo ha fatto, né più né meno.

Anche se poi bisogna pur sempre dividere gli elettori delusi tra coglioni o teste di cazzo. I coglioni sono quegli elettori del Pd e di Renzi che veramente non avevano capito niente perché evidentemente sono dei poveretti. Ormai drogati da facebook, reality, fiction e fast food, non capiscono più niente a prescindere non da ora. Votano Pd come potrebbero votare qualsiasi altra formazione. Per cambiare partito ora basta solo aver sentito una frase che acchiappa in un talk show o più semplicemente che gli giri un po’ così. Povera gente, insomma. Miserabili. Mentre di ben altro spessore sono le teste di cazzo. E cioè quelli che hanno fatto finta e continuano a far finta – in maniera sempre più spudorata – di non aver capito cosa fosse il Pd e chi fosse Renzi.

E tra queste sicuramente le teste di cazzo peggiori sono certi intellettuali di sinistra che pur sapendo benissimo tutto più e meglio di noi, hanno retto il gioco il tempo necessario alla scalata trionfale di Renzi. E ora che è in pratica tutto sistemato possono benissimo recitare la parte di chi si dissocia e addirittura – qui l’ipocrisia arriva a livelli altissimi – si mette pure a guardare il capello. Eppure era tutto così dichiarato e palese… Perché una cosa è sicura: a Renzi va se non altro riconosciuto di non aver mai preso in giro nessuno (a differenza di certi leader della sinistra storica). Renzi sta semplicemente mettendo in atto quello che prometteva. E cioè un governo di destra. Punto.

C’eravamo tanto traditi

Serra critica l'uscita dal Pd di Civati

 

Bellissima risposta di Giuseppe Civati alle obiezioni di Michele Serra a proposito della sua uscita dal Pd, risposta che si conclude così:

davvero il compito storico della sinistra è di adeguarsi, di cedere, di rinunciare a se stessa – non su qualcosa, ma sempre e su tutta la linea, colpevolizzandosi e facendosi colpevolizzare – e di portare i suoi voti dentro un calderone? Io ero e resto convinto di no, infatti quando abbiamo fondato il centrosinistra e il Pd questa clausola non era scritta da nessuna parte, nemmeno in piccolo. Insomma, caro Michele, non è che ti – e ci – stanno fregando?

Con un appunto a Civati: no, caro Pippo, guarda che Serra è sempre stato… dall’altra parte. Dalla parte di coloro che ci stanno fregando e, soprattutto, ci hanno fregato. E non sono certo io a dirlo, ma è lo stesso Serra a confessarlo nella lettera aperta che ti ha scritto, riconoscendo di essere

il tipico italiano di mezzo, incapace di ribellarsi al presente.

Perché poi, come lo stesso Serra ci ha sempre ricordato, alla fine bisogna pur sempre scegliere da che parte stare: se da dalla parte dei persecutori o dei perseguitati, degli sfruttatori o degli sfruttati. E lui Serra, come del resto Nanni Moretti o Francesco De Gregori (e compagnia bella) alla fine hanno scelto. Solo che si sono dimenticati di farcelo sapere in tempo. Se ne sono dimenticati il tempo necessario per andare in pensione e mettersi a quel punto l’anima in pace. Ecco, rispetto a qualche tempo fa in cui prevaleva la rabbia e l’indignazione di chi ha creduto ciecamente In Serra come in Moretti o De Gregori (cito per comodità di ragionamento sempre loro ma i nomi che potrei fare sono tanti altri ancora) li ha eletti a inattaccabili modelli e inossidabili punti di riferimento, fidandosi (sempre ciecamente) per tutti questi anni ora è subentrata un’altra fase. Prima mi sentivo tradito. Tradito, offeso e umiliato perché a differenza di Serra e di quelli come Serra (io nel calderone ci metto un po’ tutti i miti culturali della sinistra italiana degli ultimi 30 anni) nel mio piccolo (davvero piccolo) mi sono pur sempre ribellato al presente pagandone sempre – puntualmente – le conseguenze. Adesso invece provo soltanto tanta pena. Che è peggio secondo me. Provo insomma una certa pietà mista a imbarazzo generazionale che – giustamente – il giovane quanto bravo Emanuele Ferragina non ha e la cui replica su Facebook all’intervento di Serra sulla Repubblica è veramente feroce, quanto pienamente condivisibile:

Caro Michele Serra: sono sicuro che se avessi un contratto che scade fra tre mesi, lavorassi in nero per qualche spicciolo, percepissi una pensione da 500 euro e inforcassi gli occhiali di Giuditta invece che la penna di Repubblica, forse qualche ragione per ribellarsi collettivamente anziche’ votare PD la vedresti senza l’aiuto di Civati.

Amen.

Quando la realtà supera la fantasia

Lo so che è difficile crederci, ma… Civati è uscito dal Pd:

Per ragioni di coerenza passo al gruppo misto, nella considerazione che anche il gruppo del Pd lo sia diventato, avendo accolto parlamentari di tutte le provenienze.

Ciò comporta, come conseguenza, che io lasci il Pd, cosa che non avrei mai fatto, ma ormai il Pd è un partito nuovo e diverso, fondato sull’Italicum e sulla figura del suo segretario. Chi non è d’accordo, viene solo vissuto con fastidio.

Non per dire, ma sono esattamente alcune delle considerazioni fatte per mesi e mesi proprio su questo blog – a volte sono proprio un mago… – ma che Civati non riusciva proprio – chissà perché – a farsele entrare in testa. Facendo così passare troppo tempo. Tanto che adesso l’impressione è che non sia lui a voler andare via ma piuttosto Renzi a metterlo alla porta. Peccato. Se solo cioè avesse avesse trovato il coraggio di farlo quando sbattere la porta sarebbe servito almeno a qualcosa…

La cognizione del dolore

Oggi 27 aprile 2015 è il giorno più triste della mia vita. Ma – non è più tempo di raccontare i fatti propri sul blog – non dico perché. A me interessa solo esprimere in qualche maniera la sofferenza che sto provando.

Dico solo che dopo un calvario iniziato lo scorso 3 marzo e finito questa mattina alle 7,25 (almeno così ricordo) è dura. Ma veramente dura. Ma allora perché scrivere un post del genere se non si vuole mettere in piazza le cose proprie?

Semplice: la ragione di tutto ciò è una sola e cioè quella di lasciare un piccolo segno del mio privatissimo dolore a futura memoria di quanto ho sofferto. Sto soffrendo. E soffrirò (chissà per quanto).

(Vi prego: che a nessuno venga in mente di fare commenti dolenti. O peggio ancora di voler saperne di più perché non lo dirò. Il silenzio-assenso sarà quanto mai apprezzato)

Uno scrittore, ma di quelli veri

Eduardo Galeano

Eduardo Galeano

A differenza di tanti scrittori per finta Eduardo Galeano era uno di quelli veri. Un grande narratore. Indiscutibilmente.

È stato giornalista, imbianchino, cassiere, ma soprattutto è stato lo scrittore che ha dato all’America Latina la voce delle rivendicazioni anti-coloniali, dai tempi dei conquistadores fino ai giorni nostri.

Più che di sinistra si potrebbe dire uno abbastanza sinistro

Migliore con Bertinotti

Migliore con Bertinotti

A proposito della sinistra devastata da dirigenti impresentabili, scrive Rudi Ghedini:

La parabola di Migliore – sacrificato da Renzi nella corsa alla presidenza della Campania e inevitabile candidato a sindaco di Napoli contro De Magistris – non merita categorie trancianti (“traditore”, “venduto” o peggio): mi sembra, piuttosto, la conferma della levatura della classe dirigente allevata da Bertinotti. Non il più piccolo dei suoi errori.

Allevata da Bertinotti e sdoganata da Vendola, altro fenomeno inquietante con cui bisognerebbe prima o poi fare i conti.

Se gli editori sono i principali nemici dei lettori

Media Library On LineGli editori che piangono per la perdita sempre più inarrestabile di lettori – chissà poi perché – e non fanno altro che chiedere e pretendere aiuti pubblici sono gli stessi che poi hanno brillanti iniziative come questa segnalata dal servizio digitale delle biblioteche di Milano aderenti a Media Library On line:

AVVISO!

Vi informiamo che il Gruppo editoriale “Il Sole 24 Ore” ha deciso unilateralmente di sospendere la distribuzione dei propri contenuti online alle biblioteche italiane, finora effettuata attraverso la banca dati “Pressdisplay”. Il quotidiano “Il Sole 24 Ore” non sarà quindi più disponibile su MLOL.
Inoltre, il Gruppo Repubblica-Espresso ha deciso unilateralmente di modificare la tipologia degli abbonamenti stipulati per l’accesso alla versione digitale dei periodici da esso pubblicati, inserendo vincoli non compatibili con le esigenze e gli standard che dovrebbero caratterizzare i servizi di una biblioteca pubblica.
Abbiamo perciò deciso di sospendere l’abbonamento alla versione digitale di “Repubblica” per protestare contro la nuova politica di accesso ai contenuti on-line del gruppo. Stiamo cercando di aprire un tavolo di trattativa con gli editori nel tentativo di riattivare questi importanti servizi.

Se qualcuno non lo sapesse è bene specificare che Il Sole 24 Ore è di proprietà della Confindustria, mentre Repubblica-Espresso della famiglia De Benedetti. Stiamo insomma parlando non di due piccoli editori in difficoltà, ma della classe dirigente del nostro paese.

Non dite a Piccolo che chi vive di speranza muore cacando

Francesco Piccolo su Maurizio Landini: “Le sue idee sono il male della sinistra”. Finalmente. Era ora che qualcuno degli intellettuali che hanno sostenuto qualche anno fa la svolta moderata del Pd uscisse allo scoperto. “Per me – spiega Piccolo – le idee di Landini sono un ritorno all’indietro, un atto reazionario e in definitiva il male della sinistra”. E, nel sostenerlo, contrappone la retorica della speranza (ancora!?) contro ogni nostalgia del passato.

Sempre lì siamo. E non ci spostiamo. Tra chi è quotidiana carne da macello e se la prende puntualmente in quel posto e chi invece al calduccio di un confortevole salotto fa il tifo per quei poveracci sempre più schiavi del mercato e li sprona a soffrire in silenzio che tanto prima o poi qualcosa dovrà succedere. Basta avere fiducia, avere un po’ di ottimismo e un minimo di predisposizione verso il futuro che per forza di cose non potrà essere che radioso.

Potrei ricordare a Piccolo una sintesi memorabile – che ripropongo per l’ennesima volta – di Mario Monicelli sull’uso strumentale della parola “speranza” per spegnere sul nascere ogni minima rivendicazione da parte di chi dovrebbe piuttosto incazzarsi e parecchio. Preferisco stavolta parlare dell’uovo. Meglio cioè un uovo oggi che la gallina domani. Nel senso che tra chi vive nel ricordo del passato e chi invece confida nel futuro io scelgo il presente. Sempre.

Inutile guardarsi intorno per capire alla fine chi ha perso

A leggere le recriminazioni delle cosiddette minoranze per così dire socialdemocratiche del Pd e la proposta, in particolare, di Bersani di rivedersi tutti quest’estate (sic) per fare il punto della situazione allora diventa subito chiaro – lampante – che se c’è qualcuno che ha perso veramente, beh – inutile guardarsi intorno – quelli siamo noi. Tutti noi che abbiamo creduto alla sinistra italiana.

Piazza San Giovanni, 14 settembre 2002: festa di protesta contro l'immobilismo dei leader della sinistra storica

Piazza San Giovanni, 14 settembre 2002: festa di protesta contro l’immobilismo dei leader della sinistra storica

Fatalisti ma non ancora abbastanza disperati

Ascanio Celestini

In una bella intervista sulla Repubblica di oggi per la presentazione del suo film Viva la sposa, dice a un certo punto Ascanio Celestini:

“La mia esperienza personale mi dice che ci si ribella soltanto in casi estremi, quando al posto del fatalismo arriva la disperazione vera. In Grecia, per esempio, con la gente ridotta alla fame. In Val di Susa, quando ti sfondano la porta di casa con una ferrovia che non serve a nessuno. In un call center dove ti schiavizzano per 500 euro al mese. Ma finché la politica e l’economia non arrivano dentro la tua vita e ti tolgono l’ultimo diritto, funziona l’illusione di potersi difendere nel privato, annullando ogni dimensione di solidarietà. E l’unica finta opposizione a questa politica oligarchica diventa il populismo becero, che è ancora peggiore”.

Lupi da salotto

Maurizio Lupi con Roberto Formigoni

Sarà che io al telefono parlo esattamente come in qualsiasi altro contesto, mi esprimo cioè sempre nello stesso modo, ma sono e rimango un estremista delle intercettazioni. Nel senso che continuo a non capire le rivendicazioni sulla privacy. Anzi. Dipendesse da me renderei pubblico tutto, anche conversazioni di nessun interesse giudiziario. Perché mi piace conoscere le persone, sapere come ragionano. E, soprattutto, come parlano. Le parole usate.

Non vedo allora che male ci sia a rendere di dominio pubblico queste conversazioni seppur private. Perché mai uno dovrebbe vergognarsi di quello che dice al telefono seppur in privato? Tanto più che sta esprimendo se stesso, il suo modo di vivere. Perché mai un uomo per giunta pubblico dovrebbe avere una seconda identità nascosta? E perché dovrebbe avere garantita la doppia vita, quella finta che nasconde quella vera?

Perché mai, insomma, io dovrei credere e continuare a credere che Maurizio Lupi sia quello che pontifica di massimi sistemi a Porta a porta e non piuttosto quello che è – e che dice – nella vita reale? Perché dovrei essere obbligato a sorbirmi il santino di Lupi e non poter conoscere invece anche le sue pratiche quotidiane da politico navigato che ragiona di soldi e potere ed è decisamente diverso – ma assai – da come appare in tv?

La sinistra liberata

Zavorre

Continuo a non vedere Maurizio Landini leader di una nuova forza alternativa – troppo marcata la sua storia operaia e sindacale per riuscire a catalizzare il variegato e spesso contraddittorio voto disperso – ma trovo molto positivo il ruolo di traghettatore che si sta ritagliando. Soprattutto trovo molto importante l’aver stoppato sul nascere qualsiasi tentativo da parte dei partiti della cosiddetta sinistra radicale di mettere come sempre il cappello.

La neonata coalizione sociale avviata da Landini insieme con Emergency di Gino Strada e Libera di don Luigi Ciotti – ovvero il massimo in quanto a autorevolezza e credibilità per aggregare tutto quanto si muova a sinistra del Pd – ha il merito di aver messo il veto a Sel o Rifondazione Comunista e cioè ai principali responsabili di anni e anni di penose e imbarazzanti coalizioni elettorali sistematicamente boicottate dai suoi ex sostenitori.

Si sta, insomma, cominciando a fare sul serio. C’è qualcuno come Landini – e Strada e Ciotti – capace di assumersi il coraggio di ripartire. E di farlo buttando a mare quelle che Stefano Rodotà giustamente ha definito zavorre. Allontanando cioè personaggi politici ormai al limite del patetico come per esempio il sempre più imbarazzante Nichi Vendola e chiunque altro come lui vada ormai avanti per forza d’inerzia con l’obiettivo di rimanere a galla.

Militanti dichiarati e quelli a loro insaputa

Alquanto piccato per le critiche di un autorevole collega, dice Corrado Formigli a proposito del giornalismo per così dire da salotto, tutta chiacchiera e mai una notizia:

“Le critiche di Gad Lerner? Una lezione di etica del giornalismo preferisco non riceverla da chi fa giornalismo con la tessera del partito in tasca”.

In questo caso Formigli ha ragione. Però è anche vero che se non altro almeno Gad Lerner lo ammette. Come Giuliano Ferrara, ammette chiaramente di essere di parte. Ed è a suo modo una forma se non d’onestà di rispetto. A differenza cioè di tanti altri che pur non dichiarandosi lo sono altrettanto e per giunta spacciandosi per obiettivi o, come credo si dica adesso, terzisti.

Che poi, la domanda da fare sarebbe veramente un’altra ancora. E cioè: si può ottenere la conduzione di un talk show senza avere tessere o più in generale determinati appoggi? Esiste – o è mai esistito – il giornalista indipendente? E se sì, vista la qualità complessiva dell’informazione, a cosa diavolo potrebbe servire mai?

Riso amaro

Renzi con Civati

Leggo “Forza Italia e Pd correranno insieme alle amministrative di Agrigento” e penso immediatamente al gioco di squadra, allo spirito d’appartenenza. Vero Nanni (nel senso di Moretti)?

Leggo “Forza Italia e Pd correranno insieme alle amministrative di Agrigento” e penso immediatamente alla sinistra che vuole sempre capire, alla sinistra che vuole sempre spiegare. Vero Serra (nel senso di Michele)?

Leggo “Forza Italia e Pd correranno insieme alle amministrative di Agrigento” e penso immediatamente a Pippo (nel senso di Civati). Penso a lui e (mestamente) rido. E basta.

La retorica della speranza è solo una – bella – fregatura

Beppe Fiorello

La cosa più intelligente letta in rete oggi per me l’ha detta Beppe Fiorello, uno tra l’altro che – come il fratello – non mi sta, per usare un eufemismo, per niente simpatico:

“Credo sempre nella mia personale speranza, non perché lo dice Renzi, anche se sperare è un segno di debolezza, nella speranza si annida la sconfitta, la delusione. Perdoni il pessimismo, ma le domande portano soltanto a quel tunnel. Sarebbe meglio concretizzare e fare le cose e non sperare. Io, però, spero di non sperare più”.

Qui tutta l’intervista.

Zanetti story, ovvero la fortuna di essere interisti

La locandina del film Zanetti StoryPensavo che lo spirito per forza commemorativo avrebbe inevitabilmente danneggiato ogni buona intenzione. E che le ombre del clan dell’asado (con tutti gli insopportabili eccessi del post Triplete) mi precludessero un giudizio sereno. E invece mi sbagliavo. Ma di grosso. Diretto da Simone Scafidi e Carlo A. Sigon (e scritto insieme con Rudi Ghedini) Javier Zanetti capitano da Buenos Aires mi è sembrato semplicemente bellissimo.

Coinvolgente fino alla commozione, è il ritratto di un giocatore fra virgolette normale, ma uomo dallo smisurato coraggio. Perché prima ancora che sulla storia sportiva del Capitano è soprattutto un film sulle sue qualità umane: la forza di volontà, la capacità di resistenza. Ovvero il calcio come scuola di vita e l’Inter – e l’interismo – per vocazione e scelta. L’ennesima dimostrazione, cioè, di come l’Inter non sia soltanto una squadra di calcio (e che l’essere interisti sia qualcosa che vada decisamente al di là del puro e semplice tifo).

Di questo soprattutto parla Zanetti story: di interismo. Di quell’interismo la cui fondamentale diversità rispetto a qualsiasi altra squadra il Capitano ha saputo così bene rappresentare per tanti anni, molti dei quali tristi e sconsolati. Attraverso la storia magica di un giocatore tecnicamente non eccelso, ma Capitano immensamente interista, il film riafferma la specificità di una fede che rende gli interisti unici. Un dono e un privilegio che nessun scudetto e nessuna coppa potranno mai compensare.

  • Javier Zanetti capitano da Buenos Aires
    di Simone Scafidi e Carlo A. Sigon
    (2015)

Genere: Capitani coraggiosi – Consigliato: a chiunque piacerebbe un calcio pulito – Voto: 8

Embè, Francesco Rosi non collaborava

Un'inquadratura del film Tre fratelli, capolavoro assoluto di Francesco Rosi

Un’inquadratura del film Tre fratelli, capolavoro assoluto di Francesco Rosi

L’Academy ha dimenticato Francesco Rosi semplicemente perché Rosi faceva cinema. Per giunta grande. E quindi che c’entra mai uno come lui con gli Oscar? Del resto, anche l’anno scorso si dimenticarono di Alain Resnais, un altro maestro non da poco.

E se a Cannes o Venezia cercano almeno di darsi un tono premiando spesso i film più pallosi, ma in quanto tali corrispondenti a modelli di presunta artisticità (dando cioè per scontato che bellezza equivalga a sofferenza) Hollywood no: per loro il cinema è e rimane un’industria.

Il film è un prodotto seriale che non può avere autori, ma solo collaboratori. Tant’è che non premiano un film in quanto tale, ma le varie fasi di lavorazione. L’impegno cioè profuso dai collaboratori in ogni singola fase realizzativa. Così che alla fine regista o parrucchiere pari sono.

(E i premi a maestri come De Sica e Fellini? Solo perché i loro film soddisfacevano l’immagine più esotica e folcloristica dell’Italia turistica che tanto piace a Hollywood. Una questione di marketing, insomma. E secondo me sia De Sica che Fellini ne erano perfettamente consapevoli…)

L’insostenibile pochezza dell’essere Veltroni

Walter Veltroni insieme con Romano Prodi ai tempi dell'Ulivo

Sarebbe troppo facile dare sempre la colpa a Berlusconi. Molto più serio piuttosto non rimuovere mai, quando si parla degli ultimi venti anni, che senza Veltroni (o D’Alema) il berlusconismo forse non sarebbe mai esistito. Senza Napolitano (o Violante) forse sarebbe stata tutta un’altra storia, non dico migliore ma con ogni probabilità completamente diversa.

Fatto sta l’Italia è diventata perfino più imbarazzante di quando c’erano Andreotti e Craxi (e non era per niente facile riuscirci) perché abbiamo permesso (soprattutto quelli come me che hanno sostenuto e votato l’ex Pci-Pds-Ds) a gente poco seria di cancellare la sinistra e allo stesso tempo di devastare un paese: senza mai muovere un dito e giustificando l’ingiustificabile.

Tipo la pochezza prima di tutto culturale di uno come Veltroni le cui considerazioni in materia di media sembrano tradire una certa, come dire, arretratezza. Vista l’incapacità di distaccarsi dai soliti modelli nazional-popolari, gli stessi che hanno fatto la fortuna – pensa un po’ tu – di Berlusconi. Esagero? Non penso: basta leggere questa intervista qui. Di cui copioincollo:

Anche alle feste dell’Unità c’erano sul palco gli operai e poi la sera Albano e Romina che magari proprio a quegli operai piacevano. In questo sono molto gramsciano, la migliore cultura della sinistra non ha mai avuto fastidio del consumo culturale.